Gariwo: la foresta dei Giusti

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Faccia a faccia con un genocidio

di Simone Zoppellaro

Il capodanno yazida al tempio di Lalish

Il capodanno yazida al tempio di Lalish Foto di Simone Zoppellaro

Per comprendere che cosa sia un genocidio non serve aprire un libro di storia, visitare musei o memoriali. Basta prendere un volo low cost, poche ore da Roma con scalo a Istanbul o al Cairo, e atterrare a Erbil, capoluogo del Kurdistan iracheno. Non serve neppure un visto, per noi italiani. La natura è dolce e rigogliosa, il cibo ottimo, la gente cordiale e accogliente. Per comprendere come la storia infame dei genocidi non si sia affatto chiusa alla metà del Novecento – né con la Cambogia o Srebrenica – basta incontrare gli abitanti di questa regione, che di genocidi ne hanno subiti diversi nell’arco degli ultimi trent’anni. Arrivare qui, toccare la paura, respirare queste vite sospese, ascoltare i racconti e le loro reticenze.

Una prossimità che ci spiazza e interroga, scava abissi profondi dentro di noi, lasciandoci interdetti di fronte alla presenza attuale di questo neologismo, ‘genocidio’, creato apposta per esprimere un’idea inedita e sconvolgente. Una parola che non esisteva nel vocabolario di alcuna lingua prima che un giurista ebreo polacco, Raphael Lemkin, la coniasse per definire quanto legava il dramma degli armeni del 1915 e quello della Shoah, le loro profonde analogie. Ebbene, cosa avrebbe pensato Lemkin – mi sono chiesto prima di partire – se avesse potuto guardare avanti e vedere il dramma degli yazidi, le persecuzioni subite dai curdi sotto Saddam? Ora che il viaggio è concluso, restano ben pochi dubbi. Il genocidio è ancora qui, accanto a noi, solo che non lo vogliamo vedere.

Eppure tutti, in questa regione, hanno subito le conseguenze di questa parola terribile, che in Kurdistan assume una dimensione molto diversa da come la intendiamo noi, per nulla astratta, persino familiare. Genocidio è il pane quotidiano di questa gente: degli yazidi e dei curdi, ma anche di siriaci e armeni. Genocidio è l’aria che respirano, la terra che calpestano. Ricorre nei loro discorsi in famiglia o davanti a un caffè come da noi si parlerebbe di calcio o di moda. Eppure genocidio è, in primis, un termine tecnico e circoscritto, dove si coniugano la precisione di un bisturi insieme alla dimensione ineffabile che si riscontra in alcune delle esperienze più estreme della storia dell’uomo. Un termine di rara potenza, quasi sacrale, cosa che rende particolarmente indigesto l’uso propagandistico, svilente, che ne fanno taluni politici. Una parola che, incarnata nella presenza di vittime e sopravvissuti – di fronte a noi – spazza via le nostre certezze, ci incalza, forse persino ci assale.

Non uno, dicevamo, ma diversi genocidi. In Kurdistan hanno avuto luogo, all’epoca di Saddam Hussein, sia la campagna di al-Anfal contro i curdi che l’attacco chimico di Halabja, oltre ai massacri e la resa in schiavitù degli yazidi compiuti dall’Isis dal 2014 nella regione del Sinjar. Tutti eventi ascrivibili, secondo diversi esperti e istituzioni internazionali, all’universo genocidario. Il bilancio supera in totale il centinaio di migliaia di morti, con migliaia di villaggi interamente distrutti, mentre sono tremila le donne e i bambini tenuti ancora oggi prigionieri in condizioni disumane, e due milioni i profughi e gli sfollati, i cui campi affiorano ogni dove nel paesaggio. Ma non solo: qui si trovano migliaia di cristiani sfuggiti alla persecuzione del sedicente Stato Islamico, a loro volta nipoti e pronipoti (con un tragico ricorso della storia) dei sopravvissuti al genocidio perpetrato contro armeni e siriaci nel 1915 nell’Impero ottomano. Il tutto in un territorio, quello del Kurdistan iracheno, molto più piccolo dell’Italia settentrionale, e assai meno popoloso della sola Lombardia.

Scrive Pier Paolo Portinaro, in un importante volume da poco edito da Laterza: «Nel corso della storia il genocidio è sempre stato accompagnato da sostanziale indifferenza. La grande massa dei genocidi è sprofondata nell’oblio, si può dire che appartenga alla falda sommersa della storia universale». Questa verità, semplice ma insieme sconvolgente, non fa eccezione oggi. È anzi la cosa che più mi ha colpito e spronato, quando ho iniziato il mio lavoro sulla minoranza yazida, intervistando Nadia Murad, la celebre attivista e candidata al Nobel per la pace. Solitudine, frustrazione, disincanto, rabbia – saranno una costante nelle decine di interviste che ho fatto a politici yazidi, attivisti, sopravvissuti e gente comune. La speranza, quasi messianica, di una salvezza e di un riscatto che giungano da Occidente, ma anche e soprattutto la paura e la diffidenza che la fanno da padrone su tutto. La difficoltà di raccontare questa tragedia troppo prossima, narrata quasi sempre al plurale, in un ‘noi’ a tratti epico, ma che a volte si rivela solo un espediente per evitare di mettere in ballo la memoria personale e il proprio io. Per non far riemergere le violenze subite e il sentimento di impotenza che ne deriva.

Non è un tema facile, certo, neppure per il testimone che le raccoglie. Neppure per chi, come me, si limita a registrare e trascrivere, raccogliendo materiali per il mio libro, la prima monografia scritta in italiano su questo argomento. Avviene allora, dentro di me, quel "riconoscimento della propria fragilità" di cui parla la Carta delle Responsabilità di recente promossa da Gariwo. Ci si scopre piccoli e inadeguati, di fronte a un evento così grande e al dolore di queste vittime. Tragedie che possiamo solo immaginare, me ne rendo conto, senza mai del tutto comprenderle. Ci si fanno domande, e capita a volte di sentirsi fuori luogo di fronte a un dramma troppo recente, e a queste vittime che non hanno avuto ancora modo di elaborare lutti e violenze. Ma, insieme a questo – come ricorda sempre questo importante documento, che vi invito a leggere – nasce anche l’impulso per «una sfida all’indifferenza», la necessità di darsi da fare per rompere il muro dell’oblio e richiamare l’attenzione nei confronti di questo dramma del nostro tempo. Una delle pagine più terribili, fra le tante, che hanno segnato il Medio Oriente degli ultimi anni, e che è tuttora in corso.

Certo, sarebbe più facile limitarsi a ripetere – come fanno in molti – il nostro ‘mai più’ circostanziato in occasione della Giornata della Memoria o di ogni altra commemorazione del passato nostro o altrui. Leggiamo ancora nella Carta: «La responsabilità verso le vittime del passato si dimostra inadeguata quando viene meno la cura e la misericordia verso chi viene umiliato nel nostro tempo». Il ricordo della Shoah e del Genocidio armeno sono troppo grandi per essere imbrattati da reticenze e mezze bugie, dal nostro silenzio sui crimini di oggi. La verità è che il mondo in cui viviamo è la riprova che Auschwitz non è superata, che è divenuta un paradigma del nostro presente. E non solo in Iraq o Siria, ma anche qui, fra di noi, nella nostra omertà complice, nel nostro continuo voltarsi dall’altra parte, guardare al proprio orticello. Il punto è che oggi non possiamo più permetterci di delegare alla politica e alle istituzioni – spesso in crisi, o allo sbando – un impegno e una solidarietà sempre più svuotati di contenuto.

E allora è importante ricordarsi che il Kurdistan è lì, dietro casa, dove migliaia di curdi hanno perso la vita lottando contro l’Isis. Che gli yazidi bussano ancora alle nostre porte, ma nessuno li vuole, negando loro lo statuto di rifugiati oltre che la dignità di sopravvissuti. Che la Turchia in questi giorni bombarda quelle stesse terre dove gli yazidi furono uccisi a migliaia dall’Isis, facendo vittime e terrorizzando i sopravvissuti. Che lo Stato Islamico ha ancora in mano oltre tremila donne e bambini yazidi, usati come schiavi, torturati e contro i quali vengono commessi ogni sorta di abusi. Non dimentichiamolo mai, neppure per un istante, quando pensando all’Olocausto ebraico o armeno pronunciamo il nostro sacrosanto ‘mai più’. Rischieremo di essere una parodia di noi stessi.

Analisi di Simone Zoppellaro, giornalista

30 maggio 2017

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