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Guerra in Ucraina, che cosa ci insegna l'ex Jugoslavia

di Tatjana Dordevic Simic

Nella foto in copertina, un murale dedicato a Vladimir Putin recentemente apparso nel centro di Belgrado

La guerra in Ucraina è scoppiata proprio trent’anni dopo l’inizio di quella in Bosnia ed Erzegovina nel 1992, che fu definita come il più feroce conflitto europeo dopo la Seconda guerra mondiale. Il capitolo più lungo e violento della guerra che ha portato alla dissoluzione della Jugoslavia.

Le due guerre - quella in corso e quella in Jugoslavia - sono di natura diversa, ma l’ultimo grande conflitto in Europa potrebbe offrire la possibilità di comprendere meglio l'invasione russa in Ucraina.

“L'aggressione russa può essere paragonata all’inizio della guerra nell'ex Jugoslavia che finì nel 1999 con i bombardamenti della NATO. La Serbia voleva proteggere la minoranza serba prima in Croazia, dopo in Bosnia, poi in Kosovo. Proprio come oggi la Russia giustifica l’invasione dicendo di voler proteggere il popolo russo delle repubbliche di Donetsk e Lugansk”, spiega il giornalista di Sarajevo Mladen Obrenović.

Obrenović spiega che in Bosnia i ricordi della guerra del ’92 -’95 sono ancora freschi. Già prima dell'aggressione russa, in più occasioni le dichiarazioni di politici irresponsabili facevano temere nuovi conflitti armati.

La stessa cosa succede in Kosovo, dove negli ultimi giorni abbiamo sentito le dichiarazioni del premier kosovaro Albin Kurti che ha ribadito l'auspicio di Priština di aderire quanto prima all'Unione Europea e alla Nato, in quanto teme un nuovo conflitto con la Serbia.

C'è un altro elemento di paragone: come già successo in Jugoslavia ieri, oggi in Russia si continua a negare la natura degli eventi in corso, non definendoli guerra o invasione, ma preferendo l’espressione "operazione militare speciale". È la stessa espressione che l’alleanza della NATO utilizzò per definire i bombardamenti del 1999 nella capitale serba Belgrado.

Serbia e Bosnia sono gli unici Paesi europei che non hanno introdotto sanzioni contro la Russia. Ma, a differenza dei bosniaci, molti serbi sentono molta vicinanza con il popolo russo.

Pedja Popović, giornalista quarantasettenne di Belgrado, dice ​​che i serbi hanno un atteggiamento tradizionalmente positivo nei confronti della Russia e che la maggioranza dei cittadini sostiene la decisione di non sanzionare la Russia.

“Per dieci anni, negli anni '90, la Serbia è stata sotto le sanzioni. Sanzioni che conducono alla povertà, all'aumento della corruzione e alla riduzione dello stato di diritto”, spiega Popović aggiungendo che a proposito della guerra in Ucraina secondo molti cittadini serbi c'è una terza forza attiva nel conflitto formata dagli Stati Uniti e l'Occidente. “Fu proprio la NATO a violare il diritto internazionale umanitario quando bombardò la Serbia, creando così un precedente”.

Secondo Djordje Odavić, un media expert di Belgrado che negli anni '90 si era rifugiato con la sua famiglia dalla Croazia in Serbia, il popolo serbo sta combattendo contro i demoni del proprio passato e con la responsabilità per le guerre fatte. Aggiunge che la Serbia non è disposta ad affrontare la responsabilità della classe politica che è stata parzialmente condannata dal Tribunale dell'Aia, così come quella di tutti coloro che l'hanno sostenuta e giustificata. Sebbene ci siano serbi che criticano l'aggressione russa e sostengono gli ucraini, "purtroppo", spiega Odavić, "la gran parte dei cittadini sostiene le decisioni di Putin ed è pronta a chiudere un occhio sulle violazioni del diritto internazionale umanitario".

Una decina di giorni fa nel centro di Belgrado è stato disegnato un murale dedicato a Vladimir Putin e alcuni cittadini si sono radunati per dimostrare il proprio sostegno al presidente russo. Sanja Lučić, corrispondente dall’Italia per la televisione serba RTS, spiega che si tratta di un episodio di una decina di giorni fa organizzato da alcuni cittadini e gruppi di destra in sostegno al popolo russo e non propriamente alla guerra. Ma resta il fatto che questa vicinanza è molto sentita.

E se in Serbia la guerra in Ucraina ha risvegliato la memoria della primavera del’99 - quando l’alleanza NATO bombardò il Paese -, anche in Bosnia ed Erzegovina i ricordi traumatici si sono rafforzati.

Djenita Delihasanović aveva solo dodici anni quando insieme ai suoi genitori è andata a vivere in un bunker vicino casa loro, nel centro di Sarajevo. “Quello che succede oggi a Kiev è una sorta di boomerang per noi che abbiamo vissuto quattro anni sotto assedio. Mi ricordo che invece di andare a scuola o giocare con gli amici mi mettevo in fila nei pressi della cisterna per prendere l’acqua, mancava in città. Non vedevo l'ora che arrivasse la primavera, quando potevamo raccogliere l’erba e preparare qualche piatto con la verdura”, racconta Delihasanovic. Oggi teme che il conflitto ucraino possa espandersi e rafforzare i nazionalismi anche nel suo Paese.

Lo stesso pensa Emina Gegić, che se n'è andata dalla sua città dopo la guerra e oggi vive a Milano. Nel suo libro “Nero sensibile”, edito dal gruppo Albatros il Filo, Emina racconta i quattro anni più bui della sua adolescenza: “Un giorno un mio amico ha portato una pistola a scuola. Avevamo solo sedici anni e le nostre vite all'improvviso si sono trasformate in paura, sangue, fame. Eppure, poco dopo l'inizio dell'aggressione, io decisi di combattere l’odio con la cultura e l’arte, che sono anche i modi per sopravvivere alla guerra e fermarla”, dice Gegić, aggiungendo che non riesce a capire perché si ripetano sempre gli stessi errori.

Tatjana Đorđević Simić

Analisi di

23 marzo 2022

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