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Hitler, Stalin, guerra in Ucraina: quando abbiamo iniziato a rifiutare il confronto?

di Anna Foa

Sul Corriere della Sera del 26 giugno Ernesto Galli della Loggia scrive “che quello che le autorità russe stanno facendo in Ucraina è qualcosa che prima di oggi solo Hitler e Stalin avevano osato fare”. Non sono del tutto convinta di quel “solo”, penso che dopo Hitler e dopo Stalin anche la seconda parte del Novecento sia stata costellata di genocidi e violenze genocidarie che non hanno molto da invidiare a quelle naziste e comuniste. Ma sono invece del tutto d’accordo con il confronto. Quello che ha fatto Hitler, e non solo con la Shoah ma con la guerra, non può non essere confrontato con il gulag, e a loro volta le atrocità commesse tanto da Hitler che da Stalin possono essere utilmente confrontate con l’aggressione russa all’Ucraina, i civili assassinati, i bambini rapiti, il genocidio della cultura ucraina, dei suoi monumenti, della sua lingua.

Eppure, questo confronto, su cui Gariwo ha insistito dall’inizio della guerra, è stato etichettato da molti, anche nel mondo ebraico, come una “banalizzazione” della Shoah, al limite quasi dell’antisemitismo. Non altrettanto, purtroppo, è stato detto per denunciare quella che Putin ha presentato come la sua motivazione fondamentale, “denazificare l’Ucraina” (e poi, in seguito, magari l’Europa). Anzi, tali affermazioni sono state volentieri giustificate ricorrendo all’esistenza del battaglione Azov, come se i russi di Putin fossero privi di nazisti nel loro esercito, cioè con il ricorso ad argomenti basati sui fatti, non sulle distorsioni ideologiche. Per cui chi invece confrontava, sulla base della storia dei genocidi, dei crimini contro l’umanità, dei crimini di guerra, l’aggressione russa, ad esempio, con quella nazista (e non dimentichiamolo sovietica) alla Polonia era sulla via di banalizzare la Shoah. Dall’altra parte, per molti, anche fra gli ebrei, l’uso generalizzato del termine denazificazione poteva al massimo esagerare un fenomeno reale se pur più ridotto di quello denunciato da Putin.

Inutile, nessuno può essere paragonato ad Hitler, e se lo fai banalizzi la Shoah, non la consideri nella sua singolarità. Neanche il confronto con l’inizio della seconda guerra mondiale, con l’aggressione alla Polonia e poi all’Europa, può essere sostenuto, perché tocca troppo da vicino la Shoah. Meglio stare lontano dai confronti storici, eliminare i paragoni, le analisi comparate (sia detto per inciso, metodologia basilare degli storici).

Ma quando è cominciato questo rifiuto aprioristico di ogni confronto? Certo, ricordo all’inizio degli anni Ottanta, in Italia, all’epoca della guerra del Libano, gli attacchi della sinistra ad Israele vista come un nuovo Stato nazista, e non nego che in quelle polemiche ci fosse presente non solo l’antisionismo ma anche una buona dose di antisemitismo. In quel caso, rifiutare ogni paragone voleva dire difendere Israele. Eppure, se si guarda indietro, si scoprono paralleli insospettati, richiami al nazismo che mai ci saremmo aspettati. Il nazismo, Hitler, sono l’emblema stesso di ogni male, di ogni ingiustizia. Il richiamo al nazismo, alla Shoah, viene naturale. Anche in Israele.

29 ottobre 1956. È il primo giorno della Campagna del Sinai. Il coprifuoco è stato anticipato dalle nove di sera alle cinque, ma gli abitanti arabi di Kfar Kassem lo ignorano e ritornano dal lavoro dopo le cinque. L’esercito israeliano riceve l’ordine di fucilarli. Muoiono una cinquantina di persone, fra loro donne e bambini. Per alcune settimane l’eccidio resta coperto dalla censura, poi la stampa ne divulga la notizia. Il paese è sconvolto. Ben Gurion ne riferisce al Parlamento, che osserva un minuto di silenzio. I giornali, gli intellettuali, il pubblico si interrogano, nonostante l’opposizione delle destre. “Fra non molto noi saremo come i nazisti e come gli autori dei pogrom”, si dice. Era già successo, dopo la guerra di Indipendenza, che si era aperto un dibattito sulle azioni dell’esercito e le si era definite come “naziste”.

Processati, gli autori dell’eccidio di Kfar Kassam vennero condannati a forti pene detentive, presto però ridotte. È fra l’altro in quella sentenza che il tribunale militare israeliano definì la natura di un ordine illegittimo al quale era necessario disobbedire: “L’illegittimità palese è come un drappo nero, che sventola al di sopra dell’ordine dato, ammonendo: ”Vietato!”

Che ne è stato di noi in questi settant’anni, se allora non si ebbe paura di andare in giudizio, ed ora si ha paura perfino delle parole?

Anna Foa, storica

Analisi di

27 giugno 2022

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