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George Soros: Il percorso di un ebreo controcorrente

di Gabriele Eschenazi

Budapest, un manifesto contro Soros ideato dal governo Orban: "Non lasceremo Soros ridere per ultimo"

Budapest, un manifesto contro Soros ideato dal governo Orban: "Non lasceremo Soros ridere per ultimo"

Miliardario grazie a spregiudicate speculazioni finanziarie, idealista e attivista politico attraverso la sua Open Society Foundations, cosmopolita con residenze a New York, Londra e Budapest, George Soros sembra impersonare il classico stereotipo dell’ebreo ricco, potente e immorale, da sempre additato dagli antisemiti come un aspirante dominatore del mondo. Il suo ultimo nemico sarebbe Mark Zuckerberg, ebreo come lui, che lo avrebbe additato come uno dei cospiratori contro Facebook nello scandalo sul voto presidenziale americano. A odiarlo sono in tanti: da Trump a Putin, da Orban a Nethanyahu. Quest’ultimo, in particolare, invece di difenderlo dagli attacchi antisemiti dei quali è vittima, lo ha definito “nemico dello stato ebraico”, per aver finanziato organizzazioni umanitarie israeliane. Su scala mondiale, la sua ultima colpa sarebbe quella di aver organizzato l’esodo di masse di profughi verso gli Usa e verso l’Ungheria. In passato è stato accusato di destabilizzare governi manovrando valute,oggi manovrerebbe uomini. George Soros, anche di fronte all’ultimo pacco bomba che gli è stato spedito e di fronte all’odio che suscita, non si è mai scomposto, ha proseguito per la sua strada. E ha le sue buone ragioni, perché oltre a quelli che lo odiano ci sono anche quelli che lo stimano e ne invocano l’aiuto attribuendogli doti quasi miracolose.

Il personaggio non è facile da afferrare nella sua complessità e per capirlo meglio è opportuno guardare alla sua biografia, dove si trovano elementi utili a inquadrarlo.

Il primo è la sua appartenenza alla comunità ebraica ungherese, che da sempre si è contraddistinta per una forte volontà d’integrazione nella società circostante, anche a costo di nascondere la propria identità, per esempio, cambiando nome. È il caso della famiglia Soros, che in realtà si chiamava Schwarz. Il legame dei Soros con il loro paese d’origine non è mai venuto meno fino ad oggi, anche dopo la persecuzione nazista aiutata dai collaborazionisti antisemiti ungheresi. A Budapest ha fondato nel 1991 la Central European University (CEU), che a breve potrebbe spostarsi a Vienna. Il secondo elemento è il padre Tivadar (Theodor), avvocato, editore, scrittore, ma soprattutto convinto esperantista. Mentre gli ebrei sionisti operavano per dare una dimensione sempre più nazionale alla propria identità, l’esperantista Tivadar e poi anche il figlio George compivano un percorso contrario: perseguire un mondo senza barriere culturali superando il primo ostacolo, quello linguistico. Non un internazionalismo in stile comunista o un cosmopolitismo senz’anima, bensì una “Open society” (Società aperta), un concetto richiamato nel nome della fondazione di George Soros: The Open Society Foundations.

Alla fine della guerra nel 1947, scampati al nazismo, i Soros (dall’ebraico shoresh: radice) lasciarono l’Ungheria per sfuggire al comunismo e fecero prima tappa a Berna per partecipare a una convenzione di esperantisti. Si recarono poi a Londra, dove il giovane George si iscrisse alla London School of Economics. Si guadagnava da vivere lavorando come cameriere e come facchino. Periodicamente si recava al Hyde Park corner, per fare discorsi in favore della pace nel mondo. Peccato che li pronunciasse in esperanto e quindi in pochi si fermavano ad ascoltarlo. La sua formazione accademica fu profondamente influenzata dal filosofo austriaco Karl Popper, che, alle utopie totalitarie, opponeva le società aperte, dove diversi valori e visioni del mondo avessero cittadinanza, così che il confronto desse spazio a uno sviluppo spontaneo.

Nel vivere questa nuova fase della sua esistenza, George Soros, però, si era lasciato indietro un pezzo di vita piuttosto problematico, che non ha mai smesso di accompagnarlo. A fronte di una popolazione ebraica, che nel 1941 in Ungheria contava 708mila anime, i deportati dai nazisti furono 565mila. In pochi sfuggirono alle maglie dell’esercito tedesco, ma Tivadar Soros si premunì in tempo per assicurare la salvezza alla sua famiglia. «Quando nel 1944 i tedeschi occuparono l’Ungheria, mio padre capì immediatamente che non stavamo vivendo nella normalità e che le regole alle quali eravamo abituati non si applicavano a quei tempi. E così organizzò false identità per la sua famiglia e alcune altre persone. Chi poteva pagò e chi invece non poteva fu aiutato gratuitamente. La maggior parte sopravvisse. Fu il suo momento più bello», racconta George Soros in un articolo sul Financial Times il 27 ottobre del 2009. George, allora quattordicenne, prese l’identità di figlio adottivo di un funzionario del ministero dell’Agricoltura del governo collaborazionista ungherese. Il burocrate teneva spesso con sé il ragazzo, così che il giovane Soros si trovò nella scomoda posizione di impotente spettatore dell’esproprio dei suoi fratelli ebrei. Questo è bastato negli anni per bollarlo di collaborazionismo con i nazisti. «Forse un ragazzo dell’età che avevo io non è in grado di fare gli esatti collegamenti, ma quella realtà da me vissuta non mi ha mai creato alcun problema, alcun senso di colpa. Il fatto che io fossi lì o meno, non faceva alcuna differenza. Ero solo uno spettatore. Non ebbi alcun ruolo negli espropri. In quei momenti si forgiò il mio carattere. Ebbi un’esperienza personale del male ed imparai che gli eventi vanno sempre anticipati», spiegò lo stesso Soros in un’intervista del 20 dicembre 1998 a Steve Kroft nel programma 60 Minutes della CBS.

Di questa capacità di anticipare gli eventi insegnatagli dal padre, Soros si è giovato nelle sue attività finanziarie, che iniziò nel 1956 negli Usa, dov’era emigrato. Nel 1970 lanciò il Soros Fund Management, fondo speculativo, che diede origine alla sua fortuna oggi quantificabile in 26 miliardi di dollari, dei quali 18 sono stati investiti nei suoi progetti umanitari. Celebri le sue speculazioni sulla sterlina inglese e sulla lira italiana nel 1992 e quelle sul baht thailandese e il ringgit malese all'inizio del 1997. Arrivò a guadagnare la strabiliante media di un miliardo di dollari all’anno, senza curarsi di essersi attirato le ire dei paesi, vittime delle sue spregiudicate azioni finanziarie. Il primo ministro malese di allora, Mahathir bin Mohamad, riferendosi a lui, affermò che era stato un ebreo a causare il crollo valutario nel suo paese. Dietro i successi finanziari di Soros, c’è una sua straordinaria capacità di interpretare i mercati seguendo la sua teoria sulla “riflessività dei mercati”, che guarda alle percezioni e alle aspettative per trovare le opportunità di profitti speculativi. La filosofia, che lui ha sempre amato applicata agli affari, ma poi in altro modo anche all’impiego dei capitali accumulati. Le sue Open Society Foundations non sono solo enti di beneficienza, ma strumenti per attuare con la forza del denaro un vero e proprio progetto politico ideologico. Soros non opera da filantropo come, per esempio, Bill Gates che sposa cause specifiche, ma agisce sulla base di una strategia a lungo termine, come Daniel Bessner, professore all’università di Washington, ha ben spiegato sul Guardian nel luglio scorso. Bessner considera Soros un pensatore, come testimoniano i 14 libri da lui pubblicati a partire dal 1987, oltre a una quantità innumerevole di saggi, tutti riportati nel suo sito personale e usciti su giornali prestigiosi come la New York Review of Books o il New York Times. Il progetto di Soros prevede l’istituzione di una comunità globale, dove i suoi componenti condividono l’interesse di vivere in società aperte, libere, ugualitarie e prospere. Questa sua fede assoluta nel fatto che le idee, più dell’economia, modellino la società e la sua fiducia nella capacità dell’umanità di indirizzarsi verso il progresso, sono in realtà i punti deboli dell’utopia del miliardario americano, sostiene Bessner. A questa critica, lo stesso Soros non ha mancato di rispondere, affermando di non aver mai espresso ottimismo sul fatto che la storia sia diretta nella giusta direzione, ma solo di aver dedicato la sua vita a indirizzare il mondo secondo la sua idea.

Alla critica di Bessner, di non aver tenuto conto della logica capitalista che mette il profitto al di sopra di tutto e non favorisce per forza il suo progetto democratico, Soros risponde di essere ormai da 20 anni molto critico verso leggi di mercato fondamentaliste e di aver appoggiato ovunque le istituzioni democratiche.

Con un’Unione Europea indebolita dalla Brexit e pervasa da venti nazionalisti, gli Usa governati dal suo nemico Trump e il resto del mondo inquieto e tutt’altro che indirizzato verso società “open”, sembra facile concludere che il progetto Soros non abbia alcuna prospettiva. Un uomo solo, per quanto ricco possa essere, non può determinare i destini dell’umanità soprattutto se fatica a trovare alleati. Troppe sono le falle che si aprono in tutti i settori: dalla crisi economica al cambiamento climatico, dalla fame nel mondo alle ondate migratorie.

Ma il contributo di Soros ai destini del mondo, non è da sottovalutare. È temuto da governi incapaci di trovare soluzioni ai problemi dei propri cittadini. Propone alternative e le realizza con una flessibilità economica e finanziaria che nessuno stato può permettersi. I deboli del mondo sanno di avere un indirizzo al quale rivolgersi per rivendicare i propri diritti e risollevarsi. Soros non fa una carità fine a sé stessa, ma distribuisce cultura e consapevolezza. Ed è quest’ultima che più spaventa governanti democratici e quelli che non lo sono. Lui lo sa e prosegue senza illudersi troppo. “Riconosco che sono un valutatore parziale del lavoro della mia vita e dunque lo sottoporrò al giudizio alla storia”, ha scritto nella sua risposta a Bessner.

Gabriele Eschenazi, giornalista e scrittore

Analisi di Gabriele Eschenazi, giornalista e scrittore

20 novembre 2018

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