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Erdoğan, pugno di ferro in patria, ambiguità all'estero

Di Elisabetta Rosaspina

Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan

Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan www.theguardian.com

Zittita la società civile, sconcertata la comunità internazionale, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan sconta, da un lato, la sua paranoia per i complotti interni e, dall’altra, la sua plateale ambiguità in politica estera. E risponde con il solo metodo che reputa efficace: il pugno di ferro in casa e uno smisurato orgoglio verso il resto del mondo. Incarcerare giornalisti indipendenti e professori universitari, rei di aver firmato un appello per la pace nel sud-est del paese, dove si combatte una guerra cruenta e invisibile fra esercito e i fuorilegge del Pkk, a spese della vita dei civili, significa considerare alto tradimento qualunque opinione contraria alla propria. E terroristi, tutti i dissidenti.

Armare i ribelli in Siria, chiunque essi siano, per abbattere a qualunque prezzo il regime di Bashar al-Assad, pur mantenendo il proprio posto al tavolo della Nato e prestando le proprie basi militari alla coalizione anti-Isis guidata dagli Stati Uniti, significa ritrovarsi, prima o poi, un kamikaze a Sultanahmet, nel cuore di Istanbul, in mezzo ai turisti che entrano ed escono da Topkapi e dalla Moschea blu. Certo, raffiche di arresti, nelle ore successive, e di bombardamenti aerei sulle postazioni del califfato in Siria, rassicureranno magari l’elettorato dell’Akp, il partito islamico conservatore del presidente della Repubblica e del premier Ahmet Davutoglu, attento esecutore delle decisioni di Erdoğan. Ma non è detto che bastino a fermare i jihadisti e gli attacchi all’industria turistica turca.

Dopo 13 anni di potere ininterrotto, se non si tiene conto della parziale sconfitta elettorale del marzo scorso, trionfalmente superata con il ritorno alle urne otto mesi dopo, Erdoğan guarda ancora lontano, al 2023 e al suo sogno di guidare una repubblica presidenziale collocata fra le prime dieci potenze al mondo. Ma adesso ha una priorità assoluta: debellare il nazionalismo curdo in tutte le sue forme, cominciando da quella, armata, del Pkk, ritenuto responsabile di un altro doppio attentato nei giorni scorsi a Diyarbakir, dove sono morte sei persone, tra cui un bambino.

Erdoğan non pare disposto ad accantonare il suo obiettivo principale neppure per dare respiro alla resistenza curda che combatte, con “gli stivali sul terreno” e con la simpatia internazionale, l’espansione dell’Isis in Siria e in Iraq. Nemico comune dei curdi e dell’Occidente, il Califfato sta diventando una minaccia anche per la Turchia che, tollerando per anni il via vai di ribelli attraverso le sue frontiere, sembrava o sperava di essersi messa al riparo dalle bombe umane di al-Baghdadi. Se a livello internazionale la Turchia di Erdoğan deve fare i conti con gli interessi contrastanti della Russia, dell’Iran, degli Stati Uniti e dell’Europa (per la quale rappresenta comunque un provvidenziale e indispensabile campo profughi), e con il ritorno sulla scena mediorientale di un Iran (sciita) sdoganato dall’embargo, all’interno dei suoi confini vige la volontà del presidente, applicata disciplinatamente da tutte, o quasi, le autorità competenti.

Così qualche giorno fa un popolare presentatore televisivo, Beyazit Ozturk, si è dovuto scusare per aver mandato in onda nel suo show, su Kanal D, la telefonata di una donna, che si è presentata come insegnante e che denunciava la morte di donne e bambini nei combattimenti del sud-est anatolico: “Non restatevene in silenzio – ha esortato la voce femminile, appellandosi alla sensibilità umana del pubblico e ricambiata da un applauso -. Qui i bambini vengono uccisi ancora prima di nascere. I figli non dovrebbero morire, le madri non dovrebbero morire”.

L’intervento, però, ha scatenato polemiche furiose sui social network e sui giornali, e invettive ufficiali contro il programma, contro il conduttore e contro la donna ospitata telefonicamente. La rete televisiva e il presentatore sono stati costretti a scusarsi. Per che cosa? Per avere avuto compassione della sofferenza di popolazioni civili in zona di conflitto? Fra l’11 dicembre 2015 e l’8 gennaio scorso – secondo quanto informa il quotidiano Hurriyet Daily News – nell’area degli scontri sottoposta a coprifuoco, sono morti 32 bambini e 29 donne, fra i 190 civili uccisi. Non è dato di sapere, all’opinione pubblica, dalle armi di chi. “Nessuno sta dicendo di non combattere il crimine e i criminali – ha commentato l’editorialista Mehmet Y. Yilmaz -. Ma per favore consentiteci almeno di provare dispiacere per la nostra gente, che sta morendo laggiù”.

Punito come disfattismo anti-patriottico, quel “dispiacere” si diffonde sempre più nella società civile e tra i giovani di Ankara e di Istanbul, serpeggia attraverso twitter, facebook, whatsapp e altri canali di malcontento e preoccupazione che neanche il più attrezzato dei grandi fratelli riuscirebbe a controllare completamente.

 Elisabetta Rosaspina, inviata del Corriere della Sera

Analisi di Elisabetta Rosaspina, inviata del Corriere della Sera

18 gennaio 2016

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