Gariwo
https://it.gariwo.net/editoriali/esposizione-alla-morte-e-coscienza-della-vulnerabilita-una-riflessione-tra-patoka-e-l-attualita-23005.html
Gariwo

Esposizione alla morte e coscienza della vulnerabilità. Una riflessione tra Patocka e l'attualità

di Giovanni Caccia Dominioni

Jan Patočka

Jan Patočka

Questo scritto – sollecitato da una riflessione sviluppata nell’ambito dei miei studi universitari – nasce da una esigenza personale. Stiamo forse vivendo un evento epocale: l’uscita forzata della morte dallo spazio privato, in cui era stata confinata negli ultimi decenni, e la sua violenta irruzione nella dimensione pubblica. Ovviamente mi riferisco all’attuale pandemia e al modo in cui, in conseguenza di essa, la morte è tornata ad occupare i titoli d’apertura dei notiziari televisivi e dei giornali, cessando di venir relegata nella cronaca nera o dei disastri. Questa considerazione vale soprattutto per i primi mesi di pandemia, mentre ora vi è una sempre maggiore assuefazione alla fredda contabilità quotidiana dei morti che richiama quella triste affermazione attribuita a Stalin, secondo cui “una morte è una tragedia, un milione di morti è statistica”. 

Parto da una citazione della Gaia scienza di Friedrich Nietzsche:

Mi dà una felicità malinconica il pensiero di vivere nel mezzo di questo groviglio di vicoletti, di bisogni, di voci: quanti piaceri, impazienza, bramosie, quanta vita assetata ed ebbra di vita vi vengono alla luce in ogni istante! E tuttavia presto scenderà tanto silenzio su tutti questi esseri chiassosi, vivi, assetati di vita! Dietro ad ognuno c'è la sua ombra, il suo cupo compagno di strada! (IV, 278).

Essa sembra smentire la convinzione epicurea, secondo cui la morte non ci debba preoccupare, in quanto quando ci siamo noi non c’è la morte e quando c’è la morte noi non siamo più. Nietzsche invece descrive la morte come un “cupo compagno di strada” cui è impossibile non rivolgere il pensiero, anche se apparentemente distante da quella che può essere l’ordinaria quotidianità in un determinato periodo della vita. Generalmente, infatti, si pensa alla gioventù come al momento in cui lo “spettro” della morte appare più remoto, in contrapposizione alla vecchiaia, in cui questo “spettro” è più che mai presente. Ora, da un punto di vista storico-sociale, questa rimozione della morte, specie da parte dei giovani, può essere vista in stretto rapporto con l’attuale contesto capitalistico. Basti prendere in considerazione la costante esaltazione del mito del giovanilismo operato dall’odierna società dei consumi, le cui motivazioni appaiono evidenti: il giovane coincide con il modello di consumatore ideale. Consumatore ideale, innanzitutto, per il suo bisogno di identità e di appartenenza, che si pone in rapporto di perfetta convergenza con gli interessi di posizionamento di mercato dell’impresa: l’obiettivo principale non è più tanto quello di allargare la platea degli acquirenti, bensì quello di fidelizzare i clienti, ossia renderli dei seguaci devoti (dei followers). Chi dunque meglio del giovane potrebbe incarnare questo paradigma economico? Al desiderio di affiliazione si aggiunga poi un’ulteriore caratteristica: la tendenza a ragionare su una linea temporale infinita, che rende di conseguenza plausibile e raccomandabile un’accumulazione di beni infinita. Una tendenza apertamente riconosciuta nella teoria macroeconomica del reddito permanente, elaborata da Milton Friedman, uno dei massimi esponenti del neoliberismo economico. Per poter agire in questa prospettiva temporale infinita, nella quale l’orizzonte scompare in un’ottica di consumo, diventa allora fondamentale rimuovere il principale ostacolo: la morte e perciò la finitezza della vita.

Vorrei qui riferirmi alla critica dell’orizzonte chiuso e totalitario della società contemporanea sviluppata da Jan Patočka nei suoi scritti. Per il filosofo cecoslovacco Patočka il totalitarismo novecentesco, sia nella sua versione capitalista che in quella socialista, si fonda sulla convinzione di natura tecnico-scientifica che solo la volontà di potenza consente di elaborare un senso oggettivo della realtà e di sfuggire alla consapevolezza della morte e delle sue conseguenze nichiliste. Queste sue riflessioni sulla tecnica e il suo presunto potere di liberazione ci invitano a riflettere su un aspetto del tutto nuovo: la radicale medicalizzazione della morte, avvenuta nel corso del XX secolo. La medicalizzazione della morte ha comportato “l’espulsione” di essa dalla sua dimensione domestico-familiare e perciò comunitaria. Vi è infatti la tendenza, nella società contemporanea, ad attribuire un valore morale negativo alla morte; pertanto ogni individuo andrebbe posto nella condizione di vivere a tempo indeterminato. Più che un fatto naturale, l’interruzione della vita viene intesa come la più radicale delle ingiustizie che possano capitare a un essere umano; il morire diviene inevitabilmente un male e un errore, a cui l’uomo è tenuto a porre rimedio con tutti gli strumenti medici e tecnologici a disposizione.

Si tratta, in realtà, di un processo in atto già da parecchi secoli: ne è testimonianza lo studio della storia delle sepolture in Occidente, passate dalle cripte delle chiese nel medioevo, quindi nel cuore dei centri abitati e della vita sociale dell’epoca, ai cimiteri organizzati, per evidenti ragioni sanitarie, in maniera razionalistica e asettica in età napoleonica e soprattutto collocati al di fuori delle città. Questo processo, però, è giunto al culmine nel secolo scorso con l’innovazione medico-scientifica, che ha fornito strumenti potenti e inediti per affrontare le malattie e ha allungato considerevolmente l’aspettativa di vita: spostando, infine, il baricentro delle cure dalla casa all’ospedale, trasformando quest’ultimo nel principale luogo di morte (recenti sondaggi hanno rilevato che solo il 30 per cento degli americani e il 25 per cento dei britannici muore a casa; e tanto distante appare il rapporto con la morte, che il 90 per cento dei tedeschi afferma di non sapere come comportarsi in presenza di una persona che sta morendo).

La morte ospedalizzata è stata definita da alcuni antropologi come “morte scomparsa-nascosta” (Louis-Vincent Thomas, Antropologia della morte, Garzanti Milano, 1976): la causa del cambiamento di atteggiamento nei confronti della morte, sempre più estromessa e relegata ai luoghi clinici di cura, non va soltanto individuata nella maggiore capacità e efficacia medica, ma piuttosto nel cambiamento di approccio culturale alla propria esistenza. Un approccio culturale per il quale l’individuo si afferma sempre prima nella sua autonomia, pretendendo di poter giocare questo ruolo di soggetto attivo (e onnipotente) anche nei confronti della propria morte, quindi aspettandosi che la medicina sia capace di sostenere la sua esistenza individuale nel tempo. Se dunque il nostro rapporto con la morte è medicalizzato, per evitare che esso sia solamente tecnico, non si tratta di “demedicalizzare” la morte, ma di ripensare la questione del senso contemporaneo della stessa e della finitudine costitutiva della nostra umanità, che la tecnica non può annullare ma solo occultare. È come se l’unico fine proposto alla nostra socialità fosse la mera sopravvivenza biologica.

È una questione ben presente alla riflessione filosofica di Patočka, che scrive:

sembra che tutto il movimento storico abbia finito per sboccare proprio laddove aveva preso inizio, cioè nella dipendenza della vita dalla propria autoconservazione (Saggi eretici sulla filosofia della storia, Einaudi, Torino 2008, p. 82)

Si assiste di fatto al grottesco paradosso per cui la storia, intesa come libera apertura di senso che spezza la ciclicità di una vita che consuma se stessa, finisce per sfociare nella nuda vita incapace di assumere la prospettiva della morte. Cogliamo qui una delle grandi intuizioni di Patočka, nella distinzione tra le forze della “notte” e quelle del “giorno”: queste ultime caratterizzano le società totalitarie, in quanto il totalitarismo tenta di cancellare ogni problematicità della vita (problematicità che, invece, appartiene alle forze della “notte”), in nome di una falsa positività, senza conflitti, pianificata, rassicurante e alienante. Per il filosofo boemo, invece, misurarsi con la verità significa tornare ad abbracciare la problematicità della vita (la morte, l’ignoto, la possibilità della scelta e del cambiamento). In realtà la morte non scompare del tutto nel “giorno”, ma si trasforma in un’analisi costi-benefici applicata alla vita umana; viene ammessa solo come giusto mezzo per il raggiungimento di un fine accettato. Ciò che cade nell’ombra è la morte in quanto lutto, sofferenza, insensatezza. Per le forze del “giorno” la morte è ammessa come calcolo astratto finalizzato al progresso, ma la morte come crollo che scuote la vita di ciascuno è invece rimossa.

È proprio questo misurarsi con le forze della “notte” che permette viceversa di capire la posta in gioco effettiva nella vita e nella morte; in modo da comprendere che la storia non consiste in una banale successione di giorni, ma nasce dal conflitto tra la “mera vita”, sopravvivenza accettata e incatenata dal terrore, e la “vita al culmine”, ossia la vita che scorge la finitezza del giorno e delle sue luci. Coloro che, immergendosi nella “notte”, hanno assistito al crollo degli ideali del “giorno” maturano quella che Patočka chiama “la solidarietà degli scossi” ossia il senso di comunanza che nasce dalla scossa di scoprirsi simili e uniti al cospetto di morte e finitezza. La solidarietà nasce in primo luogo tra coloro che hanno vissuto l’esperienza del fronte (Patočka aveva in mente i suoi contemporanei reduci dalle guerre mondiali), ma da essi si propaga a chiunque venga messo davanti alla precarietà della propria esistenza; questa consapevolezza ci spinge dunque a vivere le nostre vite “allo scoperto”, nel senso di assumerci le responsabilità delle nostre esistenze e impegnarci per la costruzione di un destino comune. Questa esperienza della “scossa” è intimamente connessa, poi, al fenomeno del sacrificio, in quanto movimento che per eccellenza scuote, pratica che più di ogni altra fa tremare chi la compie. Per Patočka il sacrificio si concretizza quando il soggetto è disposto a mettere a rischio la sua stessa vita, pur di rimanere fedele alla propria responsabilità personale di fronte al mondo (il pensiero va inevitabilmente alla vicenda di Jan Palach e del suo sacrifico che scosse le coscienze di molti connazionali di Patočka). Con sacrificio l’autore non intende necessariamente il tributo di sangue, bensì, più in generale, il rendere sacra una propria azione, nel senso di irriducibile alle dinamiche del quotidiano e dunque in aperta opposizione all’ordinario. La disponibilità al sacrificio si rivela funzionale alla riscoperta del ma, al contempo – se spinto ai suoi estremi tragici – si traduce in un atto che ristabilisce il punto di vista impersonale della morte: essa, infatti, è il punto di inciampo di ogni personalismo, di ogni tentativo di circoscrizione nei confini narcisistici della persona.

Le parole di Patočka sulla responsabilità richiamano quelle di un altro grande pensatore del Novecento: Hans Jonas e la sua formulazione del “principio responsabilità”. Jonas, di fronte al potere derivante dalla scienza e dalla tecnica, ha sentito la necessità di formulare un nuovo imperativo categorico che così recita: “agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la sopravvivenza della vita umana sulla Terra”. La necessità di questo nuovo imperativo categorico nasce dalla cognizione del divario tra conoscere e sentire che caratterizza l’uomo contemporaneo: la nostra capacità di fare, di conoscere, di produrre supera di gran lunga la nostra capacità di prevederne le conseguenze e di percepirne gli esiti potenzialmente distruttivi. Bisogna dunque ricercare nuovi principi etici che sappiano guidare l’agire ora irresponsabile dell’uomo, considerando non più valide le premesse di un’etica tradizionale, un’etica antropologica del “qui e ora”, che aveva come fine ultimo solo ciò che concerneva i rapporti umani (la dimensione della polis).

Uno dei tratti distintivi della nuova etica avanzata da Jonas è sicuramente il concetto di “euristica della paura”, ovvero la consapevolezza che il male, che può compiersi a seguito di talune scelte, può mettere in pericolo la vita stessa dell’umanità. La paura, così come la intende Jonas, non è un sentimento che paralizza ma che induce all’azione, all’assunzione di responsabilità per l’ignoto futuro; è una paura altruistica, perché muove dall’intento di aver cura degli altri, dalla preoccupazione per la minaccia che incombe sulla loro esistenza. Solo la consapevolezza della vulnerabilità può innescare in noi il principio di responsabilità in quanto “responsabili si può essere soltanto per ciò che è mutevole ed è minacciato dalla corruzione e dalla decadenza, in breve, per il transitorio nella sua transitorietà” (Il principio responsabilità, Einaudi, Torino 2009, pp. 156-157).

Ecco come la consapevolezza della propria finitezza diventa l’elemento centrale per lo sviluppo di un’autentica etica della responsabilità: grazie ad essa l’uomo può proiettare sé medesimo e l’intera umanità nel futuro e pianificare in vista della propria fine e di quella altrui. La coscienza della fine ci impone di uscire dall’io autoreferenziale e ci costringe a volgere il pensiero a coloro che ci succederanno, coloro “che erediteranno” il pianeta. Jonas considera il genitore e l’uomo politico come i rappresentanti più espliciti dell’etica della responsabilità: entrambi devono essere consapevoli della transitorietà del loro ruolo e, al tempo stesso, dell’imprescindibilità del loro contributo nell’avere cura e orientare l’avvenire, a cui probabilmente non assisteranno, dei figli e dei cittadini. Occorre sviluppare e coltivare la capacità di contemplare la propria finitezza: oltre che per ragioni di carattere etico e politico, anche per i riflessi che questa contemplazione può determinare sul nostro benessere psicofisico. Ne è dimostrazione un recente reportage condotto in Bhutan, un piccolissimo stato himalayano celebre per avere ideato il GNH (gross national happiness) come indicatore per calcolare il benessere della popolazione; dove si racconta che uno dei segreti dell’alto livello di felicità riscontrato tra gli abitanti del paese abbia a che fare con la tradizione bhutanese di pensare cinque volte al giorno alla propria morte.

Rileggere queste riflessioni alla luce della stringente attualità della pandemia mi porta a formulare delle considerazioni ambivalenti. Da un lato, l’attuale pandemia sembra aver esacerbato alcune dinamiche in precedenza descritte, come la sempre maggiore medicalizzazione della morte e la sua rimozione dall’orizzonte collettivo (paradigmatiche, a questo proposito, risultano le diverse manifestazioni di negazione della paura e dell’angoscia che si sono susseguite, con slogan e altro, durante il primo lockdown). In questo senso alcune delle parole più illuminanti, e al contempo inquietanti, sono quelle pronunciate dallo scrittore francese Michel Houellebecq in un contributo editoriale che vorrei qui riportare quasi per intero:

La tendenza ormai da oltre mezzo secolo, ben descritta da Philippe Ariès, è di dissimulare la morte, per quanto possibile; ed ecco, mai la morte è stata tanto discreta come in queste settimane. La gente muore in solitudine nelle stanze di ospedale o delle case di riposo, viene seppellita immediatamente (o incenerita? La cremazione è più nello spirito del tempo), senza invitare nessuno, in segreto. Morte senza che se ne abbia la minima testimonianza, le vittime si riducono a una unità nella statistica delle morti quotidiane, e l’angoscia che si diffonde nella popolazione mano a mano che il totale aumenta ha qualcosa di stranamente astratto. Un’altra cifra ha acquisito molta importanza in queste settimane, quella dell’età dei malati. Fino a quando vanno rianimati e curati? 70, 75, 80 anni? Dipende, a quanto sembra, dalla regione del mondo in cui viviamo; ma in ogni caso mai prima d’ora avevamo espresso con una sfrontatezza così tranquilla il fatto che la vita di tutti non ha lo stesso valore; che a partire da una certa età (70, 75, 80 anni?), è un po’ come se si fosse già morti. Tutte queste tendenze, l’ho detto, esistevano già prima del coronavirus; non hanno fatto che manifestarsi con una nuova evidenza. Non ci sveglieremo, dopo il confinamento, in un nuovo mondo; sarà lo stesso, un po’ peggiore”.

Dall’altro lato, sebbene le prospettive di una maggiore maturità dell’umanità occidentale nel relazionarsi al tema della morte appaiano fosche, il principio di responsabilità che dovrebbe animare tutte le persone di buona volontà spinge ad adoperarci attivamente perché l’evento della pandemia possa rappresentare l’occasione di ripensare il rapporto con la vulnerabilità. Esperienza, questa, che deve generare in noi il senso di comunanza invocato da Patočka che, però, non deve limitarsi alla dimensione della polis, ossia dei rapporti esclusivamente umani, bensì estendersi anche alla biosfera. Questa pandemia (innescatasi con il cosiddetto spillover, ossia il salto di un agente patogeno da una specie all’altra che, purtroppo, sembra destinato ad accadere sempre più frequentemente a causa dell’invasione e alterazione di ecosistemi praticata dal genere umano da diversi decenni) offre lo spunto, anzi, auspicabilmente l’insegnamento, di prendere coscienza delle proprie vulnerabilità, percependo al contempo il legame che unisce tutti gli abitanti, umani e non, del pianeta, in quanto “esseri sulla nostra stessa barca e che quindi possono venire considerati come nostri compagni di vita”. La speranza, a cui aggrapparsi con tutte le forze (spes contra spem), è che questo insegnamento venga tempestivamente raccolto e che, una volta raccolto, non vada irrimediabilmente disperso.

Analisi di

4 febbraio 2021

Non perderti le storie dei Giusti e della memoria del Bene

Una volta al mese riceverai una selezione a cura della redazione di Gariwo degli articoli ed iniziative più interessanti. Per iscriverti compila i campi sottostanti e clicca su iscrizione.




Questo sito è protetto da reCAPTCHA e si applicano le norme sulla privacy e i termini di servizio di Google.

Grazie per aver dato la tua adesione!

Contenuti correlati

Scopri tra gli Editoriali

carica altri contenuti