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Ereditare il presente

di Amedeo Vigorelli

La persistenza della memoria (1931), di Salvador Dalí.

La persistenza della memoria (1931), di Salvador Dalí.

Il recente editoriale di Gabriele Nissim su Il ruolo di Gariwo: l’educazione alla responsabilità globale non può non trovare piena condivisione in chi, come il sottoscritto, segue con interesse e partecipazione le iniziative sue e degli Amici di Gariwo da diversi anni. Mi trova – tra le numerose altre cose – particolarmente d’accordo il riferimento ai Giardini dei Giusti intesi come pietre di inciampo e non semplici mausolei della memoria: da onorare, come i cimiteri, una volta l’anno, e da lasciare poi nell’abbandono e nell’oblio dei viventi. È fin troppo facile tributare l’onore del ricordo a chi ha già ottenuto dalla storia, ossia dal passato, il riconoscimento di un merito e di un buon esempio. Certo, le memorie condivise hanno una fondamentale funzione di conservazione dell’unità e dell’identità dei popoli, delle nazioni, o delle comunità. Ma l’unanimismo della memoria non è sempre vissuto dalle coscienze personali come sincero e privo di riserve. Noi italiani, che viviamo in una nazione dalla fragile (perché giovane, si dice a scusante) consapevolezza identitaria civile e costituzionale, lo sappiamo molto bene. Piuttosto che all’unanimismo falso e rituale, i nostri Giardini dei Giusti dovrebbero servire di stimolo al rinnovamento del giudizio storico delle persone, nella consapevolezza delle inevitabili differenze e della complessità della scelta morale. Come le pietre d’inciampo con cui un geniale scultore tedesco ha segnalato, in molte città d’Italia, la presenza di anonime memorie di martiri del Nazismo e del Fascismo, così gli alberi e le targhe dei nostri Giardini dovrebbero obbligarci a soffermarci un attimo, prima di procedere nel nostro consueto cammino, di prendere posizione (pro, ma magari anche contro) su quei casi, per lo più ignorati, di inciampare – per così dire – su un passato che non vivevamo come nostro, ma come passato, appunto, ossia come qualcosa di superato, sepolto, giudicato, perdonato, redento: una memoria di nessuno, proprio perché di tutti. Dopo tutto noi non c’eravamo, non sapevamo, e suscitando un rossore o qualche lacrima sentimentale sul nostro viso innocente, riteniamo di esserci lavata la coscienza (anche senza esserci ancora guadagnato il paradiso). Quel passato, finalmente, non è più solo un passato di altri, ma anche nostro, e dunque di tutti: ma la responsabilità per quel passato non è nostra, e dunque non è di nessuno.

Questo atteggiamento è però l’opposto di quello che Gabriele Nissim ci propone come senso di una responsabilità globale. Una responsabilità che non riguardi tanto il passato, ma un presente, posto di fronte alla drammatica alternativa tra il tutto o il nulla della sopravvivenza umana. Una responsabilità che presuppone una catena solidale tra le generazioni (qualcosa di analogo all’appello, della Ginestra di Giacomo Leopardi, alla “social catena” tra gli umani, di fronte alla disumanità della natura). Il termine globale è, però, equivoco. La retorica della globalizzazione, ad esempio, lo interpreta come sinonimo di appiattimento, omogeneizzazione, annullamento delle differenze. Oppure come astratto universalismo, vuoto filantropismo, solidarietà a distanza. Pur nell’abuso del termine gergale di buonismo, che la sotto-cultura del WEB utilizza come epiteto ingiurioso da affibbiare a chiunque non si identifichi con la folla che, di volta in volta, nelle piazze e sotto i patiboli, sceglie con sicuro istinto bestiale Barabba contro Gesù. Pure in questo abuso – dicevamo – si può celare un utile rimprovero che la nostra coscienza, esaminata a fondo, rivolge anche a noi, che per partito preso, stiamo sempre dalla parte dei Giusti. La domanda che ci dobbiamo rivolgere non è che cosa si sarebbe potuto o dovuto fare in passato, per non provare vergogna ora di quei misfatti. Ma cosa va fatto oggi, per garantire a quelli che verranno dopo di noi, di proseguire nel cammino della umanità e non in quello della disumanità.

Ma che cosa ci possiamo fare, se la nostra coscienza, nell’oscurità e nell’incertezza dell’oggi, preferisce rivolgersi al passato? Non è in fondo questa la legge del tempo? La responsabilità dei padri ricade sui figli, si dice. Essi pagano le conseguenze di errori altrui. È in fondo giusto che li paghino, perché la storia è giustiziera, ma anche giustificatrice, e nella memoria dell’oggi il passato è finalmente ri-compreso, spiegato, giustificato. Questo ci basti come assicurazione di un domani migliore, e così sia. Ma questo amen della storia non è l’amen della preghiera cristiana e del sacrificio (sia esso cristiano, laico, o di altra religione). Ci sentiamo dalla parte dei Giusti, ma quelli che ora proclamiamo tali erano giudicati ingiusti, violenti, traditori, dal potere dell’epoca. Che cosa diremmo di loro se a prevalere fossero stati proprio i loro avversari, la forza del senso comune delle folle e della massa, la mediocrità morale dell’umano? A questo senso problematico dell’oggi e della storia ci richiama un grande filosofo del nostro tempo come Jan Patocka, che al senso del sacrificio ha improntato la propria etica. Il nostro (ha saputo riconoscere profeticamente quel “Socrate di Praga”, come lo si è chiamato) è infatti un tempo di sacrificio, per quelli che chiama gli uomini “spirituali”: quelli che hanno avvertito, senza ritrarsi, lo scuotimento tellurico del Novecento. Un sacrificio di significato globale, proprio perché non viene più compiuto in nome di una fede, di una ideologia, di uno scopo (tecnico, scientifico, culturale, o che sia). Ma è un sacrificio per niente, ossia rivolto a superare o trascenderel’ostacolo mondano (nel linguaggio di Heidegger: il ni-ente, il “no” pronunciato di fronte all’ente volta a volta presente, che ci impedisce l’accesso all’essere vero). È necessaria qui una pietra di inciampo, un avvertimento, che ci impedisca di continuare come prima il cammino.

Si potrebbe obiettare: come è possibile dilatare in modo tanto esteso la nostra situata coscienza del tempo, sino a farle abbracciare tutto un passato (che non vogliamo più), il presente (che non ci aggrada), il futuro (in cui speriamo)? Perché volerci ergere a giudici del presente, con la agevole malleveria dei Giusti di un passato, necessariamente idealizzato e prospettico, in quanto non veramente nostro? Non è questa cattiva utopia? Questa parola mi fa risuonare il ricordo di un altro filosofo, che più diverso da Patocka non potrebbe essere (o parere): Ernst Bloch. Il filosofo marxista, che in Lenin vedeva la reincarnazione non solo di Marx, ma di Lutero e di Münzer. Che nello Spirito dell’utopia e nel Principio speranza rivendicava il valore storico del socialismo marxista come utopia concreta e alternativa unica all’infamia del capitalismo. Ora, a Gariwo (che non vuole minimamente essere un partito o farsi partito: come qualcuno un po’ malignamente ha affermato), non può interessare la rivisitazione storico-filosofica del pensiero di Bloch (che del resto è già stata fatta egregiamente negli anni Settanta da Guido Davide Neri, tra i migliori). Ma può forse interessare la complessa riflessione sul tempo, in un’opera (meritoriamente tradotta e nuovamente curata da Laura Boella) degli anni Venti, Eredità di questo tempo (Mimesis 2015). In quest’opera fatta di frammenti e articoli di giornale, incompiuta per necessità e per scelta, Bloch si interroga su una possibilità paradossale. Quella di non ereditare il passato, bensì il presente. La sua questione è un po’ difficile da esporre, ma la sua formula (ereditare il presente) fa forse al caso nostro. Per lui si trattava di assumere un punto di vista critico sul suo presente (la sconfitta del comunismo e la controrivoluzione del nazismo in Germania), per ricongiungere, nella oggettiva tendenza al socialismo, gli elementi di un passato rivoluzionario trascorso e irredento, le sopravvivenze romantiche e reazionarie di questo passato in un presente oscuro e senza alternativa apparente, per rovesciarne utopicamente il significato e consegnarlo a un futuro da riaprire e ricreare nella prassi.

Per noi che cosa può invece significare più modestamente l’espressione ereditare il presente? Anzitutto rinunciare all’idea che basti tenere viva la memoria del buono di un passato che (senza particolari meriti) abbiamo ricevuto in eredità, per sentirsi legittimati a proseguire la nostra via consueta e perseguire il nostro senso di giustizia. Esso si nutre degli esempi di quelli che noi (con il conforto dei molti,se non di tutti) giudichiamo I Giusti, dimenticando il rischio che implicava il loro sacrificio: quello di finire dalla parte perdente della storia, dalla parte dei sommersi anziché in quella dei salvati. La storia non è un giudice benevolo: è prima giustiziera (e la sua è una giustizia sommaria), e solo poi giustificatrice. Per questo dobbiamo sottoporci a un difficile esercizio di visione e di memoria. Anziché dislocare nel passato il nostro presente (così confuso e povero di alternative), per riceverne una assicurazione circa il futuro che prepariamo a chi verrà dopo di noi, dovremmo dislocarci nel futuro, guardare di traverso (come scriveva Bloch) il nostro presente attuale, considerarlo alla stregua di un passato, e interrogarci su che cosa di esso riteniamo vada salvato e consegnato agli eredi. Questi non erediteranno un buon presente, se noi prima non avremo saputo ereditare il nostro. Dobbiamo cioè sottoporci alla prova di conoscere, per ben giudicare e discriminare il Giusto, anche quando non appaia tale e maggioritario, ma nascosto, equivoco, incerto, e pur dotato di una luce capace di rischiararlo. Proprio a questo servono le pietre di inciampo: a interrogarci su ogni passo che facciamo, a saper cambiare direzione, a cercare là dove non pensavamo che avremmo trovato la nostra strada. Un po’ come Ulisse, che riesce a fare la sua navigazione nel pelago infinito e labirintico senza smarrirsi, perché è mentalmente già approdato a Itaca, e può errare e perdersi senza perdere il presente, ma guadagnandolo, o, per così dire ereditandolo. Fantasie filosofiche, alimentate dalla vampa estiva? Probabilmente, ma forse anche riflessioni utili ad aprire la mente.

Amedeo Vigorelli, docente di Filosofia morale all'Università degli Studi di Milano

Analisi di Amedeo Vigorelli, docente di Filosofia morale all'Università degli Studi di Milano

4 luglio 2019

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