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Germania: la polis della memoria e le sfide del presente

di Simone Zoppellaro

DA STOCCARDA – La Germania, più di ogni altro paese, ha avuto il coraggio di guardare in faccia il male alle sue spalle e di voltare pagina (da un punto di vista sociale, culturale ed anche pedagogico), senza però smettere di interrogarsi, da un lato, sulle sue responsabilità del passato, e dall’altro, di chiedersi come la lezione morale della Shoah possa essere tradotta in prassi nel presente.

Non è stato un percorso semplice o breve e, ancora fino agli anni settanta, come testimonia l’opera di Günther Anders Dopo Holocaust, 1979, la piena consapevolezza del passato nazista e del suo crimine più grande erano limitate a una stretta cerchia di intellettuali, studenti e uomini di cultura. E, tuttavia, anche da una prospettiva italiana, non si può che ammirare come, in seguito, siano state eluse strategie di autoassoluzione tipiche di tanti contesti passati e presenti, ed anche di un’Italia dove, come spiega Antonio Scurati in un’intervista, “il mito della Resistenza ha in un certo senso impedito, o meglio, ha scoraggiato gli italiani dal fare i conti con il fascismo”.

Nulla di tutto questo ha avuto luogo in Germania, dove anzi la memoria della Shoah si profila oggi come un elemento determinante non solo dell’identità tedesca contemporanea, ma anche come una chiave fondamentale per comprendere lo scenario politico degli ultimi anni della cancelleria della Merkel. Con una SPD sempre più condannata all’irrilevanza, anche in ragione della lunga partecipazione alla groβe Koalition con la CDU, e con la crisi dei Verdi insorta e perdurante nel contesto della pandemia, è sempre più netta la dicotomia tra partiti di sistema (in un ampio arco che va dalla destra di governo fino alla Linke, tutti al governo in diversi contesti federali o statali) e l’AfD, partito minoritario, impossibilitato (al momento) a governare e assolutamente inviso a livello sociale, soprattutto nei grandi centri urbani.

Una dicotomia che tocca identità, memoria e problematiche di stretta attualità come l’immigrazione. La Germania sempre più multiculturale che ha deciso di accogliere, nella crisi dei migranti del 2015, circa un milione di persone, risulta incomprensibile (come avviene anche da parte italiana) se non si considera quanto la memoria della Shoah sia determinante, in modo implicito ed esplicito, su una scelta come questa. Non solo: l’accoglienza riservata a migliaia di yazidi dopo il genocidio del 2014 e, più di recente, il processo di Coblenza per crimini contro l’umanità contro due funzionari del regime siriano di Bashar al Assad, sono tutti episodi riconducibili a una memoria condivisa e innestata nel cuore stesso dell’identità tedesca, che è in perenne divenire.

Quando ho incontrato il più famoso cacciatore di nazisti della Germania, Jens Rommel, a capo dell’Ufficio centrale per le indagini sui crimini nazionalsocialisti a Ludwigsburg, e mi ha spiegato il suo sforzo di portare a processo civili che avevano operato nei lager, anche responsabili indiretti (ad esempio, una telefonista), mi ha colpito la sua motivazione: non si tratta solo del passato, ma anche di guardare al presente e al futuro: ai crimini che verranno e per i quali è importante poter aver un riconoscimento non solo morale, ma anche legale, di una responsabilità diffusa a livello sociale, per evitare che si ripetano.

Questa memoria universale, ed è questo il punto dello scontro politico, non si oppone in primo luogo ai negazionisti, minoritari fino all’irrilevanza in Germania, ma a chi vorrebbe fare della memoria un fatto puramente identitario, una cosa solo tedesca, da integrare (e archiviare) in un percorso storico che la relativizzi e, soprattutto, la renda innocua nei confronti della responsabilità del presente. Si tratta forse del misunderstanding più profondo che non fa comprendere, fuori dalla Germania, la nuova destra tedesca e il suo, seppur modesto, successo.

Significativo, a tal proposito, il tentativo dell’AfD di cooptare la figura del barone Claus von Stauffenberg, che tentò di assassinare Hitler nel luglio 1944. “Un eroe tedesco”, come recita un articolo, ricco di citazioni da parte di politici di questo schieramento, che troviamo nel sito ufficiale dell’AfD. Questa sfida che, lo ripeto, è pur sempre minoritaria, è però assai sentita in Germania, proprio perché finisce per toccare uno dei punti fondamentali dell’identità tedesca contemporanea. Su questa sfida pesano però altri tre fattori.

Il primo è un fattore territoriale e storico: gli ex territori della Germania orientale, vissuti a lungo, nell’epoca comunista, nella presunzione di innocenza nei confronti dei crimini del nazionalsocialismo. Il regime della DDR, nel contesto della Guerra fredda, ha fatto dell’accusa di sopravvivenze e complicità della Germania Ovest nei confronti del passato un veicolo di propaganda formidabile, senza voler affrontare il fatto che, proprio nei suoi territori, e da secoli, l’antisemitismo e il razzismo si fossero sviluppati con una violenza ancor maggiore che in altre aree del paese. In tutto questo, pesa un altro vuoto, entrato in cortocircuito con il primo: la difficile elaborazione del passato comunista. Fra oblio, demonizzazione e esotizzazione (la cosiddetta Ostalgie), la memoria della DDR resta un pagine tutta ancora da affrontare, anche a livello nazionale e ufficiale, per la Germania.

La frustrazione per uno sviluppo economico promesso e mai conseguito sommata a questi vuoti ha prodotto il successo (impensabile, altrove) della nuova destra nell’Est del paese. La sfida del multiculturalismo, inedita in quest’area, ma che a Ovest affonda in una storia (quella dei Gastarbeiter turchi, greci ed italiani, in primis) che origina negli anni cinquanta, ha contribuito a nutrire una spaccatura, quella fra Oriente e Occidente, ancora assai marcata e sentita a livello sociale.

Pesa inoltre, come secondo punto, una nuova questione generazionale rispetto sia alla politica che alla questione della memoria della Shoah. Se il conflitto fra padri e figli, anche rispetto a questo punto, è stato uno dei punti fondamentali del Sessantotto tedesco e di una dinamica di passaggio fra la generazione che aveva vissuto il nazismo e quella seguente, oggi la vita sociale e culturale della Germania è determinata da una nuova generazione, quella dei nipoti. Questo pone nuove sfide: dal pericolo di sentire come lontana e persino sgradita una colpa che pesa in ogni famiglia, e nell’identità stessa di ogni tedesco che, volente o nolente, è costretto a farvi i conti in tanti passaggi della sua vita, anche rapportandosi all’esterno, nei confronti delle altre nazioni.

Su questo passaggio delicato, e più volte denunciato come a rischio di saturazione e rigetto (proprio in ragione del grande lavoro che viene fatto, dalle scuole al mondo della cultura e dei media) è subentrato un nuovo fattore di mutamento: la diffusione di internet. La rete, da un lato galvanizzando minoranze neonaziste o razziste sempre sopravvissute ai margini della società e della cultura, dall’altro permettendo l’ascesa di una nuova destra innestata in un movimento di reazione globale al liberalismo, ha inframmentito uno scenario compatto e stabile come l’istituzione stessa della memoria in Germania. Non per negarla, spesso, ma per sminuirla e relativizzarla, come abbiamo visto anche in tante proteste per il Covid in cui si parla del popolo, “oppresso” dalle misure del lockdown, come di una presunta vittima (evocando a volte la Shoah) di un nuovo nazismo.

In tutto questo, come terzo punto, è sorto (o meglio, ritornato) lo spettro dell’antisemitismo ad affacciarsi prepotente sulla scena tedesca. Un crescendo di atti anche violenti che ha trovato, nell’autunno scorso, un tragico epilogo con l’attacco alla sinagoga di Halle. “Merkel Jüdin” (‘Merkel ebrea), mi ha raccontato di aver letto un’amica su un muro di Stoccarda. Uno slogan ricorrente. E se ricordiamo i deliri complottistici dell’attentatore di Halle, ben comprendiamo come la rete, e la tanta spazzatura di cui è infarcita, sia stata veicolo di rilancio di un fenomeno che si innesta, ieri come oggi, a destra come a sinistra (il rabbino di Amburgo che, tempo fa, ho incontrato, mi ricordava come anche e soprattutto da quest’area politica arrivassero le minacce), in una visione del mondo distorta e artefatta.

Comprendere questi tre fattori è fondamentale per comprendere come con la polarizzazione politica, durissima, che oppone un sistema partitico mai così compatto a una sola forza di opposizione minoritaria, l’AfD, sia in ballo qualcosa di più profondo che una semplice contrapposizione di idee. È uno scontro (lontano anni luce dalla realtà italiana, che ha facilmente integrato i vari Salvini e Meloni nel suo sistema) che vede impegnate tutte le migliori forze del paese, dalla cultura alla politica, passando per le università e le scuole.

Fra lo sforzo costante verso “una coscienza globale e universale nei confronti di tutti i genocidi” radicata nella memoria della Shoah, come scrive Gabriele Nissim, e una lettura relativizzante e identitaria del passato nazista, come quella che si appoggia a uno von Stauffenberg “eroe tedesco”, nutrita dall’oblio e dalle inquietudini del nostro tempo, si misura la sfida fondamentale del presente tedesco.

Ma anche del futuro di questa polis della memoria che, più di ogni altro paese al mondo, ha saputo fare degli errori e orrori del passato una chiave per la responsabilità e l’impegno.

Simone Zoppellaro, giornalista

Analisi di Simone Zoppellaro, giornalista

17 novembre 2020

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