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I Curdi, la Siria e l’Europa: ieri come oggi

di Pietro Kuciukian

Dai villaggi del nord est della Siria un fiume umano si snoda nel deserto e si dirige a sud. Sessanta mila, centomila civili inermi fuggono. Il numero è destinato a crescere. Prima i bombardamenti, poi l’artiglieria e infine l’invasione di terra. “Sorgente di pace" , amara ironia nel nome dato dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan all’invasione militare annunciata qualche tempo fa in sede ONU. Obiettivo: creare una zona cuscinetto, una safe zone, eliminare i “terroristi curdi”, trasportare al loro posto i profughi siriani. Obiettivo mascherato, riprendersi terre appartenenti all’impero ottomano sconfitto 100 anni fa.

Nel passato mi sono recato da Aleppo a Ras Al Ayn, a Raqqa, a Deir es Zor lungo il fiume Eufrate a cercare le ossa rimaste degli armeni nei campi di concentramento e di sterminio. In noi armeni ritornano i fantasmi del passato, alle immagini dell’esodo di oggi si sovrappongono le immagini scattate da Armin Wegner: donne, anziani, bambini, le marce della morte nel deserto di Der es Zor. Un milione e mezzo di armeni sterminati nel 1915. La popolazione curda nell’area è di due milioni e mezzo. Che cosa accadrà se non si agisce? Mentre si permette che un Paese invada un Paese sovrano, il segretario della Nato Jens Stoltenberg, si augura che l’operazione sia “proporzionata e misurata”, il consiglio di sicurezza dell’ONU non giunge ad una dichiarazione comune, l’Europa si limita a sanzioni economiche e al blocco delle forniture di armi. Oggi come 100 anni fa i popoli civili prediligono l’“indifferenza”, la parola più potente di Liliana Segre, per descrivere la violenza oscena dell’uomo sull’uomo. L’Europa che su proposta di Gariwo ha istituito la Giornata europea dei Giusti, ha fatto oggi sentire la sua voce di fronte all’uccisione barbara dell’attivista curda Hevrin Khalaf, protettrice dei deboli che si batteva per i diritti delle donne e per la coesistenza pacifica tra curdi, cristiani e arabi. È stata violentata e lapidata dalle milizie mercenarie di Ankara. Era un ingegnere di 35 anni, apprezzata da tutte le comunità e conosciuta anche all’estero. Auspico che alla voce di Davide Sassoli si uniscano tutte le voci degli Stati europei e del mondo.

Vittorio Emanuele Parsi intitola il suo articolo di fondo nel quotidiano Avvenire del 12 ottobre, “I balbettii degli ignavi”. Mai riflessione più calzante per esplicitare l’ipocrisia dell’Europa sulla pulizia etnica del popolo curdo ad opera del governo di Ankara. I turchi arriveranno a Vienna per la seconda volta? Probabilmente si, ma non saranno armati, non ce ne sarà bisogno. L’Unione Europea si sarà dissolta, colpita al cuore dal problema migratorio affrontato con un cedimento morale di gravità inaudita: abbiamo pagato Erdogan affinché rinchiudesse nei campi gli esuli siriani, e oggi rinunciamo ai nostri principi fondativi se non riusciremo a fermare il secondo genocidio dell’area mediorientale, quello dei curdi. Su questa strada l’Europa sceglierà non il suicidio violento, ma l’eutanasia.

Il confine turco siriano è l’area dove la resistenza del popolo curdo si è manifestata in modo esemplare, ha visto uomini e donne impegnati a fronteggiare l’Isis garantendo in Europa una tregua dagli attacchi dei terroristi.

Quello che avrebbe dovuto essere il Kurdistan siriano, il Rojava, ha sperimentato l’autodeterminazione e una realtà di convivenza democratica e di pluralismo politico, come recita la Carta di Rojava: “Noi popoli delle regioni autonome ci uniamo attraverso la Carta in uno spirito di riconciliazione, pluralismo e partecipazione democratica per garantire a tutti di esercitare la propria libertà di espressione… La Carta riconosce l’integrità territoriale della Siria con l’auspicio di mantenere la pace al suo interno e a livello internazionale”. Come può oggi l’Europa dimenticare i giorni di resistenza a Kobane? Come può accettare il ricatto di Erdogan? Che cosa rimarrà dell’Unione Europea se viene meno la civiltà giuridica che si fonda, tra gli altri, sul principio del diritto di asilo per i perseguitati e sull’impegno di reagire ad ogni sopraffazione del forte sul debole? Non basta esprimere a parole la solidarietà al popolo curdo e piangere sulle vittime di una invasione “ingiusta”.

L’Europa rinata dalle macerie della Seconda guerra mondiale che ha garantito per anni pace e progresso ai popoli dell’Unione, può crollare proprio a causa del “balbettio degli ignavi” che confligge con il principio di assunzione di responsabilità. Non reagire di fronte all’invasione turca del territorio siriano, rinunciando a difendere chi ha bisogno di essere difeso, significa per l’Europa venir meno ai suoi valori fondativi. Per ragioni di geopolitica non si vede la necessità di porre mano ad un intervento umanitario, come quello in Kosovo dove l’Europa aveva di fronte un “nemico” debole. Ma questa cecità dettata dalla paura può avere costi alti.

Se la Turchia non avesse sterminato gli armeni e non avesse espulso i greci avrebbe potuto essere uno degli Stati fondatori della Unione Europea e se oggi concedesse larga autonomia ai suoi cittadini curdi sarebbe accettata nell’Unione Europea.

È giunto a mio avviso il tempo di fare entrare Israele nell’Unione Europea, un baluardo verso le pressioni dall’est sempre più frequenti.

Gariwo è impegnata da anni a diffondere il principio di responsabilità etica. La crisi politica che stiamo vivendo oggi impegna ad assumere a tutti i livelli il principio di responsabilità globale. Nella capacità di scegliere si gioca la libertà degli esseri umani. 

Pietro Kuciukian, Console onorario d'Armenia in Italia e co-fondatore di Gariwo

Analisi di Pietro Kuciukian, Console onorario d'Armenia in Italia e co-fondatore di Gariwo

14 ottobre 2019

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