Gariwo: la foresta dei Giusti GariwoNetwork

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​HARALD EDELSTAM

Il Raoul Wallenberg degli anni ’70

​Harald Edelstam

​Harald Edelstam per gentile cortesia della Famiglia Edelstam

L’Ambasciata di Svezia a Roma dedicherà un albero del proprio giardino al diplomatico Harald Edelstam, cui Gariwo, “il Giardino dei Giusti nel mondo”, ha conferito il titolo di “Giusto”. Il nome del diplomatico svedese è stato segnalato a Gariwo e al suo Presidente Gabriele Nissim, dagli studenti del liceo scientifico “Rummo” di Benevento e dalla giornalista Enza Nunziato, che li coordina nella ricerca dei Giusti nella storia contemporanea.

Quando nel 1974, dopo il colpo di stato militare venni trasferito da Buenos Aires a Santiago del Cile, dove l’Ambasciata d’Italia ospitava un centinaio di rifugiati politici, e le ambasciate di altri Paesi accoglievano - o avevano accolto - decine di perseguitati, negli ambienti della Sinistra cilena un nome veniva pronunciato con rispetto e riconoscenza: Harald Edelstam, Capo missione svedese, giunto a Santiago nel 1972, dichiarato “persona non grata” dal governo militare ed espulso dal Cile nel 1973.

I diplomatici accreditati a Santiago commentavano con ammirazione, seppure con qualche riserva, i sorprendenti sviluppi dell'azione di Edelstam a difesa dei perseguitati dal regime militare.

La Destra cilena lo detestava. Lo accusava di avere creato ingiustificati problemi alla Giunta per un “tornaconto politico” in patria, assicuratogli anche dalla amicizia che lo legava ad Olov Palme, Primo Ministro svedese.

La stampa del regime, cioè la totalità della stampa allora circolante, non perdeva occasione per denigrarlo. I giornali spesso avevano scritto che in seno al Ministero degli Esteri svedese grande era la disapprovazione che Edelstam suscitava con il suo imprevedibile comportamento e con le ripetute prese di posizione ostili alla Giunta e ai militari cileni, al di là di ogni istruzione ministeriale e delle consuetudini diplomatiche vigenti tra Stati.

Imperdonabile risultava poi per la Destra cilena il fatto che Edelstam si servisse dei corrispondenti della stampa internazionale accreditati a Santiago per denunciare gli aspetti più problematici della repressione in atto e le inammissibili violazioni dei diritti umani effettuate dalle Forze Armate e dai Servizi di sicurezza, tra tutti la DINA (Direcciòn de Inteligencia Nacional), che di fatto faceva capo a Pinochet.

Una lode senza riserve dell’operato di Edelstam proveniva dagli alti ranghi della Chiesa cattolica cilena, in particolare dal Vicariato della Solidarietà, istituito per assistere il crescente numero di poveri e perseguitati, e dalle Organizzazioni Internazionali accreditate a Santiago, che, con prudenza e discrezione, si occupavano della protezione dei perseguitati del regime.

L’aria che si respirava a Santiago era pesante. Gli oppositori del regime venivano arrestati e incarcerati dalle forze militari e di polizia. Molti poi scomparivano, ingrossando il numero dei desaparecidos. Il ricorso alla magistratura rimaneva senza effetti. I cittadini sospetti venivano ricercati senza sosta dai Servizi. Di notte, protetti dal coprifuoco, circolavano su veicoli senza targhe gli agenti della DINA, liberi di agire senza testimoni.

Questo è lo scenario nel quale doveva operare Harald Edelstam in difesa dei perseguitati del regime militare, spesso con rischio e pericolo personali, agendo quasi sempre di propria iniziativa, senza la “copertura” o le istruzioni del Ministero degli Esteri svedese, disattendendo a volte le indicazioni che gli pervenivano da Stoccolma.

La “avventura” di Edelstam in Santiago inizia con il colpo di stato militare dell’11 settembre 1973 e con la successiva repressione.

Un primo clamoroso gesto di condanna del regime crea sorpresa, perplessità e incertezza. Edelstam riesce a penetrare nella Ambasciata Cubana, accerchiata dalle forze militari golpiste, e dichiara - senza previe istruzioni da Stoccolma - che “il proprio Paese si prenderà cura degli interessi cubani”. La formula tecnica esprime che la Svezia si farà carico della tutela dei cittadini, dei funzionari e degli edifici diplomatici cubani in Cile. Edelstam ribadisce con inaudita fermezza il suo proposito opponendosi con il proprio corpo all’ingresso di un carro armato dell’esercito nel giardino dell’ambasciata cubana nei giorni che seguono il golpe. I militari espellono dal Cile tutti diplomatici cubani, accusandoli di avere infiltrato con i loro agenti la amministrazione dello Stato per accelerare l’avvento della attesa “rivoluzione del proletariato”.

L’Ambasciata di Svezia e la più capiente Ambasciata di Cuba diventano fin dai primi giorni del golpe il “santuario” degli oppositori, uomini e donne, ricercati dal regime. Occorre assisterli, fornire loro vitto, alloggio e cure mediche oltre che documenti di identità, ottenere dalle autorità militari le autorizzazioni per l’espatrio, identificare i Paesi terzi disposti ad accoglierli. Edelstam chiede aiuto a Stoccolma, che invia un giovane funzionario dalla ambasciata svedese in Buenos Aires.

Edelstam diventa in breve tempo un “esperto” nel trattare con i militari il rilascio dei detenuti, il loro affidamento alla Svezia, il loro espatrio, servendosi anche di documenti non sempre ortodossi. Interviene non soltanto a tutela di svedesi e cubani, ma anche di cittadini di altri paesi latinoamericani retti da regimi militari che avevano a suo tempo ottenuto asilo politico in Cile. Riesce ad accedere ovunque, alle carceri, ai campi di concentramento, al famigerato stadio di Santiago, cercando persone da recuperare.

Si calcola che la azione del diplomatico svedese abbia contribuito a salvare in pochi mesi circa 1500 rifugiati e ricercati.

Senza entrare nei dettagli, a Santiago correva voce che Edelstam avesse più volte agito a suo rischio e pericolo, dando prova di un eccezionale coraggio, di una audacia al di fuori di ogni norma, di un disinteresse totale. Si era scontrato a volte, anche fisicamente, con gli agenti in borghese dei Servizi, con i militari, con i carabineros, sempre in difesa di perseguitati che non conosceva e che forse non avrebbe più rivisto. Era giunto al punto di nascondere e mandare all’estero personaggi politici della Sinistra cilena altamente “sensibili”, la cui vita sarebbe stata altrimenti segnata.

Nella storia di questo eccezionale diplomatico, si erano registrati significativi precedenti già dai tempi della sua missione a Berlino (1941), e successivamente a Oslo (1942). Nelle due città, l’aristocratico Edelstam e la moglie Louise von Rosen erano riusciti a stabilire corretti rapporti con le autorità naziste, che avrebbero resero possibile allo svedese di intervenire a favore dei suoi protetti.

Nella sua casa a Berlino, presso il quartiere di Kurfurstendamm dove abitavano numerosi ebrei, avevano più volte trovato rifugio i perseguitati dalle leggi razziali. A Berlino aveva conosciuto l’ambasciatore Morla, eccezionale diplomatico cileno che a Madrid, durante la guerra civile spagnola, aveva dato rifugio e protezione a circa 3000 perseguitati. In più di un’occasione Edelstamm aveva espresso il proposito di ispirarsi alla sua azione.

Nella Norvegia occupata dai nazisti, il diplomatico svedese non soltanto aveva nascosto nella propria residenza ebrei e partigiani, ma li aveva più volte trasportati sulla sua auto con targa diplomatica verso il confine svedese, la salvezza. Aveva organizzato nei sotterranei dell’ambasciata una tipografia clandestina, utilizzata dalle forze della resistenza. Finché la Gestapo cominciò a interessarsi a lui. Fu quasi investito “accidentalmente” due volte da un camion, e di seguito tentarono di sparargli. A Edelstam non rimase che prendere con sé la moglie e fuggire su una piccola auto verso il confine svedese…

Si pone a questo punto una domanda ineludibile: Di fronte a circostanze eccezionali che pongono in pericolo la sicurezza o la vita dei nostri simili, sia singoli che gruppi di minoranza, è lecito a un diplomatico agire senza o contro le istruzioni del proprio Ministero degli Esteri per fornire aiuto e protezione a chi ne ha bisogno? A Santiago, sotto una spietata dittatura militare, Edelstam ha preso “iniziative umanitarie” ed ha agito di regola senza o addirittura contro le istruzioni scritte o verbali del suo dicastero. Egli era certamente al corrente che i vertici della diplomazia svedese e parte dell’establishment politico - salvo il Primo Ministro Olov Palme - non condividevano il suo operato.

Enrico Calamai, viceconsole d’Italia Buenos Aires sotto regime militare (1974), ha nascosto e posto in salvo decine di italiani e discendenti di italiani ricercati dalle forze armate e dalla polizia per motivi politici. Calamai ha certamente agito, con elevato rischio e pericolo personali, in dissonanza dalla volontà del suo capo, il Console generale, e del suo Ambasciatore, e comunque senza la copertura del Ministero degli Esteri italiano. Ha per questo pagato un alto prezzo professionale.

L’italiano Tomaso de Vergottini, capo missione a Santiago sotto Pinochet (1974), ha posto in salvo alcune centinaia di perseguitati politici del regime militare, a rischio suo e della sua famiglia. Anche de Vergottini e i suoi più stretti collaboratori operarono senza precise istruzioni ministeriali a difesa di una schiera di perseguitati politici in Cile.

Questi diplomatici esemplari, primo tra tutti Harald Edelstam, hanno agito sotto la spinta di un forte impulso ideale, in favore di persone che non avevano mai visto, senza attendersi ricompense, a rischio a volte della propria vita, apparentemente “senza un perché”. Nessun governo può richiedere ai propri funzionari diplomatici di rischiare nell’esercizio delle loro funzioni come loro hanno rischiato. Hanno agito quasi sempre senza istruzioni, a volte contro di esse, assistiti soltanto dalla loro coscienza e coraggio, consapevoli della possibilità di ricevere una successiva “censura” da parte della propria amministrazione.

Il mio personale parere è che Harald Edelstam e i suoi emuli abbiano agito correttamente, scegliendo di difendere i Diritti umani dei perseguitati, prima di qualsiasi altra considerazione, paladini di ciò che oggi Gariwo chiama “la diplomazia del bene”, così come Gabriele Nissim ha scritto nella magnifica “Carta delle responsabilità 2017”. In questa ottica, il valore prioritario su qualsiasi altra considerazione è l’uomo: la sua dignità, la giustizia, la decenza, l’amore.

Un uomo siffatto, ricolmo di “responsabilità” verso il suo prossimo, costituisce il modello che Harald Edelstam degnamente incarna. Egli si pone come esempio per i suoi simili, soprattutto per i giovani che si accingono a varcare le soglie di questo momento poco luminoso della storia, di cui si mormora che “time is out of joint”. L’albero che per volontà dell’Ambasciatore Svedese a Roma, Robert Rydberg, verrà a lui dedicato, costituisce un segno dell’ingresso di Edelstam nella “Foresta dei Giusti nel mondo”, e un ammonimento presente e futuro per tutti.

Analisi di Emilio Barbarani, già ambasciatore a Santiago del Cile

6 novembre 2017

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