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Hrant Dink e il limbo armeno in Turchia

di Francesco Pasta

Centro per la Memoria di Hrant Dink 23.5, nell’ex sede di Agos. Lo studio del giornalista è stato lasciato intatto.

Centro per la Memoria di Hrant Dink 23.5, nell’ex sede di Agos. Lo studio del giornalista è stato lasciato intatto. Foto: Hadiye Cangökçe, Fondazione Hrant Dink

Pubblichiamo di seguito il contributo su Hrant Dink uscito su Il lavoro culturale a cura di Francesco Pasta.

Il 23 aprile è festa nazionale in Turchia: si celebra in pompa magna l’anniversario della prima sessione del parlamento repubblicano, concretizzazione della massima del fondatore della Turchia moderna Mustafa Kemal Atatürk secondo cui “La sovranità appartiene incondizionatamente alla nazione”. Niente cerimonie di Stato, invece, il giorno successivo, il 24, in cui si commemora la deportazione degli intellettuali della comunità armena di Istanbul nel 1915, inizio del primo genocidio del XX secolo.

Durante la prima guerra mondiale, nel corso della disgregazione del multietnico Impero Ottomano dilaniato dalle spinte centrifughe dei nazionalismi, gran parte della popolazione armena di Anatolia fu deportata verso il deserto siriano su ordine del Comitato Unione e Progresso al governo. Furono massacrati o morirono per gli stenti e i maltrattamenti un milione e mezzo di armeni, anche se le stime variano. Di fatto, il Meds Yeghern (il “Grande Crimine” armeno) segnò la fine della plurimillenaria civiltà armena in Anatolia.

In un articolo dal titolo un po’ enigmatico di “23,5 Aprile” il giornalista Hrant Dink, intellettuale di spicco del movimento per i diritti civili nel Paese, descriveva nel 1996 la propria condizione di cittadino armeno della repubblica turca come il dilemma di chi si trova sospeso nella notte tra un giorno di festa condivisa e un anniversario luttuoso e indicibile. La cosidetta questione armena è ancora oggi uno dei grandi scheletri nell’armadio della Turchia. Alla cancellazione di un popolo, precondizione per la rappresentazione di una nazione omogenea e sovrana, ha fatto seguito una sistematica rimozione collettiva. Nel paese le cose non sono mai state facili per chi, come appunto Hrant Dink, si è impegnato per la democratizzazione di uno Stato che “ha sempre voluto guidare il popolo invece di lasciarsi guidare da esso”, dando voce alle minoranze invisibilizzate.

Nel 2007 Dink è stato assassinato a Istanbul davanti alla redazione di Agos, il periodico in turco e armeno di cui era caporedattore. Preso di mira per il suo impegno critico da una serrata campagna denigratoria e di linciaggio mediatico, riceveva continue minacce dagli ultranazionalisti turchi ed era stato condannato a sei mesi di reclusione in base al famigerato articolo 301 del codice penale, che sanziona “l’insulto alla Turchità”. Il processo è durato più di dieci anni, tra depistaggi e insabbiamenti, e si è recentemente concluso con pesanti condanne per alcuni degli imputati, ma i mandanti non sono mai stati identificati.

Quest’articolo ripercorre sommariamente il percorso personale e politico di Dink attraverso alcuni luoghi di Istanbul, “città palinsesto” disseminata di tracce di un passato cosmopolita che, come l’opera del giornalista, perforano la coltre di silenzio imposta dalla narrazione di Stato.

Nato a Malatya, terra di confine tra l’Anatolia centrale e il sud-est curdo, snodo delle carovane degli armeni deportati verso il deserto siriano, Dink crebbe nell’orfanotrofio armeno di Gedikpaşa, nella città vecchia di Istanbul. Il centro ospitava bambini provenienti da tutta l’Anatolia, dove le scuole armene erano andate distrutte, ed è tutt’oggi in funzione: nell’annessa chiesa si celebra messa in armeno, turco, farsi e russo, un allargamento dell’offerta per far fronte alla drastica riduzione della congregazione. Scendendo verso il mare si raggiunge Kumkapı, quartiere di pescatori immortalati negli anni ’50 dal fotografo armeno Ara Güler. Qui si trovano il Patriarcato Armeno, che Dink prenderà di mira nei suoi articoli molti anni dopo definendolo uno dei principali ostacoli allo sviluppo di una vera società civile nella comunità armena, e la chiesa di Surp Asdvadzadzin, in cui si terrà il suo funerale.

Come tanti quartieri di Istanbul (che a fine Ottocento, ancora capitale di un impero multietnico, aveva una popolazione in maggioranza non-musulmana) Kumkapı ha visto svanire la propria comunità originaria nel corso del XX secolo, ma in anni recenti ha riacquisito un carattere multiculturale con l’arrivo di nuovi abitanti. Oggi la via principale è punteggiata di forni uzbechi tandır, rivenditori di riso pachistano e ditte di spedizioni cargo per il Turkmenistan, tra chiese dimesse e palazzi decrepiti.

I bambini dell’orfanotrofio trascorrevano le estati a Tuzla, allora tranquilla località sul Mar di Marmara, oggi fagocitata dall’espansione di Istanbul. Le luci della città, che Dink e i suoi compagni vedevano baluginare in lontananza la sera, coprono ormai ininterrottamente la costa. Qui contribuirono a costruire il campo estivo conosciuto come Kamp Armen, che Dink amministrò con sua moglie Rakel per molti anni, finché non fu chiuso con l’accusa di formare militanti armeni in seguito al colpo di stato del 1980. L’acquisto del terreno fu invalidato secondo una legge discriminatoria per cui le fondazioni delle minoranze non hanno il diritto di acquisire proprietà. Dopo la morte di Dink, la battaglia contro la demolizione di Kamp Armen per far posto a ville private si tradusse in un’occupazione del sito che unì la comunità armena e la piattaforma civica emersa dal movimento di protesta di Gezi Parkı, esploso nel 2013 contro il crescente autoritarismo del governo. Nel 2015, al termine di un lungo processo legale, la proprietà è tornata alla chiesa armena di Gedikpaşa.

Terminate le scuole negli istituti della comunità armena, Dink proseguì gli studi all’università di Istanbul, in piazza Beyazıt, a poca distanza in cima al colle. La piazza è impressa nella memoria armena per i “Venti Martiri dell’Hunchakian”, attivisti del partito socialdemocratico armeno qui pubblicamente impiccati nel 1915, ma che negli anni ’70 era soprattutto centro della protesta studentesca. Temendo che la propria identità potesse essere collegata alla sua militanza nella sinistra extraparlamentare, Hrant cambiò ufficialmente nome in Fırat – il nome turco dell’Eufrate, che scorre nella regione di Malatya. Dopo il golpe del 1980, fu arrestato e recluso per dodici giorni in un bagno riconvertito in cella, dove veniva obbligato con gli altri detenuti a cantare ripetutamente l’inno nazionale, giorno e notte.

Negli anni ‘90 inizia l’esperimento di Agos (‘il solco’), settimanale bilingue dalle cui pagine tenterà di aprire nuovi canali di dialogo tra la comunità armena e la popolazione della Turchia, “due popoli vicini, due dirimpettai distanti”, dipingendo tinte di grigio laddove i contendenti “hanno imparato a chiamare ‘nero’ ciò che gli altri chiamano ‘bianco’”. Nei quattordici tumultuosi anni seguiti al suo assassinio, l’anniversario del 19 Gennaio è divenuto una data importante nella memoria collettiva della parte più progressista della società civile turca. L’appuntamento è all’ora dell’omicidio, avvenuto in pieno giorno davanti alla redazione, da poco trasformata in centro della memoria, nel quartiere di Şişli. “Siamo tutti armeni, siamo tutti Hrant”, scandisce la folla, e “Lo Stato assassino la pagherà”, puntando il dito contro il cosidetto derin devlet, lo Stato profondo che tira le fila della politica.

A pochi isolati di distanza, nell’animato quartiere di Kurtuluş, il Centro per lo Sviluppo e la Solidarietà al Villaggio di Vakıflı è un portale tra Istanbul e l’ultimo villaggio armeno della Turchia, ciò che resta della celebre resistenza del Monte Musa (raccontata, in italiano, ne La vera storia del Mussa Dagh): durante il genocidio i villaggi armeni tra Antiochia e il mare presero le armi e riuscirono a resistere. Per Dink, che ci teneva a rimarcare di essere armeno, cittadino di Turchia, e “anatolico fino al midollo”, bastava la constatazione che “un popolo che ha abitato questa terra per quattromila anni non c’è più” a qualificare quanto accaduto come genocidio, termine che lo Stato turco rigetta. Eppure si schierava contro chi cerca di imporre questa definizione (tra cui, oltre alla Repubblica d’Armenia, l’Unione Europea): questo nella convinzione che la storia appartiene ai popoli, non agli Stati, e che ciò di cui necessitano il popolo turco e armeno sono dialogo, comprensione e presa di coscienza, non verità preconfezionate e diktat imposti dall’alto, né tantomeno dall’estero.

Gli armeni rappresentano ancora oggi la principale minoranza non-musulmana in Turchia, quasi interamente concentrata a Istanbul. Per le strade di Kurtuluş molti indizi ne rivelano discretamente la presenza: le treccie pasquali dei panettieri, i cartelli “Si organizzano battesimi”, i nomi dei professionisti sui portoni, il carretto di libri sull’Armenia all’ingresso di un angusto pasaj, una scuola armena ancora in funzione. Un tempo noto col nome greco di Tatavla, il quartiere fu preso di mira dall’omogeneizzazione toponomastica repubblicana, che ribattezzò strade e luoghi con nomi dell’immaginario nazionalista (la guerra d’indipendenza è chiamata Kurtuluş savaşı, “guerra di salvezza”).

Proprio in questo campo si svolge oggi una riappropriazione identitaria, oltre alla sostituzione delle targhe stradali col nome di Dink: i nuovi abitanti giovani, laici e progressisti hanno ripreso a usare il vecchio nome, come racconta Hüseyin Irmak, che ci è nato e cresciuto, autore di Da Tatavla a Kurtuluş. Aras, editore dell’opera (per ora disponibile solo in turco), annovera tra i fondatori proprio Hrant Dink. Nascosta con la sua minuscola libreria e sala eventi al primo piano di un elegante palazzo di Istiklal caddesi, nel mezzo del quartiere europeo di Pera, la casa editrice è un avamposto di dialogo intercomunitario, che traduce e pubblica letteratura armena in turco e testi stranieri in armeno occidentale, contribuendo a mantenere in vita questa lingua a rischio di estinzione.

Nell’ultimo articolo, pubblicato il giorno della sua morte – il cui titolo, “L’inquietudine della colomba”, ha dato il nome alla raccolta dei suoi articoli – Dink descriveva il proprio stato d’animo paragonandosi a una colomba, la cui testa scatta ansiosamente a destra e sinistra, sempre all’erta e impaurita, in un misto di curiosità e nervosismo. O più prosaicamente, un piccione, come quelli che affollano la spianata informe di Taksim, centro simbolico della metropoli e sito delle commemorazioni del genocidio. Trovava conforto nella consapevolezza che “in questo paese, nessuno fa del male ai colombi”, i quali “continuano a vivere nel cuore della città, tra la folla di gente, forse un po’ apprensivi e a disagio, ma pur sempre liberi”.

Negli anni trascorsi dall’assassinio di Dink, lo spazio di dialogo in Turchia si è ridotto drasticamente. Con l’alleanza islamo-nazionalista al governo è aumentato il potere di chi non si fa scrupolo a fare del male alle colombe. Ma il suo messaggio, che andava ben oltre la questione armena in sé, ha trovato eco nelle proteste di Gezi Parkı ed è stato raccolto dal Partito Democratico dei Popoli (HDP), i cui leader sono in carcere dal 2016 e contro cui si sta intensificando la persecuzione giudiziaria, fino alla paventata messa al bando per “terrorismo”. L’impegno di Dink per una società più democratica, libera e multiculturale prosegue nelle battaglie femministe e nell’attivismo LGBT, nelle proteste studentesche iniziate all’Università del Bosforo, nella campagna degli Accademici per la Pace, nel variegato movimento curdo di resistenza, e nelle innumerevoli altre lotte che attraversano il Paese, affrontando autoritarismo e repressione violenta.

Analisi di Francesco Pasta

29 aprile 2021

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