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I leoni di pietra

di Roberto Salerno

"Il racconto che segue è spuntato dalla memoria dopo aver letto l’articolo di Francesco M. Cataluccio sul mensile "Review" (La ninna nanna del tempo perduto)."

Un giorno si presentò in un ambulatorio dell’ospedale di Careggi una signora anziana, affetta da una malattia che ancora non le era stata certificata, ma apprezzabile a prima vista: Acromegalia. Si tratta di una deformazione delle ossa dovuta a un tumore dell’ipofisi che produce GH (l'ormone della crescita). Nonostante i segni si possano cogliere molto precocemente, questi pazienti arrivano all’osservazione specialistica molto tardi. 

La nostra paziente iniziò a raccontare come un fiume in piena non appena le fu posta la domanda: “malattie note nei familiari?” "Sa io sono ebrea e i miei genitori sono morti ad Auschwitz. Avevo tredici anni e non avevo altri familiari. Vede dottore, secondo me tutti i miei guai di salute sono venuti proprio da lì, quando li vennero a prendere io mi trovavo a studiare a casa di una mia compagna di scuola. Di ritorno trovai la casa vuota e tornai dalla mia compagna. I suoi genitori mi tennero con loro, ma avevano paura di essere scoperti. Dopo qualche settimana venne una suora di un convento di Bagno a Ripoli e mi portò in convento. Sono stata lì fino alla fine della guerra poi, ed ero già più grandicella, mi portarono dalle suore di clausura di Santa Marta e li mi fecero prendere i voti. 

Il mio nome era Elisabetta, ma mi misero nome suor Caterina. Io non riuscivo ad abituarmi a questo nome, ma soprattutto non sopportavo la clausura. È lì che ho cominciato a stare male, ho iniziato a soffrire di mal di testa e avevo disturbi della vista. Inoltre non sopportavo le scarpe per più di due, tre ore perché mi facevano male i piedi che si erano ingrossati. La Madre superiora mi portò all’ospedale dove mi dettero degli sciroppi per il mal di testa. Siccome la mia insofferenza in quel convento continuava, chiesi più volte di cercare qualche conoscente della mia mamma che faceva la sarta dalle parti di Villamagna. Un giorno la Madre superiora mi portò in autobus a Villamagna per vedere se ricordavo qualcosa. A me sembrava di ricordare un leone di pietra ai lati del cancello di una villetta. Ma la madre superiora mi disse che forse ricordavo male e tirò dritto. Eppure quel leone di pietra io lo ricordavo bene: lo ricordavo perché mi faceva sempre paura e il mio babbo mi doveva sempre rassicurare. Se solo avessi potuto incontrare il contadino che di tanto in tanto veniva a potare il nostro giardino! Chissà, forse era morto in guerra. Partirono in tanti da lì, o aveva semplicemente cambiato zona. La Madre superiora di Santa Marta decise allora che non potevo stare nel loro convento e mi fece trasferire in un altro, tra la Madonna del buonconsiglio e la Madonna del sasso. Lì rimasi per alcuni anni a fare la custode. C’era una famiglia di Scandicci che veniva lì a messa tutte le domeniche. Alberto, il capofamiglia, mi fece tante domande e si prese cura di me. Mi portò all’ospedale di Torregalli dove il dottor C. mi operò per i calcoli alla cistifellea. 

Quando ero ricoverata raccontavo a tutti la mia storia. Un’infermiera di Villamagna quando sentì della casa con i leoni di pietra e della mia mamma sarta si ricordò che la sua mamma le parlava di una sarta che abitava lì in una casa con i leoni di pietra. Ed è stato cosi che, dandosi da fare, ha ritrovato quella casa poi è andata al comune di Bagno a Ripoli e, tramite una ricerca catastale, sono risaliti alla mia famiglia. Quella casa abbandonata era stata però occupata da certi giovani e allora il Comune mi ha trovato un alloggio e cosi ho potuto lasciare il convento. Ora abito da sola. Qualche volta viene un assistente sociale e dei ragazzi della Misericordia mi portano da mangiare".

Doveva anche essere curata, ormai ero a conoscenza della sua storia. Doveva in particolare fare una cura che consisteva in iniezioni mensili. Chiamai l’informatrice sanitaria di quel farmaco costosissimo, ma dispensato dal servizio sanitario, che poteva essere autosomministrato a casa. L’informatrice fu ancora più scrupolosa, si offrì di andare lei a farle la terapia a domicilio. Nessuno ha potuto mai affermare che l’acromegalia, un tumore ipofisario, possa essere causato da vicende personali di questo tipo. A dire il vero nessuno ci ha nemmeno mai pensato ed io con loro. Come tanti tumori non se ne sa la causa, ogni giorno la genetica molecolare trova un gene mutato all’origine di qualche neoplasia, tanto che alcune soluzioni sulle cause sono state trovate e anche le cure mirate. Infatti ora le chiamano "target therapy": la soluzione è vicina. Ma il racconto di quella signora, e poi altri racconti di altro tipo, hanno aperto sempre nuovi interrogativi. Questa signora anche quando era sull’uscio per andar via continuava a ripetere: mi creda dottore, è iniziato tutto da quando hanno deportato i miei genitori. E l’immagine di lei che si allontanava si accompagna ai dubbi che aveva messo sulle certezze della medicina . Era possibile smentirla cosi semplicemente?

Analisi di

1 dicembre 2021

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