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Halle e le radici dell’odio

di Simone Zoppellaro

Da Stoccarda – Halle, la città che è stata ieri teatro di un attacco di matrice antisemita e xenofoba, non è certo un posto qualsiasi. Mai in Europa occidentale o qui in Germania mi è capitato di vedere un luogo dove convivono insieme in modo così marcato abbandono, desolazione, rabbia e razzismo. Ricordo, anni fa, come un amico mi sconsigliasse di andare in giro da solo: troppo scuro di carnagione e capelli, mi diceva, troppi i neonazi nelle strade di Halle con le mani che prudono. Ricordo i condomini sterminati e spettrali dell’epoca comunista con i vetri sfondati, occupati abusivamente o semplicemente lasciati vuoti per la fuga dei giovani verso lidi più ridenti. Che di ridente, la povera Halle, ha davvero poco: quel plumbeo cielo di provincia, xenofobia e frustrazione palpabili nell’aria, e su tutto una grigia patina del passato difficile da cancellare. Due dittature, quella nazista e quella comunista della DDR – pur nelle innegabili differenze che le contraddistinguono – che hanno lasciato il loro marchio su ogni cuore e ogni pietra della città.

Parlavo giorni fa di Halle con un amico che lavora in una ONG che, confermando le mie impressioni, mi ha raccontato di come, in un convegno organizzato in quella città, un tassista del posto si fosse rifiutato di accompagnare un loro ospite perché di colore. Cose inimmaginabili qui a Ovest, sarebbe facile dire. Eppure, questo salto di qualità della violenza antisemita, acclamato da parte dell’estrema destra in rete e condannato da tutte le forze politiche, non può che interrogare tutto il Paese. Avrebbe potuto essere una strage di ben altre dimensioni se l’attentatore, che era in possesso di alcune armi, fosse riuscito a forzare l’entrata della sinagoga e se queste non si fossero inceppate. Come riportano fonti ufficiali, nel macabro video che accompagna la strage, l’uomo esplicita tesi negazioniste accusando gli ebrei (la solita disgustosa favola del complotto) di essere responsabili di gran parte dei problemi del mondo.

Grande solidarietà, dicevamo, a tutti i livelli della politica e della società civile, a partire dalla Cancelliera Merkel che si è recata a una veglia alla sinagoga di Berlino, con numerose, dure frecciate da sinistra all’AfD, partito della nuova destra tedesca che raccoglie a Est larga parte dei suoi consensi. Sgomento, orrore, ma anche una grande compostezza, qui in Germania. Provenendo da un Paese, l’Italia, in cui ogni crisi, anche la più tragica, è spunto per patetici siparietti, sfoghi estemporanei e sviolinate, non posso che ammirare questo saper mantenere la schiena dritta quando il mondo attorno brucia, nonché il giusto orgoglio di un Paese che ha saputo, assai più di tanti altri e del mio, assumere sulle sue spalle le cupe pagine di un passato di orrore, assumendosi la responsabilità del suo futuro.

Perché è facile denunciare i genocidi degli altri, molto meno andare a fondo – Ankara docet (e non solo) – su quelli commessi dai propri fratelli o padri. Certo, a Halle sono stati fatti degli errori assai gravi che avrebbero potuto portare, come detto, a una strage di decine di persone. La comunità ebraica tedesca, frastornata e impaurita, ha criticato duramente la polizia per la mancata presenza di una sorveglianza in occasione dello Yom Kippur, presenza che avrebbe potuto salvare, forse, almeno una delle due vittime di questa tragedia.

Tendo a leggere questa come una tragedia non solo tedesca, ma europea, che si pone sulla scia di episodi di antisemitismo sempre più diffusi in tutto il continente, e di una retorica dell’odio che si insinua ovunque, nei meandri più impensabili del discorso pubblico. L’aria che tira, inutile nasconderlo, non è affatto buona, come fin troppo evidenti sono i riferimenti, anche simbolici, che il presunto attentatore di Halle, Stephan Balliet, avrebbe fatto nei confronti vuoi di Anders Breivik che della strage di Christchurch in Nuova Zelanda.

Ma qual è il terreno di cui si nutre quest’odio? Siamo proprio sicuri che le tesi deliranti che hanno portato a questo orribile crimine non siano più vicine a noi di quanto pensiamo? Vi faccio un piccolo esempio, tratto dalla mia esperienza. Il mese scorso (e mi guardo bene dal citare la testata) ho scoperto un articolo condiviso in rete da 77.468 persone, numero quasi pari a quello di coloro che tempo fa, nella piattaforma Rousseau, ha supportato il nuovo governo. In questo pezzo si leggono deliri come: “Soros sta cospirando contro l’umanità al fine di distruggere le democrazie occidentali”. Ebbene date le origini ebraiche di Soros, l’identificazione è perfetta con la propaganda degli anni trenta e quaranta, da un lato, e dall’altro, con quanto sostenuto nel delirio trasmesso in streaming dell’attentatore di Halle.

Fandonie simili, che si leggono ogni giorno da Roma a Berlino, da Budapest all’Armenia, non sono forse il sostrato e il nutrimento primo di queste stragi? E non parlo solo di quel calderone immenso che è la rete. Ve lo ricordate quando il M5S chiamava Radio Radicale, di cui si voleva la chiusura, Radio Soros? Lungi da me voler invocare la censura, ma una riflessione seria sul nostro linguaggio e le sue radici più profonde è urgente e necessaria, pena lo sprofondare in una nuova inquisizione, una caccia alle streghe in cui il colpevole è tale prima di poter pronunciare parola, solo perché diverso. E Stephan Balliet, che ha mandato le sue macabre azioni in diretta streaming, non pensava forse di trovare in rete – magari fra chi condivide e commenta simili tesi complottistiche – chi ne avrebbe fatto un eroe?

Questo “pazzo”, questo “lupo solitario”, come lo hanno definito i media, a ben guardare non è troppo diverso da molti di noi.

Simone Zoppellaro, giornalista

Analisi di Simone Zoppellaro, giornalista

10 ottobre 2019

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