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I genocidi e la Memoria, nuove pagine per riflettere

di Marco Cavallarin

Riprendiamo di seguito la recensione del nuovo libro di Gabriele Nissim "Auschwitz non finisce mai" (Rizzoli, 2022) uscita sul numero di agosto 2022 di Pagine ebraiche, firmata da Marco Cavallerin.

Non capita sovente di incrociare un testo capitale come questo, saggio necessario per il neofita - tale è stata per me questa lettura - che intenda documentarsi sull’argomento “genocidio”, parola coniata nel 1944 quando la Shoah era ancora in corso, e spesso ancora oggi usata impropriamente da giornalisti e politici. Il titolo, in verità, non trovo che sia accattivante: piuttosto a effetto, frutto di una scelta più sensazionalistica che editoriale. Ma l’Autore in questo non c’entra. E’ invece la sostanza del libro, il testo nutrito di informazioni, riflessioni e delle narrazioni delle vite incrociate dall’Autore e tra di loro: le vite che hanno costruito la storia di questo concetto, e quelle degli incontri formativi che hanno determinato il percorso esistenziale di Gabriele Nissim verso l’impegno civile che ne caratterizza l’agire. Nissim è fondatore e presidente di Gariwo, l’associazione che, emula di Yad Vashem, riconosce i Giusti del mondo e costruisce percorsi di sensibilizzazione nei loro confronti, senza però porre distinzioni di alcun genere tra di essi, e promotore in Italia e in Europa della Giornata dei Giusti dell’Umanità.

La prima parte del libro, che si sviluppa ripercorrendo l’esperienza personale e filosofica dell’Autore, affronta il tema difficile dell’unicità della Shoah, genocidio che trova le sue insane radici nell’antisemitismo di sempre sfociato nella volontà organizzata e organizzatrice dell’eliminazione del mondo ebraico dalla faccia della terra, e nell’attuazione del suo sterminio sistematico in Europa. Di “genocidio” quindi si trattò, con precisa specificità, quella appunto dell’intento persecutorio universale, diverso rispetto a altri genocidi a partire da quello del popolo armeno fino a quelli a noi più o meno contemporanei e limitati a precisi ambiti geografici. La specificità della Shoah, che discende pure dalla sua teorizzazione, dalla sistematica regolamentazione legislativa e dall’esecuzione ossessiva del progetto, ha portato alla considerazione, quasi un dogma, della sua unicità come “male assoluto”. Tale è definita da Yad Vashem, dal mondo religioso ebraico e, spesso, anche da quello laico. Ma, nonostante l’immensità dei numeri e la spietatezza efferata dell’esecuzione, già Yehuda Bauer, storico laico israeliano, sollecitava la riflessione critica considerando che si sia trattato di un “genocidio senza precedenti” su cui gli storici devono ancora approfondire e individuare somiglianze e differenze con altre simili, paragonabili, atrocità, ognuna con la sua specificità. 

La seconda parte del lavoro ripercorre l’opera assidua fino alla sfinimento, e mirabile del giurista polacco Raphael Lemkin, che ha dedicato l’intera sua vita alla definizione del concetto giuridico di genocidio, fino al suo travagliato riconoscimento da parte dell’ONU nel 1948, alla individuazione delle sue caratteristiche, a come prevenirlo e perseguirlo. 

Lemkin e pochi altri dedicheranno il loro operare a che la Shoah non cadesse nell’oblio, come era avvenuto con il genocidio del popolo armeno, a mantenerne cioè la memoria vivida perché su di essa potesse costruirsi il “mai più” dell’umanità; e insieme a discutere la sua unicità, che determinerebbe separazione e tassonomia rispetto agli altri genocidi, agli altri odii e pregiudizi.

“Chi salva una vita salva l’intero genere umano
”: non è quindi detto che Giusti debbano essere solo gli uomini e le donne che hanno salvato ebrei dalla Shoah, ma quelli che hanno comunque salvato esseri umani. Quindi i genocidi di armeni, tutsi, cambogiani, bosniaici, rohinghya, nel Darfur, ecc., compiuti tutti con l’intento di annientare, non possono essere considerati diversi dalla Shoah, tantomeno di minore gravità, pur se diversi nelle specificità, nei metodi e nei numeri. Scrive Nissim, che pur è ebreo: “La memoria della Shoah non deve creare una divisione tra noi ebrei e gli altri esseri umani che hanno subito o subiscono genocidi”.

Da più parti è stato ritenuto che il libro di Nissim potesse riferirsi al conflitto in atto Ucraina, e come un’accusa non esplicitata di genocidio nei confronti della Russia di Putin. Non è così, né potrebbe esserlo: il libro di Nissim è stato pubblicato prima di quel drammatico 24 febbraio 2022 in cui ebbe inizio l’aggressione, e discende da un percorso di riflessione e di opera di parecchi decenni. Che alla guerra di Putin possa attribuirsi la caratteristica del genocidio del popolo ucraino, come ha sostenuto il presidente Zelensky, o quella dei crimini di guerra o contro l’umanità, è altra cosa da valutare, e bene farebbero l’ONU e il Tribunale dell’Aja a farsi carico di questo approfondimento. Fatto sta che ogni Norimberga non è vendetta ma giustizia proiettata verso il futuro, verso il “mai più”: “Non si può ridare vita a chi è scomparso, ma si può migliorare il mondo soltanto costruendo un futuro migliore”. 

E ogni genocidio non può riguardare solo un popolo ma l’intera umanità cosciente. Nissim passa sotto attento esame tutta la letteratura esistente in proposito: Simone Veil, George Steiner, Primo Levi, Jean Amery, Varlam Salamov, Avraham Burg, Baruch Spinoza, Hanna Harendt, Edgar Morin, Moshe Bejski, Walter Benjamin, Emil Fackenheim, Elie Wiesel, David Grossman; e quella classica di Socrate, Platone, Seneca, Marco Aurelio; e spesso il Talmud. E la bibliografia in fondo al libro è ricchissima e assai utile per chi intenda approfondire lo studio dell’argomento. È il patrimonio vastissimo di pensiero che Nissim padroneggia con grande dimestichezza, come già ha dimostrato nella sua vasta opera di ricerca e libraria. Auschwitz non finisce mai, pur se si è indotti a soffermarsi su parecchie pagina e a rileggerle, è di scorrevole lettura e di pregevole scrittura, un testo di riferimento che rivela l’enorme complessità della questione. E alla fine, anche il titolo trova la sua ragione.

Marco Cavallarin, studioso di ebraismo e colonialismo italiano, documentarista

Analisi di

23 agosto 2022

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