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Fondamentalismo: l'Islam distorto dall'ideologia

di Paolo Branca

I fondamentalisti hanno una visione distorta e limitata della realtà: prendono in considerazione solo quelle parti della loro tradizione che sono funzionali alla loro ideologia, e le applicano meccanicamente, senza considerare i differenti contesti che hanno sempre influito e tuttora influiscono sulla loro interpretazione anche all’interno della sconfinata comunità islamica, formata attualmente da più di un miliardo e mezzo di persone in differenti luoghi della terra, lungo un arco temporale di ormai 14 secoli.

Purtroppo, come diceva Gramsci, la storia insegna, ma non ha allievi!

L’egemonia imposta da varie sigle islamiche, generosamente sostenute da finanziamenti di Paesi che non son certo noti per atteggiamenti illuminati, priva molte persone di elementi indispensabili alla formazione di uno spirito critico, senza il quale si potrà anche esser liberi ‘di’ credere, ma non si sarà mai liberi ‘nel’ credere.

Qui e ora avremmo la possibilità di non rimanere passivi di fronte a sempre possibili derive, ma quanto poco ce ne curiamo! I musulmani che vivono tra noi avrebbero l’opportunità di accostarsi alle loro stesse fonti con occhi nuovi, se solo se ne offrisse l’occasione - che invece viene sistematicamente trascurata a favore di polemiche sterili su velo o burqini, su alcol o carne di maiale o non islamicamente macellata… 

Il controesodo di musulmani, che lasciano Paesi sedicenti islamici, o comunque nei quali le forme della religione istituzionale hanno un aspetto pervasivo, per dirigersi in società laiche e secolarizzate, potrebbe costituire una chance per liberare finalmente troppe energie specie giovanili intrappolate e strumentalizzate per favorire un preteso scontro di civiltà, paradossalmente privo degli elementi di base che potrebbero invece renderlo un sano confronto a vantaggio di tutti.

Non la religione, o una certa religione, ma la deriva che le può coinvolgere tutte (in forme e periodi diversi) e che siamo soliti definire 'fondamentalismo’  è un fenomeno che suscita una crescente apprensione nel mondo intero.

Gruppi di puritani, intransigenti e persino fanatici ne son sempre esistiti, ma il fondamentalismo è tipico della modernità, poiché a essa si oppone e ne è quindi in qualche modo uno dei paradossali esiti.

Si potrà obiettare che anche chi non è fondamentalista crede e pratica le stesse cose, qual è dunque la differenza? Può aiutarci considerare che i nemici dei fondamentalisti non sono tanto gli atei o gli agnostici, ma coloro che non condividono con essi lo stesso modo di ‘appartenere’ alla medesima comunità religiosa.

Il ‘noi’ che essi oppongono a quello altrui non fa riferimento ad alcuna delle concrete e diversificate esperienze a cui nel corso del tempo e in diversi luoghi la loro tradizione ha dato vita. Si tratta di una visione del tutto ideologica e decontestualizzata di quello che l’islam sarebbe o dovrebbe essere, ma che in buona sostanza non è mai stato in nessun tempo e luogo.

Nelle religioni, tutte, è presente un’opposizione binaria fra quanto è vero o falso, buono o cattivo, accettabile o riprovevole… ma dovrebbe essere altrettanto chiaro che l’ossessiva contrapposizione dei vari binomi non è consigliata anche a difesa di un minimo d’armonia interna all’individuo e col suo entourage:

I servi del Compassionevole: sono coloro che camminano sulla terra con umiltà e quando gli ignoranti si rivolgono loro, rispondono: ‘Pace!’”(Corano 25, 63).

Ad ognuno di voi abbiamo assegnato una via e un percorso. Se Iddio avesse voluto, avrebbe fatto di voi una sola comunità. Vi ha voluto però provare con quel che vi ha dato. Gareggiate in opere buone: tutti ritornerete a Dio ed Egli vi informerà a proposito delle cose sulle quali siete discordi” (Corano, 5, 48).

Anche nei detti attribuiti al Profeta sussistono esempi dello stesso tenore: “In un giorno torrido, una prostituta ebrea vide un cane trascinarsi per strada con la lingua arsa della sete. Si tolse allora una scarpa per attingere al pozzo e dargli da bere. Per questo Iddio le perdonò i suoi peccati”.

Una logica binaria funziona con le macchine, ma l’esperienza umana vi rientra a fatica. Considerare un testo anche sacro e rilevato come ‘il libretto d’istruzioni’ per far funzionare le persone è aberrante, anche se apparentemente può risultare ‘comodo’.

Tale disumanizzazione del dato religioso può essere efficacemente contestata anche facendo riferimento alle fonti classiche delle varie tradizioni religiose.

Lo stesso linguaggio è significativo al riguardo: fin dal periodo pre-islamico, in arabo i termini per indicare il bene e il male erano rispettivamente ma’ruf e munkar. Il primo significa ‘ciò che è riconosciuto’ e il secondo ‘ciò che viene rifiutato’.
Come si vede una distinzione basata sul buon senso e sull’esperienza della comunità la quale, dunque, dimostra di possedere la facoltà di riconoscere le due realtà prima e indipendentemente da qualsiasi indicazione divina. Anche dopo l’avvento dell’Islam non sono state davvero poche le tensioni fra opposte scuole di pensiero più o meno disposte a riconoscere tale autonomia della ragione rispetto al dato rivelato.

Persino il termine jihad non significa mai nel Corano ‘guerra’ per i primi 12 anni in cui la primitiva comunità musulmana restò alla Mecca, città pagana in cui la vita dei nuovi monoteisti raccolti attorno al Profeta non era stata sempre facile. Solo dopo la forzata emigrazione in un’altra città, Medina, e non senza tentennamenti si giunse a consentire prima e poi a organizzare spedizioni militari di carattere prevalentemente reattivo e difensivo. Si potrebbe obiettare che le prime biografie del Profeta ne celebrano anzitutto le qualità di capo e condottiero, ma si tratta ovviamente di un genere letterario destinato a supportare le conquiste seguite alla sua scomparsa, utili a mantenere unite le litigiose tribù d’Arabia contro un nemico comune e a scongiurare defezioni o lotte intestine.

Conversioni forzate o sbrigative esecuzioni furono al tempo più l’eccezione che la regola, benché le cose fossero destinate a mutare nel quadro di un vasto Impero che andava via via consolidandosi.

Anche per quanto riguarda l‘abbigliamento delle musulmane, il diario del grande viaggiatore maghrebino Ibn Battuta giunto alle Maldive nel XIV secolo, riserva qualche curiosa sorpresa: “Le donne di queste isole non si coprono il capo, neppure la regina (…) La maggioranza porta indumenti che nascondono solo la parte inferiore del corpo, lasciando nudo il resto. Camminano così nei mercati e in ogni altro luogo. In quanto giudice stabilii che dovessero coprirsi, ma senza esito. Non permettevo comunque a donne di presentarsi in giudizio se non coperte. (…) Alcune delle mie domestiche si adattarono a indossare un capo d’origine indiana per coprirsi la parte superiore del corpo, ma siccome non vi erano abituate devo ammettere che non erano affatto eleganti”.

Ma non si tratta soltanto di casi particolari di terre remote ed esotiche. Nella scuola giuridica malkita, ben radicata in Nordafrica, venne elaborata la teoria del ‘feto dormiente’. Se una donna il cui marito era assente o disperso veniva a trovarsi incinta, i giudici solevano attribuirne la paternità al legittimo sposo, ipotizzando una gravidanza interrotta a causa dell’addormentamento del feto: un modo per salvare l’onore e la vita di queste sventurate basato su principi di clemenza e tolleranza oggi purtroppo improponibili.

Ma è negli aneddoti dei maestri sufi che si trovano le testimonianze più sorprendenti di come la misericordia sia incompatibile con troppo rigide applicazioni di norme e precetti. Al-Qushayri riferisce ad esempio questo episodio relativo ad Abramo che soleva aprire la sua tenda e ospitare a pranzo chiunque. Quando seppe però che il suo ospite era uno zoroastriano, lo invitò ad andarsene, Dio allora gli avrebbe chiesto: “Abramo, dov’è il tuo ospite?”. Rispose: “Signore, era un adoratore del fuoco!”. “Lo so – riprese Dio – Lo è da quand’era piccolo e io non gli ho mai negato il suo pane quotidiano. Chi sei tu per privarlo di ciò che io gli ho invece concesso?”.

Spingendo lo sguardo nel destino futuro degli esseri umani, vari sapienti musulmani anche medievali giunsero a ipotizzare la non eternità dell’Inferno, incompatibile con l’infinita misericordia divina e paradossale in quanto implica una vittoria definitiva del demonio sulla gran parte dell’umanità.

Come si può dunque considerare ‘peccato’ ogni forma di musica mentre Avicenna la utilizzava per curare forme di malessere psichico? O demonizzare ogni tipo di raffigurazione di esseri viventi, quando con la stampa illustrata, la tv e il cinema ormai tale divieto appare obsoleto? Oppure infine proibire alle donne di guidare, quando il consenso generalizzato della comunità islamica mondiale si è già orientato diversamente?

Paolo Branca, Professore di Lingua e Letteratura araba, Università Cattolica di Milano

Analisi di

16 novembre 2016

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