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I giusti antispettacolari

di Andrea Tagliapietra

Il giusto non è un eroe (greco), né un martire (cristiano). Bisogna sviluppare le conseguenze culturali ed etiche di questa distinzione per ricuperare l'ebraicità del personaggio concettuale del giusto. 

«Il Rabbi di Kozk chiese a un chassid: “Hai visto un lupo?” “Sì,” rispose quello. “E hai avuto timore?” “Sì.” “Ma in quel momento hai pensato che avevi timore?” “No,” rispose il chassid, “ho soltanto avuto timore.” “Così,” disse il Rabbi, “si deve fare con il timore di Dio.”» 

Quanto prescrive il Rabbi di Kozk in questa breve storiella chassidica raccolta da Martin Buber, ossia il non pensare all’azione buona che si deve fare o subire, evitando di farsene una rappresentazione, non vale solo per il timor di Dio, ma per qualsiasi azione della vita morale. L’eroe greco si vede agire, sicché l’ideale già mitico dell’eroe, presupposto alla riflessione morale della filosofia greca, si fonde con quello dell’attore che sa interpretare con estrema maestria la sua parte, manifestandola tanto nelle parole quanto nei gesti, tanto nel fisico quanto nel portamento. Non è un caso che la stagione classica dell’etica ellenica si chiuda con I Caratteri di Teofrasto, che sembra quasi un manuale per la messa in scena della tragicomica rappresentazione della vita quotidiana. Altrettanto si potrebbe dire per l'eroizzazione (cristiana, islamica) del martire come "testimone" della fede, là dove l'eroizzazione del personaggio lascia il posto all'eroizzazione di un'idea (o di una fede). La tradizione rabbinica non pensa alla moralità come a un dramma compiuto da un agente che si vede agire, l’attore morale, né ha una dottrina da tradurre in pratica mediante gesti "eroici" esemplari. 

A differenza dell'eroe e del martire, il giusto è, insomma, antispettacolare. Questo particolare mi sembra molto significativo nel contesto della società dello spettacolo in cui viviamo, in cui i gesti morali vengono immediatamente falsati da motivazioni narcisistiche e da generalizzazioni deresponsabilizzanti o manipolatorie (si pensi, per esempio, agli esiti della "politica della pietà" di cui già parlava Arendt in Sulla rivoluzione, al "parlate" o "pagate" implicito negli interventi "umanitari" e "solidali" promossi dalla cosiddetta comunità internazionale). I giusti, dopo le loro azioni coraggiose, ritornano nell’anonimato. Anzi talvolta lo perseguono e, se vengono identificati, ciò avviene per le ricerche avviate da coloro che hanno salvato (non c’è quindi esibizione del gesto morale, né aspettativa di riconoscimento o approvazione). Il giusto non agisce per premeditazione – non si tratta di personalità altruistiche o mobilitate da qualche ideologia -, ma perché messo davanti al potere scioccante di un evento che gli è apparso privo di alternativa. I giusti non si progettano nel ruolo che si trovano a svolgere. Per il giusto non c’è il dilemma sul da farsi, né l’osservanza di una regola o di una legge, bensì, come per il Samaritano della parabola evangelica, l’impossibilità di sottrarsi all’azione provocata dalla situazione. Insomma, non c’è un’intenzione deliberata ma una sorta di chiamata delle circostanze. Così, se interrogati, i giusti spesso non sono in grado di spiegare le ragioni ulteriori del loro gesto, le motivazioni del perché lo hanno fatto. Ricorrente, nelle testimonianze raccolte dei giusti negli archivi dello Yad Vashem di Gerusalemme, è, allora, una sorta di esonero generalizzante, ossia la dichiarazione per cui “chiunque, in quella situazione, avrebbe fatto quello che ho fatto”. Si tratta di un’affermazione che ha senso solo presupponendo la trasformazione dell’ognuno dell'astratta prescrizione morale "greca", nel "chiunque", ossia nella dimensione della singolarità evocata dalla situazione, vale a dire dall’orizzonte pratico in cui ha avuto luogo quel determinato evento morale umano, ogni volta diverso e non riconducibile ad una concezione puramente intellettualistica (e meccanico-razionale) della legge. È in questa chiave che va interpretato il primo precetto ebraico, che riassume tutti gli altri e che, come già sintetizzava Maimonide, si esprime mediante un'apparente tautologia: «fa ciò che è giusto perché è giusto»(Guida dei perplessi III,24; III,52). 

Tuttavia, non si tratta di una tautologia. Il precetto significa, nella prospettiva dei giusti, che "ciò che è giusto è giusto perché viene fatto e non si fa perché è giusto, vale a dire come applicazione di una teoria universale della giustizia". In questo senso, quindi, l'estensione del nome di "giusto" a situazioni morali che non coinvolgono ebrei (o la Shoah) non significa che si sta banalizzandone la figura. Anzi, si sta operando all'interno della cornice dischiusa dal personaggio concettuale del "giusto" concepito dalla cultura ebraica, valorizzandolo concretamente come possibilità comune dell’umano.

Andrea Tagliapietra, filosofo e docente di Storia della Filosofia all’Università Vita-Salute San Raffaele

Analisi di

22 marzo 2021

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