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I nuovi jihadisti europei

di Olivier Roy

Il fenomeno del terrorismo non è di certo recente: è infatti dalla fine del XIX secolo che è diventato una modalità di azione politica. L’Europa ha sempre conosciuto varie forme di terrorismo - basti pensare agli anni di piombo in Italia. Ciò che è nuovo - o sembra nuovo - nel terrorismo islamico odierno è la sua dimensione suicida. Vedere dei giovani che si fanno uccidere in un’operazione terroristica, quando la loro morte non è indispensabile al successo dell’operazione stessa, ci fa estremamente paura. È questo fascino per la morte che hanno i giovani candidati al terrorismo. Il terrorismo kamikaze non è stato ideato dai musulmani, bensì dalle Tigri Tamil dello Sri Lanka, e questa dimensione suicida del terrorismo, dalla metà degli anni ’90, è divenuta il modus operandi degli attentati legati all’Islam radicale. Dal 1995, con gli attentati commessi da Khaled Kelkal in Francia, si verifica poi uno scenario ricorrente: dei giovani si fanno saltare con degli esplosivi per commettere un attentato, oppure si lasciano uccidere dalla polizia opponendo più o meno resistenza. Ciò significa che non esiste un “piano B”, non esiste un’alternativa per commettere gli attentati: la morte fa parte della finalità dell’azione terroristica. Credo che sia questa componente nichilista, questa ricerca della morte, che contribuisce all’effetto di terrore. Se avessimo degli attentati “normali” - come negli anni ’70 e ’80 in Europa -, non sarebbe presente questa tensione e questa componente mortifera propria degli attentati islamici degli ultimi vent’anni.

Evidentemente, ciò che bisogna fare adesso è capire perché, da dove sorge esattamente questa dimensione terroristica e mortifera. La prima risposta possibile, la più generale, è che bisogna cercare nell’Islam, ovvero indagare quale sia la genealogia religiosa del terrorismo islamico. Dunque si cerca di ricostruire una genealogia che parte dal Corano, si cerca di capire cosa nel Corano potrebbe portare alla violenza terroristica, per poi interrogarsi sul concetto di “Jihad”. Ad esempio, si ricercano tutti i pensatori che nel corso della storia del mondo musulmano hanno avuto una visione radicale, o si analizza il fenomeno del fondamentalismo islamico degli ultimi 30-40 anni, per riuscire a capire come questa radicalizzazione dell’Islam potrebbe spiegare il terrorismo islamico. E in questa prospettiva l’idea è in primo luogo di comprendere quali sono gli elementi teologici che conducono al terrorismo, in secondo luogo di promuovere una de-radicalizzazione dell’Islam, determinando – come dicono alcuni – una “riforma teologica” (l’ “Islam moderato”, l’ “Islam europeo”). Ma in tutti questi casi ci si concentra sulla religione musulmana per comprendere le origini e contemporaneamente i mezzi di una lotta contro il radicalismo.

Il problema però è capire se questo funziona, se è semplicemente questa la questione, e per rispondere credo che sia necessario evitare dei dibattiti ideologici, chiedersi cosa sia l’Islam, e ritornare a qualcosa di molto più essenziale, ovvero la sociologia politica. Se prendiamo la lista dei giovani che hanno cercato di commettere o hanno commesso degli atti terroristici in Europa negli ultimi 20 anni – come ho fatto anche io – e se consideriamo tutti questi attentati (o tentativi di attentati), si ottiene una banca dati molto consistente da cui possiamo attingere per comprendere le origini del radicalismo terroristico.
Io ho analizzato l’area della Francia e del Belgio dal 1995 al 2016 e ho identificato circa 140 terroristi e altre persone che per seguirli sono andati in Siria e hanno aderito a Daesh. Si notano delle cose molto interessanti. Sui 20 anni che ho analizzato, il profilo di queste persone non è mai cambiato: sono le stesse categorie che si “lanciano” nel terrorismo. Sono quindi tutti giovani - aspetto generazionale molto evidente -, perdono la vita, se sopravvivono, non commettono più delle azioni terroristiche e il 65% di tali giovani appartiene alla seconda generazione dei musulmani immigrati. Alla fine dei 20 anni che ho analizzato ci si aspetterebbe una terza generazione, eppure questa non si ha. Non si ha quasi nessun terrorista di terza generazione.

Questo perché la frattura tra religione e cultura è massima con la seconda generazione. I genitori non hanno trasmesso la religione ai loro figli, anche per problemi di lingua - la seconda generazione parla francese, i loro genitori parlano invece le lingue del Maghreb. In secondo luogo, la religione della prima generazione è molto culturale - si parla dell’Islam del Marocco o della Tunisia - e i genitori hanno difficoltà a trasmetterla ai loro bambini, che sono radicati nel tessuto educativo francese e non parlano, o parlano male, l’arabo. La terza generazione invece ha dei genitori che parlano francese e che più o meno sono riusciti a vivere una vita da musulmani in Francia. La terza generazione ha quindi un modello di Islam francese. Non dico che sia meno interessata alla religione, ma vive in un contesto più tranquillo, più integrato.

Un’altra categoria importante, che rappresenta il 25-30% di chi si avvicina al terrorismo, sono i convertiti. È un fenomeno molto curioso, perché alcuni giovani che appartengono spesso a famiglie di classe media, a famiglie cattoliche o comuniste, si convertono all’Islam e passano direttamente alla violenza. Nessuna organizzazione musulmana o islamica ha una tale percentuale di convertiti, solo le organizzazioni terroristiche lo hanno.

Un’altra costante è che il 90% dei terroristi non ha alcuna formazione religiosa e non ha condotto alcuna vita religiosa prima di passare all’azione politica, non ha frequentato alcun tipo di scuola religiosa né si reca costantemente in moschea. Pochi di loro parlano l’arabo e quasi tutti hanno una vita normale, da giovane europeo moderno: possono fare consumo di hashish, sono appassionati del rap, hanno fidanzate, bevono alcool. Un esempio è dato dai fratelli Abdelslam, che provenivano dal quartiere di Molenbeek, in Belgio: si pensava fossero dei salafiti, mentre invece vendevano hashish sottobanco nel locale dove lavoravano, servivano alcol.
Infine, il 50% dei terroristi dell’area franco-belga ha un passato di delinquenza e gran parte di essi si è radicalizzata in prigione. La prigione e i club hanno avuto un ruolo molto più importante nella loro radicalizzazione di quanto lo potessero avere le moschee.
Quando si guarda a ciò che essi scrivono sulle social network, su Internet, alle loro conversazioni private, ci si accorge come la maggior parte di loro sia davvero affascinata dalla morte. Ciò significa che essi non sono dei militanti, non sono persone che si recano in Siria per creare una società migliore, più giusta, più religiosa. Questa gente non appartiene ad alcuna organizzazione religiosa, né di volontariato. Sono degli solitari che vivono e si radicalizzano in piccoli gruppi che appartengono allo stesso quartiere o che si sono incontrati in prigione.

Quindi cos’è che non va? Cos’è successo? Quando giustamente si guarda al fatto che la stragrande maggioranza dei terroristi è composta dalla seconda generazione e dai convertiti, ci si chiede quale sia il punto in comune tra queste due categorie. Ciò che accomuna questi due gruppi è che in entrambi i casi la religione è una religione che non è stata trasmessa, non deriva da una tradizione culturale. In entrambi i casi si ha quindi un fenomeno di de-culturalizzazione religiosa.
Il problema non è l’importazione di una cultura straniera musulmana violenta, il problema è la perdita della cultura di origine. Dunque, secondo me, un elemento fondamentale contro la radicalizzazione è la ri-culturalizzazione della religione, il reinserimento della religione in un contesto culturale che certamente è quello europeo - e non il contesto multiculturale.

Questi giovani non sono inseriti socialmente, ma il loro avvicinamento al fondamentalismo non è causato da un fattore economico, perché molti di loro esercitano una professione, sono diplomati o appartengono alla classe media. Il problema che giustamente va a braccetto con la ri-culturalizzazione del religioso è la ri-socializzazione della religione. Per questo motivo ci sono molti radicali in Europa occidentale, perché i musulmani di seconda generazione devono ricreare quello che è il legame sociale religioso. E per questo penso che non si debbano chiudere le moschee, ma piuttosto aprirle alla società e portare avanti il fenomeno della ri-socializzazione, per superare un problema che nell’Islam è esacerbato ma che si trova in tutte le religioni: la frattura tra la comunità di fedeli e una società che è profondamente secolarizzata. 

Si parla di situazioni complesse quando si parla di Islam. La guerra in Medio Oriente non è una guerra di religione, è una guerra geopolitica, dove ci sono strategie e altre cose in campo. In Siria è in atto uno scontro tra Arabia Saudita e Iran per l'egemonia regionale, e si verificano altri fattori legati alla geopolitica. Quando si parla del problema della radicalizzazione dei giovani, e si dice che è causata dall'insegnamento religioso, bisogna chiedersi "quali giovani?", perché se parliamo dei giovani della scuola religiosa di Medina, di Dakar, questi non sono terroristi.

Si fa molta confusione tra terroristi e fondamentalisti; la maggior parte dei terroristi, va detto, non è fondamentalista. I kamikaze non vengono da questo tipo di scuole,   dagli insegnamenti salafiti in questo caso. Se parliamo dell'Afghanistan, del Pakistan, lì si che ci sono delle scuole salafite che producono giovani radicali. 
Le condizioni sono molto diverse nei due casi.

Si parla di Islam moderato contro un Islam fondamentalista, ma che cos'è una religione moderata? In Europa si pensa che il credente moderato sia moderatamente credente; molti cattolici in Francia, ad esempio, non parlano della loro fede quando sono al lavoro, perché nel migliore dei casi è ridicolo e nel peggiore sono considerati dei fanatici. 
Bisogna quindi capire cosa fa la religione. Se parliamo di riforma dell'Islam, basta leggere Lutero per capire cosa può essere considerata moderazione e come sia su un altro livello. 

Analisi di Olivier Roy, politologo

14 febbraio 2017

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