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Gente, non numeri

di Francesco M. Cataluccio

Il canoista Dariusz Popiela, sette volte campione polacco, tre volte medaglia del campionato del mondo, vicecampione europeo (2017) e olimpionico di Pechino (2008), laureato in legge, è stato il fondatore dell’associazione “Ludzie, nie liczby” (Gente, non numeri), che si occupa di ripristinare in Polonia i cimiteri ebraici abbandonati. Popiela racconta: “Per molti anni mi sono allenato sotto il ponte ferroviario sul fiume Dunajec a Nowy Sącz. Non avevo idea che migliaia di persone fossero state portate da questo posto ai campi di sterminio. Quelle montagne, il fiume e i ponti che guardavo ogni giorno dal mio kayak erano l’ultima cosa che avevano visto. Quando l’ho scoperto, all’età di 20 anni, sono rimasto scioccato: mi aveva sempre interessato la Storia, avevo letto, per esempio, della rivolta del Ghetto di Varsavia, ma non avevo idea di cosa fosse successo nella mia città durante la guerra, finché non mi sono finalmente posto questa domanda. Improvvisamente, ho cominciato a vedere cose che non avevo visto prima, che erano nascoste, non ovvie. Dall’altra parte della strada dove abitavo, c’era il cancello fatiscente del trascurato cimitero ebraico di Kroscienko. Il mio professore vedendo che ero interessato alla storia, mi consigliò di andarci. Sono entrato nel cimitero e da allora sono rimasto lì. Sono tornato con un tosaerba, perché non potevo accettare che il luogo dove le persone erano sepolte avesse quell’aspetto: troppo trascurato e dimenticato”.

Popiela, cinque anni fa, si mise in contatto con Karolina Panz, una storica del Centro polacco per la ricerca sull’Olocausto, che gli fece avere una lista di 256 nomi di ebrei di Kroscienko uccisi dai nazisti. Nel 2018 tutti i loro nomi sono stati incisi sul monumento e sono state collocate targhe nel cimitero che ora è curato dagli studenti di due scuole: “Grazie a loro il progetto è completo, poiché combina la commemorazione con l’educazione. Coinvolgo sempre i giovani. Organizzo per loro una gita al campo di stermminio di Belzec: quando vedono i nomi delle città da cui provengono sul monumento principale, sono scioccati, proprio come lo ero io quando stavo imparando la storia della mia città”.

A partire dal luglio 1941, gli ebrei polacchi iniziarono a essere sterminati in massa da quattro “gruppi operativi” tedeschi (Einsatzgruppen) dedicati soltanto a questo scopo. Stime affidabili, basate su documenti tedeschi, sovietici e fonti locali indicano che a morire furono tra 1,6 e 2 milioni di ebrei (cfr. Jonathan Dekel-Chen, David Gaunt, Natan M. Meir, Israel Bartal, Anti-Jewish Violence: Rethinking the Pogrom in East European History, Indiana University Press, 2010). La maggior parte di essi fu gettata in fosse comuni, ma non mancarono casi di comunità costrette a recarsi in massa in edifici o sinagoghe che furono poi bruciati. I cimiteri ebraici furono quasi tutti fatti saltare in aria e la lapidi portate via per altri usi. Nessuno di loro ebbe una degna sepoltura. Come sostiene l’antropologo Roma Sendyka, i corpi “sepolti”, cioè i corpi gettati in una fossa e sepolti, non sono in realtà “sepolti” del tutto. Nessun rituale è stato eseguito, nessun “cadavere” è stato trasformato in una “salma”, nessun “funerale” è stato trasformato in una “sepoltura”. Quindi c’è ancora qualcosa da fare…

Alla fine della guerra, il primo che se ne preoccupò fu Ludwik Herz, passato attraverso diversi campi di concentramento e salvato dalla famosa “lista” di Oskar Schindler. Essendo sopravvissuto, volle cercare di salvare la memoria dei suoi genitori e di centinaia di altre vittime dell’Olocausto nella Polonia meridionale, alle pendici dei Monti Tatra. Il 2 settembre 1945, terzo anniversario dell’assassinio di massa della comunità ebraica, Hertz pose una targa in quello che rimaneva del cimitero ebraico di Nowy Targ. Recintò l’area del cimitero e segnò simbolicamente uno dei luoghi di omicidio di massa. Ma la cerimonia di commemorazione non potette aver luogo perché Herz fu assassinato dai partigiani nazionalisti del gruppo di Józef “Ogien” Kuraś (1915-1947). Come altri sopravvissuti dell’Olocausto della zona (Baruch Feit, Salomon Lindenberg, Józio Galler, Dawid Grassgrun) Hertz fu ammazzato da altri polacchi perché ebreo.

Oggi, il canoista Dariusz Popiela, insieme alla comunità di giovani volontari del progetto “Gente, non numeri”, e a Karolina Panz, stanno aggiungendo un altro capitolo a questa storia: i nomi, i cognomi e le età di ciascuna delle 2.865 vittime identificate sono incisi su delle targhe. Accanto a loro ci sono grandi targhe con repliche di fotografie di famiglia delle persone sepolte lì. Assassinati nelle loro case, nei cortili e nelle strade della città, fucilati nel cimitero stesso, trasportati a Belzec. Karolina Panz è autrice di un libro, Dalej jest noc (“È ancora notte”), sulla storia degli ebrei della regione e sulla comunità ebraica di Nowy Targ: “Racconto la storia dell’Olocausto attraverso il prisma di esseri umani concreti, le loro storie di vita, le loro storie. E anche se ricreare la storia in questo modo non è facile, penso che questo sia il modo più appropriato per me. Scrivere i nomi e l’età delle vittime sul monumento, insieme alle fotografie e alle storie, è il ricordo più chiaro che queste persone hanno vissuto e sono esistite qui. Li elenchiamo per famiglia per collegarli simbolicamente almeno qui. E per far capire alla gente che qui sono morte intere generazioni di bambini, madri e nonne”.

Alla vigilia dello scoppio della Seconda guerra mondiale, dei quasi 11.85 mila abitanti della città di Nowy Targ, 2.400 erano ebrei. Condividevano con gli altri abitanti strade, cortili e scale, perché prima della guerra non c’era una parte di Nowy Targ abitata esclusivamente da ebrei. Non c’era nemmeno una scuola pubblica separata: i bambini polacchi ed ebrei sedevano assieme negli stessi banchi. Tuttavia, lo spazio comune non significa il destino e la memoria comune, e la vita e lo sterminio degli abitanti ebrei di Nowy Targ furono per anni accompagnati dall’oblio e dal silenzio. Solo 230 ebrei di questa comunità sopravvissero all’Olocausto. Nessuno ha vissuto per vedere la fine della guerra nella propria città.

Karolina Panz ha detto ad Angelika Pitoń, del quotidiano “Gazeta Wyborcia” (5/11/2021): “È impossibile non chiedersi quanto profondo deve essere stato l’abisso tra gli ebrei di Nowy Targ e i cattolici di Nowy Targ per aver fatto così tanto in tanti anni per non ricordare. Io lo chiamo ‘sterminio attraverso il muro’. Nowy Targ era il luogo delle esecuzioni di massa. La gente si è riunita in questi cimiteri, ha visto morire i propri vicini, con i quali avevano costruito insieme la città per decenni. L’hanno visto da dietro una tenda, l’hanno sentito attraverso un muro. L’hanno percepito con tutti i loro sensi. Le ricche testimonianze e descrizioni che sono state conservate negli archivi lo testimoniano. Cos’è successo per farli smettere di parlarne?”

(pubblicato su “ilPost”, 10/12/2021)

Francesco M. Cataluccio, saggista e scrittore

Analisi di

15 dicembre 2021

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