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Guelfo Zamboni

editoriale di Antonio Ferrari

Guelfo Zamboni. Un nome e un cognome. Appartenenti a una persona che per decenni è stata sigillata dal silenzio, dall’indifferenza, quindi condannata all’oblio. Pur essendo scolpita – l’immagine di quella persona – nella memoria di tanti sopravvissuti alle camere a gas. Infatti, dietro quel fiero nome – Guelfo – che evoca battaglie e scontri memorabili della storia, ai tempi di Dante Alighieri, e dietro a quel cognome – Zamboni – che richiama invece, per assonanza linguistica, i terreni piaceri che offre la grassa cucina della dolce Emilia-Romagna, si cela un uomo che tra l’obbedienza e la coscienza scelse quest’ultima.
Magari non rischiò di essere eliminato fisicamente per il suo indubbio coraggio, come vorrebbero i sedentari ragionieri del minimalismo. Sicuramente ha pagato il prezzo più alto e più nobile che si chiede a un uomo, scegliendo l’impervio sentiero della giustizia e dell’umanità, e rinunciando a una brillante carriera. Dopo aver salvato quasi tutti gli ebrei italiani della città greca di Salonicco, e dopo aver inventato documenti falsi per sottrarre alla deportazione anche il numero più alto possibile di ebrei greci, questo console generale della regia diplomazia italiana è stato trattato, al rientro in patria, come un fardello scomodo. Volevano epurarlo dal Ministero degli Esteri perché c’era chi intendeva cancellare con un ruvido colpo di spugna tutti i testimoni del passato. Quindi, anche quel fastidioso console generale, fascista come la stragrande maggioranza degli italiani del tempo, che aveva saputo ascoltare la coscienza.
Certo, nell’Italia del dopoguerra, dove c’era voglia di dimenticare in fretta e con ogni mezzo il passato, non era politicamente corretto riconoscere il valore dei pochi che seppero dire di no. Meglio sacrificare quell’arrogante diplomatico con l’anticipata pensione per non turbare i disegni dell’imperante mediocrità. La reazione di Guelfo Zamboni all’epurazione fu veemente, e riuscì ad ottenere che gli fosse restituito l’onore professionale.
Le tracce perdute del coraggio di quel console furono trovate da un ricercatore italo-israeliano, Daniel Carpi, ma il suo prezioso studio finì, in poche copie, sepolto negli scaffali polverosi di qualche biblioteca. Zamboni, in Italia, non lo conosceva nessuno e nessun editore era interessato a diffondere i documenti ufficiali che provavano il coraggio del diplomatico, che aveva ottenuto la medaglia di giusto dallo Yad Vashem di Gerusalemme. Ecco perché, grazie all’Ambasciata d’Italia in Atene e al suo ambasciatore Gian Paolo Cavarai, decidemmo, assieme a due amici, la professoressa Alessandra Coppola, ordinario di Storia greca all’Università di Padova, e il giornalista Jannis Chrisafis, di pubblicare il libro con gran parte dei documenti. Da una costola del libro è arrivata la drammatizzazione teatrale “Salonicco 43”, nata dal regista Ferdinando Ceriani, dallo stesso Cavarai e da chi scrive, e che verrà presentata a Milano il 22 febbraio, al teatro Franco Parenti.
Un omaggio intenso e incisivo per ricordare un uomo, un italiano generoso, che infischiandosene delle convenienze, ha preferito rischiare tutto nel nome della giustizia e della solidarietà di fronte al crimine più orrendo della nostra storia. A chi gli chiedeva di raccontare quanto aveva fatto, il brusco Zamboni, con il suo volto spigoloso e turrito, rispondeva semplicemente: “Ho fatto il mio dovere.


aferrari@corriere.it

Antonio Ferrari, editorialista del "Corriere della Sera"

Analisi di Antonio Ferrari, editorialista del "Corriere della Sera"

10 febbraio 2010

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