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Francia: tra radicalismo religioso e libertà di espressione

di Alberto Toscano

Jean Plantu

Jean Plantu Copyright Euronews

Ci sono in Francia giornalisti, disegnatori satirici ed esponenti religiosi islamici costretti a vivere sotto scorta, sapendo che in qualsiasi momento una mano criminale può tentare di raggiungerli. Vivono «alla Saviano», ma non sono le organizzazioni mafiose a minacciarli. I loro potenziali assassini sono le persone indottrinate dai predicatori dell’islamismo radicale, sempre pronte a uccidere nel nome del loro fanatismo religioso. Il più celebre disegnatore satirico francese - il sessantanovenne Jean Plantu, le cui vignette sulla prima pagina di Le Monde sono autentici editioriali da una quarantina d’anni – è costantemente accompagnato da una scorta armata in Francia e all’estero. È nel mirino dei «jihadisti» perché è un uomo di dialogo e perché è diventato un emblema della libertà d’espressione.

Jean Plantu si batte per la libertà di tutti, compresi coloro che interpretano la satira in modo diverso dal suo. Nel 2015, l’anno della strage alla redazione di Charlie Hebdo, il vignettista di Le Monde ha pubblicato un’immagine composta solo da una manciata di parole, scritte come se si trattasse di un graffito su un muro e diventate per lui una sorta di slogan: «Che le cose siano ben chiare: nessun disegnatore ha il diritto di dire a un altro disegnatore ciò che deve o non deve disegnare. A partire da là, tutti i dibattiti sono possibili». Uno di quei dibattiti è reso periodicamente e tragicamente attuale dal terrorismo dei militanti «jihadisti», che nel nome della loro idea di «guerra santa islamica» minacciano e talvolta riescono a uccidere chi viene da loro considerato un «betemmiatore». La semplice raffigurazione di Maometto è per queste persone un atto intollerabile e dunque una giustificazione alla violenza.

Lo si è visto nel 2005 con la polemica mondiale sulla pubblicazione delle dodici caricature su Maometto, uscite sul giornale danese Jyllands-Posten. Lo si è visto l’11 gennaio 2015 a Charlie Hebdo a Parigi. Lo si è visto ancora recentemente con l’assassinio a Conflans-Sainte-Honorine, nella regione parigina, del professor Samuel Paty, sgozzato il 16 ottobre per aver mostrato in classe le ormai famose copertine di questo settimanale mentre parlava ai propri allievi di libertà di stampa e di laicità dello Stato. Il «dibattito» tra disegnatori, di cui ha parlato Plantu nel 2015, esiste ancor oggi visto che non tutti interpretano la satira allo stesso modo. Tra tutti c’è però un minimo comun denominatore: ogni disegnatore satirico che si rispetti è capace di ironizzare sull’arroganza dei potenti e dei prevaricatori e ogni disegnatore difende il comune diritto alla libertà d’espressione.

Dove sono allora le diversità? C’è in Francia chi - come Charlie Hebdo – concepisce la satira come sistematica provocazione, e chi – come appunto Plantu – vuole utilizzarla come strumento per affermare valori di convivenza civile e di reciproco rispetto. La logica tradizionale di Charlie - di cui è oggi interprete il disegnatore Riss, editore e direttore del giornale – mette a dura prova la sensibilità altrui nella convinzione che la sfida al senso comune sia una chiave fondamentale per sfatare i luoghi comuni. A ogni disegnatore satirico succede di ferire l’altrui sensibilità, ma per alcuni si tratta di una sbavatura o comunque di un’eccezione, mentre per altri è una scelta di fondo, una strategia per spostare sempre più avanti il limite della libertà d’espressione. Le provocazioni di Charlie Hebdo non sono dunque «scivolate», ma il risultato di una ben precisa scelta di fondo. Noi italiani ce ne siamo accorti nel 2016 all’indomani del terremoto di Amatrice quando sul settimanale parigino comparve il disegno sulle «lasagne all’italiana»: strati di corpi sanguinanti tra strati di detriti di case crollate. La risposta alle ovvie proteste venne con un’altra vignetta in cui un individuo in mezzo alle macerie, diceva: «Non è Charlie Hebdo a costruire le vostre case. È la mafia!». Altre vignette dello stesso giornale ironizzano abitualmente e pesantemente sulle religioni, facendo il possibile per mandare su tutte le furie di volta in volta (e magari tutti insieme) cristiani, ebrei e musulmani.

La scelta di Plantu è stata diversa e ha implicato una nuova sfida. Il vignettista di Le Monde ha creato una sorta di «sindacato internazionale dei disegnatori», che vogliono mettersi al servizio della tolleranza e della reciproca comprensione, affermando al tempo stesso il sacrosanto principio della libertà di stampa. Nel 2006 (sulla scia della polemica per le «caricature danesi»), Jean Plantu ha fondato con l’allora segretario generale dell’ONU, Kofi Annan, l’associazione internazionale Cartooning for Peace, rete di disegnatori impegnati contro la violenza, l’odio e il razzismo. Plantu va da anni nelle scuole delle «banlieues sensibili» di Parigi, di Bruxelles e di altre città di mezzo mondo. Tra i giovani che lo ascoltano ci sono molti figli o nipoti di immigrati. Il più noto disegnatore francese parla del valore della tolleranza a ragazzi che a casa o alla moschea rischiano di ascoltare un ben diverso insegnamento. Spiega la sua esperienza nel raffigurare e decodificare una realtà quotidiana che trasuda problemi. Parla e soprattutto ascolta. Disegna e chiede ai ragazzi di disegnare a loro volta. Le sue intenzioni sono le migliori del mondo, ma capita che la sua presenza nelle scuole in «zona difficile» sia vista come una vera e propria provocazione e che la sua scorta debba essere prudentemente aumentata. È accaduto ad esempio nel quartiere di Bruxelles da cui venivano i responsabili di alcuni attentati tristemente famosi di questi ultimi anni.

Le scuole medie inferiori e superiori sono oggi in Francia un terreno fondamentale dello scontro tra tolleranza e intolleranza. Certe domande restano a mezz’aria, rimbalzando tra le aule scolastiche e la sala da pranzo di casa. Che cosa conta di più per un buon musulmano: la Costituzione o il Corano? E del Corano, quale lettura va data nella nostra realtà e nel nostro tempo? Dopo lo sgozzamento del professor Paty (com’era accaduto all’indomani di altri attentati) il ministro francese dell’Educazione nazionale ha deciso che un minuto di silenzio fosse osservato in ogni classe sul suolo della République. In certi quartieri tutto è andato liscio. In altri è capitato che una parte degli allievi mostrasse segni d’insofferenza attribuibili non all’esuberanza dell’età ma a un evidente rifiuto di partecipare al comune cordoglio della nazione. Come dire che la nazione è in difficoltà nel riunirsi attorno a valori condivisi e che la scuola dell’obbligo è – soprattutto in certi quartieri, in cui gli insegnanti si sentono in prima linea - lo specchio di questa situazione.

Costretti a misurarsi con questo genere di problemi, tutti i governi francesi hanno fatto la stessa scelta di fondo: rilanciare l’idea della laicità dello Stato e delle sue articolazioni istituzionali. Questo principio fa parte integrante del patrimonio storico della République e per rendersene conto basta leggere l’articolo 1 della Costituzione transalpina, il cui testo integrale è: «La France est une République indivisible, laïque, démocratique et sociale. Elle assure l’égalité devant la loi de tous les citoyens sans distinction d’origine, de race ou de religion. Elle respecte toutes les croyances. Son organisation est décentralisée. La loi favorise l’égal accès des femmes et des hommes aux mandats électoraux et fonctions électives, ainsi qu’aux responsabilités professionnelles et sociales ». C’è come una gerarchia delle caratteristiche che la Costituzione attribuisce alla Repubblica: prima di tutto è «indivisibile». Poi, nell’ordine, «laica, democratica e sociale». Come se l’idea della laicità non fosse sufficientemente affermata, il testo sente il bisogno di sottolinearla, proclamando l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge senza alcuna distinzione a carattere religioso. E poi ancora la ribadisce dicendo che la Repubblica rispetta ogni forma di «fede» e di convinzione, compreso dunque l’ateismo.

In una Francia che rivendica sistematicamente la laicità come parte integrante dei propri cromosomi istituzionali, la predicazione del radicalismo islamico - che contrappone i valori religiosi a quelli della République, affermando la preminenza dei primi sui secondi – si pone in rotta di collisione con l’unità stessa dello Stato. I due primi valori citati nel primo articolo della Costituzione – indivisibilità e laicità – vengono in un sol colpo messi in discussione e potenzialmente in crisi. Quando Emmanuel Macron parla del bisogno di opporsi al «separatismo», la sua inquietudine non va ovviamente riferita alla religione islamica in quanto tale, ma a un modo di interpretarla. Un modo che la pone appunto in rotta di collisione con i valori costituzionali. È a questo punto che le considerazioni sulla satira e sulla libertà di stampa s’innestano sul problema posto dal crescente dinamismo degli islamisti radicali in seno all’Islam transalpino. È importante notarlo perché l’assassinio di Samuel Paty ha fatto riemergere in Francia e all’estero considerazioni del tipo: «Però non è giusto pubblicare o mostrare disegni che offendono una religione e che urtano la sensibilità dei suoi fedeli». Limitarsi a considerazioni di questo genere significa travisare i veri termini del problema oggi posto alla Francia (e non solo) dall’islamismo radicale: quand’anche Charlie Hebdo avesse commesso un errore o un atto offensivo pubblicando quelle vignette, è ovvio che in nessun caso ciò giustificherebbe il ricorso alla violenza. Il vero problema non è costituito da chi utilizza la libertà di stampa, ma da chi vuole ridurla oggi sperando magari di poterla cancellare domani. La pubblicazione dei disegni satirici su Maometto non è la causa della violenza, ma un pretesto scelto dai violenti per condurre la propria battaglia a base di radicalismo religioso, rivendicazioni identitarie e vittimismo sociale.

I recenti atti terroristici in Francia e in Austria sono la conferma di una situazione ben nota, in base a cui le azioni di individui apparentemente isolati sono l’espressione di una rete di contatti sociali e religiosi. La violenza dei singoli fa emergere una predicazione di odio e una cultura islamista radicale. Una cultura che si respira in alcune periferie urbane all’ombra di moschee controllate da personaggi a dir poco ambigui. Certi grandi attentati del passato, in Europa e in altre parti del mondo, sono stati teleguidati da reti terroristiche capaci di operare a livello planetario, legate a conflitti di ampie dimensioni in Afghanistan, in Algeria, in Siria e altrove. Pur senza dimenticare i persistenti contatti internazionali (con l’afflusso di denaro dall’estero agli ambienti dell’islamismo europeo), qualcosa sembra oggi cambiato. La realtà del terrorismo in Francia mette in evidenza l’attivismo di «gente qualunque» più che di membri di grandi organizzazioni ben strutturate. Gli attentatori vengono talvolta definiti con l’espressione «lupi solitari», che è però sbagliata proprio perché si tratta di individui legati ad ambienti comunitari integralisti. Persone che non sono affatto isolate. Samuel Paty è stato assassinato da un giovane immigrato ceceno, ma la campagna contro di lui è stata iniziata dal padre di un’allieva del suo liceo e aizzata poi da un personaggio simbolico dell’islamismo radicale della zona. Su questo si è poi innestata la campagna condotta sul web ai danni del docente di Conflans-Sainte-Honorine.

«La manipolazione islamista è forte!», dice all’indomani dell’assassinio di Paty il personaggio oggi forse più minacciato di Francia: l’imam di Drancy, nella regione parigina, Hassen Chalghoumi, che è anche presidente della Conférence des imams de France. L’imam ha chiuso la porta all’ambiguità di certi discorsi che mettono in secondo piano la violenza degli attentatori, prendendosela invece con la pubblicazione delle vignette. Hassen Chalghoumi, che conduce da anni una dura campagna contro l’islamismo radicale, ha detto che «bisogna sostenere la stampa libera e indipendente». Ovviamente la sua esistenza è super-sorvegliata da una super-scorta. Le sue parole (che ciascuno può ascoltare in originale via internet) meriterebbero in Francia e all’estero ben più attenzione di quella che ricevono. Ecco in sintesi altre frasi di Hassen Chalghoumi all’indomani della morte del professore di Conflans-Sainte-Honorine: «Chiediamo perdono alla sua famiglia e a tutti quanti perché è stato decapitato a nome della nostra religione. Non abbiamo paura. Non dobbiamo avere paura. Non dobbiamo cedere alla paura. Dobbiamo essere forti. Siamo stanchi di certi discorsi vittimisti. In Francia abbiamo tutti i diritti. Abbiamo i diritti di tutti gli altri cittadini. Bisogna che le parole portino amore e non odio. Ai nostri figli parliamo di ciò che di buono esiste in Francia, di quanto sia bello poter vivere gli uni accanto agli altri. Dobbiamo pregare per il professor Samuel. Pregare per la Repubblica. Il disaccordo è normale, l’odio no. La Francia dà ai vostri figli la possibilità di riuscire grazie alla scuola!». Secondo Hassen Chalghoumi, chi chiede la nazionalità di un Paese accetta i valori alla base della sua società. Ottenere quella nazionalità e militare contro quegli stessi valori è un controsenso e una dimostrazione di malafede.

Certo il terrorismo di matrice islamista continua in Francia e in Europa. Ma col tempo i contrasti in seno all’Islam europeo emergono alla luce del sole. Quei contrasti esistono all’interno stesso delle famiglie e dei quartieri abitati in buona parte da una popolazione di religione o comunque di tradizione islamica. Passano ogni giorno per la vita della gente comune e l’essenziale è evitare che portino acqua al mulino di chi predica odio e violenza. Uno dei disegni più belli di Plantu mostra una ragazza vestita in modo moderno con al fianco una bambina pettinata all’africana (possiamo immaginare che ambedue siano di famiglia e di fede islamica), che si imbattono in una grande gabbia all’interno della quale è rinchiusa una donna in burqa. La ragazza le chiede «Cos’è sta roba?». E la donna ingabbiata risponde: «È la mia religione!». C’è modo e modo di intendere la religione.

Alberto Toscano, giornalista e saggista

Analisi di Alberto Toscano, giornalista e saggista

10 novembre 2020

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