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Garry Kasparov: "La tragedia del Karabakh nasce a Sumgait"

di Pietro Kuciukian

Garry Kasparov

Garry Kasparov

Garry Kasparov è il tredicesimo campione mondiale di scacchi - campione dal 1985 al 1993. Nel 2011, anno della morte di Vaclav Havel, ha preso il suo posto come direttore della “Human Rights Foundation” di New York. Garry Kasparov ha combattuto e combatte per i diritti umani e si è sempre espresso in maniera lucida e senza esitazioni contro i dittatori che esercitano il potere limitando l’autonomia di pensiero e la libertà di parola. Nato nel 1963 a Baku nella repubblica sovietica dell’Azerbaigian da madre armena, Susanna Kasparian, e padre ebreo, Kim Moiseyevich Weinstein, ha vissuto la sua infanzia e adolescenza a Baku, dove fin da piccolo è stato notato per le sue doti nel gioco degli scacchi e dove venne formato da buoni maestri. Ha raggiunto le vette del successo e ha viaggiato in tutto il mondo. È sempre stato considerato un ribelle politico, un disobbediente. È stato sottolineato che la grande esperienza ricavata dal gioco degli scacchi, fatto di confronti portati all’estremo ma sottoposti a regole e i grandi successi ottenuti, abbiano contribuito alla visione lucida della realtà geopolitica. Dal suo punto di vista “non esiste una zona grigia e, se non stai dalla parte del bene, appartieni al “lato oscuro”.

L’attacco del 27 settembre 2020 contro il Nagorno Karabagh (Artsakh) lanciato dall’Azerbaigian con il sostegno della Turchia che sino ad oggi sta causando vittime tra militari e civili, ha spinto Kasparov ad alcune dichiarazioni che rivestono particolare interesse sia perché riportano le origini del conflitto alla vigilia della crisi e conseguente caduta dell’Unione Sovietica, sia perché Kasparov è stato toccato direttamente dalla violenza scatenata in alcune città dell’Azerbaigian all’indomani del plebiscito per l’indipendenza del Nagorno Karabagh del 1988. In una intervista riportata recentemente dal sito PanARMENIAN.Net, Kasparov ha ricordato che il punto di partenza della tragedia del Nagorno Karabagh è stato il pogrom che colpì la popolazione armena dell’Azerbaigian a Sumgait nel 1988, distante centinaia di chilometri dal Karabagh. Kasparov ritiene che la tragedia di Sumgait abbia aperto la strada di una violenza inconcepibile, seguita poi dai pogrom di Kirovabad (oggi Ganja) e di Baku. Kasparov si trovava a Baku durante i massacri contro gli armeni del 1990 e ciò cui ha assistito lo sconvolse a tal punto da decidere immediatamente di fuggire. Riuscì ad affittare un aereo con il quale condusse parenti ed amici in salvo a Mosca. Recentemente Kasparov nell’ intervista alla radio Echo di Mosca, così si è espresso:

Per me la questione ha, decisamente, una risonanza a livello emotivo, per cui molti considerano il mio punto di vista preconcetto. Cerco di essere il più obbiettivo possibile, anche se, ovviamente, quello che abbiamo passato a Baku e l’esperienza di vita vissuta in Azerbaigian mi ha creato uno stato d’animo particolare. Per prima cosa gioca il fattore turco nella questione, perché questo problema non era unicamente un fatto intra-sovietico, ma ha in effetti la sua radice nel genocidio degli armeni perpetrato dall’Impero Ottomano (1915-1923). Questo è un fattore importante a livello genetico e radicato nell’inconscio di ogni armeno che vive in paesi controllati da popoli che parlano turco.
Il secondo elemento sta nel fatto che non dobbiamo riesaminare documenti storici di mille anni fa. Ciò ci distrarrebbe. L’unica evidenza statistica non preconcetta ci viene dal censimento dell’Impero Russo della fine del XIX secolo, che riporta che il territorio (del Nagorno Karabakh n.d.t.) - che allora aveva un nome diverso - era popolato prevalentemente da armeni.

Kasparov ricorda poi che Lenin, avendo come obiettivo l’alleanza con la Turchia, assegnò i due territori del Nakhicevan e del Nagorno Karabakh all’Azerbaigian creando “terreni minati” nell’Unione Sovietica e aggiunge: In effetti Stalin fece la stessa cosa regolarmente, creando mine vaganti, ridisegnando la mappa in modo da assicurarne l’esplosione in caso di potenziali uscite dall’Unione degli stati. Infine, esiste un dettaglio fondamentale che separa il problema del Karabagh da quello della Crimea e di molti altri. Il fatto è che secondo la legge sovietica approvata nel 1990,esisteva una precisa norma di uscita per le repubbliche dell’Unione: questa norma stabiliva che le repubbliche autonome e le regioni densamente popolate da minoranze nazionali dovevano votare separatamente, con eguale diritto di auto-determinazione. Questo è un punto cruciale che molti ignorano. In questo sta il motivo per il quale la sovranità dell’Azerbaigian (sul Nagorno Karabagh, n.d.t.) è discutibile”.

Elena Bonner, presente il 24 aprile del 2003 al Giardino dei Giusti di Monte Stella per la cerimonia in onore di suo marito Andrej Sacharov, autrice della prefazione alla raccolta di testimonianze sui fatti di Sumgait, così scrive: Forse non tocca a me, che sono metà ebrea e metà armena, scrivere questa prefazione. Forse non sarebbe meglio che la scrivesse quella donna azera che ha salvato una famiglia armena? Quella che ha detto: «mio figlio vede tutto ciò, domani farà le stesse cose» . E’ una messa in guardia per noi tutti in questo mondo. Se noi non arriviamo a far si che ogni Stato sia al servizio degli uomini e non gli uomini al servizio dello Stato, piccolo o grande che sia non importa, i nostri figli e i nostri nipoti si trasformeranno in una folla di bestie feroci. Come a Sumgait .

Gli episodi di bene che pure ci sono stati nei tragici fatti di Sumgait, Kirovabad e Baku, e che hanno fatto dire a una sopravvissuta di Sumgait «Abbiamo trovato azeri dal cuore grande» , non sono bastati ad attivare nei rapporti tra gli Stati percorsi di pace duraturi. Ancora una volta è necessario riflettere sull’uso della memoria storica nella nostra contemporaneità: far emergere dall’intreccio di bene e male l’esempio dei giusti non è bastato per richiamare alla responsabilità dell’agire a ogni livello, individuale e pubblico. La guerra ci mostra una umanità devastata dal dolore e noi non possiamo che dirci: bisognava fare di più, è necessario fare di più.

19 ottobre 2020

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