English version | Cerca nel sito:

I pensatori del Novecento che hanno elaborato il concetto innovativo dei Giusti e della responsabilità individuale

di Gabriele Nissim

Vaclav Havel

Vaclav Havel

Il concetto di uomo giusto non è di nicchia, non riguarda comportamenti al di là dell’umano, di santi e di eroi, ma affronta la possibilità di ogni essere umano di incidere nella storia di fronte ad ogni genocidio, crimine contro l’umanità, o totalitarismo. Delinea quindi la possibilità dell’individuo non solo di essere argine contro il male, ma di prevenirlo e di anticipare il bene in ogni forma di relazione. 

È quindi un concetto educativo, su cui c’è molto da lavorare nella scuola per formare dei giovani, creare degli studenti con uno spirito critico e un senso di responsabilità di fronte al mondo.

Cercherò di presentare sommariamente alcuni dei pensatori del Novecento che hanno lavorato in questa direzione. Dobbiamo, in questo senso, accettare di essere eclettici come Cicerone e di cogliere il meglio da diverse interpretazioni. Esiste infatti una pluralità di riflessioni da cui possiamo attingere. Cicerone utilizzava il pensiero degli stoici, degli epicurei, degli scettici, anche se erano correnti filosofiche in contrasto tra loro, come ricorda il grande studioso della filosofia classica Pierre Hadot.

Propongo lo stesso metodo, per non cadere in una interpretazione unica e per lasciare aperto un dibattito plurale, che non troverà mai una risposta definitiva e la cui ricchezza sta proprio in un confronto senza fine, a partire dalle sfide che si pongono di volta in volta di fronte a un mondo sempre in evoluzione.

Yehuda Bauer e la responsabilità umana

Prenderei come primo punto di riferimento Yehuda Bauer, il grande studioso israeliano, poco conosciuto in Italia, che ha sviluppato un pensiero molto originale sull’interpretazione dell’Olocausto. Consiglio la lettura di due suoi testi molto significativi: Ripensare l’Olocausto, Baldini Castoldi Dalai, 2009 e il più recente The Jews, A contrary People, Lit, 2015. Inoltre, è disponibile online The Holocaust in Historical Perspective (https://openresearch-repository.anu.edu.au/bitstream/1885/114693/2/b12168439.pdf).

Bauer sottolinea che bisogna liberarsi da una lettura che interpreta la Shoah a partire da cause extrastoriche indipendenti dalle decisioni e dalla volontà degli esseri umani, ma invece ci si debba concentrare sulle scelte degli individui, che possono, ogni volta, farsi affascinare da ideologie genocidarie oppure impedire che simili eventi possano accadere. Sottolinea infatti che, di volta in volta, gli individui possono decidere se essere complici di un genocidio, o comportarsi invece da uomini giusti.

Per questo egli mette in discussione tre possibili interpretazioni:

  1. Una visione deterministica che vede la Shoah come risultato della modernità, di una macchina industriale che sfugge al controllo degli esseri umani, di una burocrazia super organizzata dove gli uomini si trasformano in pedine che ubbidiscono a degli ordini. Anche la più sofisticata macchina di distruzione degli esseri umani, sostiene Bauer, può funzionare soltanto se al suo interno agiscono degli uomini con profonde convinzioni ideologiche. Non si può uccidere senza pensare, anche se si ricevono degli ordini. Ciò che spinge i nazisti ad uccidere gli ebrei in ogni parte del mondo non nasce né da interessi economici, né da motivi territoriali, né da scelte pragmatiche, ma è frutto di un pensiero ideologico fantasioso che considera gli ebrei come il nemico di tutta l’umanità. Ed è attraverso la guerra che questo disegno si può realizzare. La specificità della Shoah è che essa viene compiuta contro gli stessi interessi dei tedeschi, che, per esempio, nel ghetto di Lodz decidono di eliminare per ordine di Himmler una manodopera che era molto utile per la fabbricazione di indumenti per le truppe: decisioni assurde e anti-pragmatiche richiedono una forte convinzione ideologica, che si basa sull’idea che gli ebrei in vita siano gli elementi corrosivi e inquinanti dell’umanità. Per essere ancora più chiari, per i nazisti, in questa costruzione fantasiosa, un ebreo eliminato era più utile che uno schiavo ebreo che lavorava nei campi di concentramento a loro vantaggio. La soluzione finale è quindi la via per una nuova civiltà, che si sarebbe così liberata del virus del male sulla nostra terra.
  2. Critica poi una interpretazione nata dai libri di Elie Wiesel e di Yehiel De-Nur che raccontano i campi di concentramento e la violenza gratuita nei lager come un fatto inspiegabile e misterioso, come “un altro pianeta” che non può essere compreso e analizzato con l’ausilio delle scienze umane e dello studio degli storici. Sarebbero solo i testimoni che ci possono raccontare quello che è successo. È come se “quell’altro pianeta” fosse opera di dei e demoni, e non, invece, di una volontà dei carnefici di prendere possesso dei corpi e delle anime delle vittime fino alla loro distruzione. È in realtà la forma del potere più estremo che degli uomini possono esercitare sugli altri uomini, decidendo la loro distruzione.
  3. Infine Bauer sostiene che, sommandosi l’ineluttabilità degli avvenimenti al mistero dei campi, si arriva ad una interpretazione religiosa che legge la Shoah come opera di un Dio, che per alcuni ebrei ortodossi ha voluto punire i non credenti per essersi allontanati dalla tradizione religiosa, per altri nasconde un piano misterioso funzionale alla redenzione dell’umanità e al ritorno degli ebrei nella terra promessa come anticipazione dell’avvento del Messia, per altri ancora considera le vittime ebraiche della Shoah come una pagina gloriosa verso la rinascita dell’ebraismo. È una posizione che ritroviamo oggi tra gli evangelici americani che leggono la Shoah e Israele come la realizzazione di un piano divino. Ecco perché molti di loro, che spesso hanno ambigue posizioni antisemite, sono stati sostenitori di Gerusalemme come capitale di Israele e della sovranità dei coloni ebrei in tutti i territori, perché considerano questo processo come la strada che porta al ritorno del Messia e alla cristianizzazione del mondo.

Con questa impostazione Yehuda Bauer mette in discussione l’idea di unicità della Shoah che proietta lo sterminio in una dimensione extrastorica, deresponsabilizzando gli esseri umani e non collocandolo nella lunga catena dei genocidi che attraversano la storia.

Unicità significa partire dal presupposto che non poteva essere evitato dagli uomini che lo hanno compiuto, perché opera di un Dio o di un demonio. Per questo egli invita ad indagare sulle politiche e sui comportamenti che avrebbero potuto evitare l’ascesa del nazismo e la sua egemonia militare e politica.

Unicità significa che la Shoah non si potrà mai più ripetere, come il Big Bang unico nella storia dell’universo, e, per questo, Bauer osserva ironicamente che possiamo quindi rimanere tranquilli per il futuro e anche dimenticarcene, perché non ci riguarderà più.

Lo studioso israeliano preferisce invece utilizzare il termine non precedente che mette in evidenza come contro gli ebrei si sia attuato un genocidio con caratteristiche di nuovo tipo, attorno a cui si devono indirizzare gli studi degli storici per analizzare le somiglianze e le differenze con le atrocità del passato.

A questo punto, il compito prioritario degli Stati e degli uomini del nostro tempo diventa quello di impedire che l’Olocausto da non precedente si trasformi in un precedente di una catena che continua.

Scrive Yehuda Bauer in un’affermazione che possiamo considerare il suo testamento spirituale:

“La conclusione dato tutto ciò (si riferisce a tutte le sue riflessioni) è che l'Olocausto, cioè il genocidio degli ebrei, non era unico. Se dicessi che è stato unico, cioè che ne è accaduto solo uno nella storia, potremmo dimenticarlo, perché non avrebbe più importanza per i vivi - è successo una volta e non verrà ripetuto. Anche "unicità" implica che sia intervenuto qualche fattore extrastorico, qualche Dio o qualche Satana. Ma il genocidio degli ebrei fu il prodotto dell'azione umana, e quelle azioni furono prodotte da motivazioni umane. Nessun Dio o Satana era coinvolto. Pertanto, l'Olocausto è stato senza precedenti, non unico. Il che significa che era, o può essere, un precedente e che, di conseguenza, dovremmo fare tutto ciò che è in nostro potere affinché non diventi un precedente, ma sia un monito. Questo è il collegamento principale tra affrontare l'Olocausto e affrontare il genocidio.”

Così Yehuda Bauer pone l’accento su un percorso politico ed etico che deve vedere lo studio, la conoscenza e la memoria della Shoah e dei genocidi in funzione di una politica di prevenzione da parte degli Stati e degli individui che devono essere richiamati alla responsabilità.

L’obiettivo dunque della trasmissione della memoria è la prevenzione. E ciò non riguarda solo i possibili nuovi crimini contro gli ebrei, ma è un monito per ogni nuova forma di genocidio e di atrocità di massa. La Shoah, il più estremo genocidio del Novecento, è quindi una lente di ingrandimento che deve servire a tutta l’umanità per aprire gli occhi ogni volta che si manifestino nuovi segni del male, che possono portare a nuove tragedie genocidarie. Una politica di memoria è totalmente inutile se non è funzionale a questo percorso.

Ecco perché Yehuda Bauer prende come riferimento il percorso iniziato da Raphael Lemkin, il grande ispiratore della Convenzione delle Nazioni Unite contro il reato di genocidio, organizzazione che, dopo il genocidio degli herero in Namibia, degli armeni in Mesopotamia e degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale, avrebbe dovuto porre in atto una legislazione efficace per impedire nuove atrocità di massa.

Bauer afferma che bisogna concentrarsi sulla creazione di strumenti politici di prevenzione, come il monitoraggio costante di tutti i Paesi dove cresce un odio etnico e politico, l’invio di truppe per bloccare i conflitti, i tribunali internazionali, la creazione di misure di protezione per le popolazioni minacciate.

Siamo ancora nella preistoria, osserva, ma è su questo terreno che vanno indirizzati tutti gli sforzi per il futuro. Anche se, nella maggior parte delle situazioni, una politica di prevenzione attiva viene bloccata dai veti incrociati delle superpotenze che si muovono a partire dai propri interessi economici e politici.

Ciò che però può aiutare questo percorso, che potrebbe segnare un nuovo inizio nelle relazioni internazionali è, in questa fase, la responsabilità personale dei singoli individui e in tutte le situazioni di crisi.

Ecco dunque il valore dei Giusti e dei comportamenti individuali di cui parlano Moshe Bejski, Hannah Arendt, Vasilij Grossman e Vaclav Havel, ognuno dei quali ha dato un contributo originale che cerco qui di sintetizzare.

Moshe Bejski, il pescatore di perle

Lo possiamo considerare il pioniere della ricerca dei Giusti dell’Olocausto. È stato il grande artefice del Giardino dei Giusti di Yad Vashem.

Ho cercato di analizzare in tre volumi (Il tribunale del Bene e La Bontà insensata, Mondadori, Il bene possibile, Utet) le sue intuizioni etiche che sono alla base di un ruolo dei Giardini dei Giusti nella società.

  1. Ricercare le azioni dei singoli che si sono opposti ai genocidi e farle conoscere alla società. È il concetto del pescatore di perle di cui parla anche il filosofo Walter Benjamin. Si tratta di riportare alla conoscenza dell’opinione pubblica ogni forma di resistenza morale e di soccorso nei confronti delle vittime, gesti che molto spesso sono dimenticati e non valorizzati. Questo percorso, come aveva del resto intuito Yehuda Bauer, permette di mostrare come anche il male più terribile non era ineluttabile e, dunque, poteva essere evitato. I Giusti in ogni contesto mostrano che ogni uomo poteva scegliere tra il fascino delle ideologie totalitarie, la complicità, l’indifferenza e la responsabilità. Ricordarli e riportarli alla luce, anche se non sono stati in grado di cambiare le società del loro tempo, significa mostrare la possibilità di scelta.
  2. Un esercizio didattico per gli studenti potrebbe essere quello valorizzare, attraverso lo studio di queste figure, ciò che si sarebbe potuto fare nel passato per impedire un genocidio. È ad esempio il caso del generale Romeo Dallaire in Ruanda che aveva tutte le possibilità di impedire il genocidio, se le Nazioni Unite avessero ascoltato la sua richiesta di avere delle truppe a disposizione per bloccare l’imminente massacro dei Tutsi, ma trovò il veto degli Stati Uniti allora guidati da Clinton, che anni dopo ammise le sue responsabilità. Un altro esercizio potrebbe essere quello di immaginare il comportamento di un Giusto della Shoah nel contesto di oggi. Per esempio, immaginare come si sarebbero comportati Armin Wegner o Jan Karski di fronte all’indifferenza internazionale per il dramma della Siria. .
  3. Da Bejski, che aveva polemizzato a Yad Vashem con il giudice del processo Eichmann Moshe Landau, che considerava i Giusti come delle eccellenze assolute senza macchia e contraddizioni, è emersa una filosofia originale che ha voluto valorizzare l’idea di un bene imperfetto e possibile, alla portata di tutti. Questa impostazione ha voluto mettere in evidenza come di fronte ad un crimine contro l’umanità e ad un male estremo non sia necessario essere santi od eroi per prendere posizione, ma che ognuno nel suo piccolo ambito di responsabilità può fare cosa qualcosa per fare la differenza. I Giusti “normali” sono quindi in antitesi rispetto agli indifferenti che guardano dall’altra parte. In ogni totalitarismo, la vera battaglia si compie all’interno della zona grigia. Possono prevalere quelli che si adeguano per pigrizia ed opportunismo, o coloro che invece rompono il muro dell’indifferenza con piccoli e significativi atti di coraggio e di umanità. Per questo motivo, nel Giardino dei Giusti in Israele sono stati ricordati straordinari personaggi come Raoul Wallenberg o Dimitar Peshev, che hanno salvato migliaia di persone, assieme a fascisti pentiti, a persone semplici che hanno salvato o cercato di aiutare anche una sola persona. Ecco perché in un Giardino di Giusti non si fanno gerarchie. Non perché non si vogliono valorizzare i più grandi esempi dell’umanità, ma perché si vuole mostrare in modo pedagogico il Bene possibile che ogni uomo può realizzare ovunque. È questo un insegnamento educativo fondamentale per i ragazzi, perché attraverso la possibilità di un bene normale si può mostrare che ogni giovane può essere arbitro del proprio destino e diventare sempre responsabile di fronte al mondo.
  4. Con la creazione dei Giardini dei Giusti Moshe Bejski ha voluto esprimere il valore della gratitudine come valore educativo per la società, perché l’oblio di un bene ricevuto è segno di immaturità morale e di decadenza. L’ingratitudine nei confronti dei salvatori è un meccanismo molto simile a quello dell’indifferenza nei confronti dei perseguitati. Non può essere considerato morale un essere umano che si dimostri indifferente nei confronti del Bene come del Male. Significa non prendersi le proprie responsabilità. È il segno di un’apatia e di una chiusura nel proprio ego che blocca la possibilità di relazioni. Inoltre, il meccanismo pubblico della gratitudine è per Moshe Bejski un incentivo all’emulazione affinché le figure morali del passato possano diventare un punto di riferimento per gli uomini del nostro tempo. In questo procedimento originale c’è l’idea che i Giusti consegnino il testimone del loro impegno alle nuove generazioni, in modo che si crei una staffetta del Bene che si tramanda da un’epoca all’altra. C’è poi un elemento molto originale che considera la gratitudine come un invito per le società a considerare la fragilità degli uomini giusti che possono sostenere il peso del loro impegno solo se dietro di loro si manifesta un meccanismo di solidarietà. Il paradosso che Bejski mette in luce è che anche un uomo giusto deve essere aiutato affinché possa trovare la forza di continuare. È idealistico ritenere che una persona possa trovare la forza di fare del bene, senza trovare un riscontro nella società. Per questo Moshe Bejski rimproverava tutti i salvati distratti che si erano dimenticati dei loro salvatori.

Hannah Arendt e l’esercizio del pensiero

Alla filosofa che si interrogò dopo il processo Eichmann sui meccanismi che portano gli esseri umani a diventare complici del male e ad accettare leggi ingiuste dobbiamo la famosa riflessione sulla banalità del male. La Arendt sostiene che i carnefici come Eichmann compiono il male non per convinzione, ma perché si astengono dal pensare. Non sono demoni, ma persone normali che ubbidiscono agli ordini. Per questo, tutta la sua ricerca filosofica ruota attorno ad una domanda fondamentale: quali sono i meccanismi possibili attraverso cui un essere umano può essere in grado di comprendere il male estremo e trovare la forza per uscirne?

“La domanda che si imponeva era la seguente: potrebbe l’attività del pensare come tale, l’abitudine di esaminare tutto ciò a cui accade di verificarsi… potrebbe questa attività rientrare tra le condizioni che inducono gli uomini ad astenersi dal male o perfino che li dispongono contro di esso?”

Probabilmente la Arendt non considera, come osserva Agnes Heller, che ci sono uomini (e probabilmente Eichmann era tra questi) che teorizzano con le loro massime il valore del male e ci dicono: puoi uccidere, rubare, mentire, usare gli altri, sottometterli.

Questi uomini, con ragionamenti sofisticati e parole ambigue, cercano di farci accettare la disumanità come unica via alla sopravvivenza e all’agire su questa terra.
Costoro iniettano, magari con il sorriso, la seduzione, con un comportamento apparentemente rispettoso, il veleno ideologico nella società. Sono diabolici come Satana, sostiene la Heller, non perché commettono atti sbagliati, ma perché inducono gli altri a commetterli, persuadendoli che il male sia giusto.

Ma questi uomini che rappresentano in ogni situazione estrema la genesi del male non possono agire se attorno a loro non si crea un esercito di persone passive che abdicano al pensiero e alla responsabilità.

Sono, a mio avviso, questo tipo di uomini coloro che rappresentano la zona grigia su cui ragiona Hannah Arendt, che è stata la prima a porre filosoficamente la nascita di questa mentalità e gli antidoti per superarla.

Si potrebbe quindi dire che il male radicale di cui sono portatori convinti e motivati i genocidari si accompagna sempre alla banalità del male. Ciò che è importante sottolineare è che la messa in discussione di quanti abdicano al loro pensiero è la chiave fondamentale per incrinare un sistema totalitario, togliere la forza di attrazione dei teorici del male estremo.

Ecco perché sono fondamentali le riflessioni di Hannah Arendt:

  1. La Arendt ha visto nella solitudine e nell’esercizio del pensiero la possibilità di interrogare se stessi. Una persona, se pensa e si fa domande, può trovare la forza di mettere in discussione leggi ingiuste e comportamenti che cambiano come mode a tavola. Immaginiamo che la coscienza sia un Socrate dentro di noi che ci fa domande fino a metterci in contraddizione con noi stessi. Sostiene Hannah Arendt: “Il criterio del giusto e dell’ingiusto, la risposta alla domanda ‘cosa devo fare?’, non dipende in sostanza dagli usi e costumi che io mi trovo a condividere con chi mi vive accanto, né da un comando di origine divina o umana, dipende solo da ciò che io decido di fare guardando me stesso. In altre parole, io non posso fare certe cose, perché facendole so che non potrei più vivere con me stesso. Essere con se stessi è qualcosa che riguarda il pensiero, e ogni processo di pensiero è un’attività in cui parlo con me stesso di tutto quando accade e mi riguarda. Il modo di esistere tipico di questo dialogo silenzioso tra me e me lo chiamerò solitudine… La solitudine significa che pur da solo, io sono in compagnia di qualcun (vale a dire me stesso).”
  2. Quando parla dei non partecipanti (così chiama gli uomini giusti), che in Germania non accettarono il nazismo, la Arendt spiega che si astennero non per altruismo, ma perché fare il male agli altri era fare male a loro stessi. Questi uomini si chiesero se avrebbero potuto vivere in pace con la propria coscienza se avessero commesso tali atti. Furono persino disposti a morire piuttosto che uccidere altri uomini, non perché li trattenesse il comandamento di non uccidere, ma perché non volevano passare il resto dei loro giorni con un loro stessi diventato assassino. Questa spiegazione spiega tante reazioni dei giusti a cui fu chiesto il motivo del loro comportamento. Nessuno di loro disse di averlo fatto perché amava gli ebrei, gli armeni o i tutsi, ma perché per una ragione apparentemente inspiegabile non potevano farne a meno. Giorgio Perlasca ai suoi interlocutori rispondeva in modo naïf: “Cosa avreste fatto voi al mio posto?”
  3. Se il pensare è per la Arendt la facoltà della mente che consente di mettere in discussione regole ingiuste, il passo successivo per non essere indifferenti ed esprimere una posizione è la capacità dei singoli di esprimere un giudizio. Per poterlo fare bisogna coltivare una propensione all’empatia e alla capacità di mettersi nei panni degli altri. Si tratta infatti di abituarsi a guardare il mondo non più da una unica personale prospettiva, ma di osservarlo da differenti angolature e di immaginare i punti di vista degli altri esseri umani che abitano il pianeta. “Nella mia mente - spiega la Arendt - mentre sto pensando ad un certo problema, considero molti punti di vista, e meglio mi immagino come sentirei e penserei se avessi quei punti di vista, più forte sarà la mia capacità di rappresentazione del pensiero e più valide le mie conclusioni finali e la mia opinione.”
  4. Ma come è possibile che accada a volte di comprendere d’istinto, senza troppi ragionamenti, quando vediamo cose sbagliate e non sappiamo bene come comportarci, perché ci sembra di trovarci in una situazione troppo complessa e per cui non abbiamo una spiegazione adatta? Hannah Arendt esplora una facoltà della mente del tutto particolare che definisce “giudizio riflettente” e che riprende dall’estetica di Kant. Questa nostra propensione ci permette di scoprire questioni universali nei piccoli frammenti della realtà. Quando guardiamo un bell’oggetto, un’opera d’arte, assaporiamo un piatto, ammiriamo un fiore o uno scorcio particolare della natura, siamo capaci di esprimere un giudizio estetico e dire quanto è bello e quanto e buono, senza per questo avere una conoscenza dell’arte della gastronomia e della botanica. Sono i nostri cinque sensi che ci guidano e ci aiutano a comprendere immediatamente se una cosa ci piace o non ci piace. La stessa cosa ci accade nei giudizi morali di fronte a comportamenti che ci appaiono malvagi oppure che mostrano la bellezza degli esseri umani. Abbiamo la possibilità di comprendere il bene e il male a partire da una reazione estetica. Ecco perché tante persone semplici e di buon senso certe volte sono le prime a reagire nei confronti del male, e ne traggono subito le conseguenze prima di tanti intellettuali che si muovono con pregiudizi e con costruzioni ideologiche e astratte.
  5. L’ultimo passo di questo percorso che permette agli uomini di sottrarsi al conformismo e di non guardare dall’altra parte è infine la volontà. È una sorta di colpo di Stato che facciamo nella nostra testa e che ci porta ad avere coraggio e ad agire. Non è infatti il solo pensiero che crea qualcosa di nuovo nel mondo. Tanti sono gli uomini che capiscono, ma poi rimangono passivi. Sono gli uomini giusti coloro che traducono il pensiero e il giudizio in un’azione e si mettono in gioco a loro rischio e pericolo.

Vasilij Grossman e il Bene universale

Se Yehuda Bauer mette in evidenza che gli uomini compiono il male a partire da motivazioni ideologiche, Agnes Heller sostiene invece che gli uomini che commettono i genocidi sono mossi da comandamenti malvagi e ritengono dunque che sia giusto uccidere ed umiliare gli esseri umani, e a sua volta Hannah Arendt sostiene che la banalità del male nasce dalla rinuncia all’esercizio del pensiero, il grande scrittore russo testimone dell’Holodomor, la carestia provocata da Stalin che portò alla morte di milioni di contadini, dei gulag staliniani e infine dell’annientamento degli ebrei in Unione Sovietica durante l’invasione nazista, spiega invece, nel suo capolavoro Vita e Destino, che gli uomini commettono le più grandi atrocità, perché sono convinti di fare il Bene e di costruire così una società grandiosa e perfetta: il paradiso su questa terra. Dunque il male dei genocidi e dei totalitarismi nasce da una intenzione di Bene.

Tesi sconvolgente che viene esplicitata in un dialogo tra due prigionieri, protagonisti del romanzo.

“Ho visto la forza incrollabile dell’idea del bene sociale che è nata nel mio Paese. L’ho vista nel periodo della collettivizzazione forzata e nel ‘37. Ho visto uccidere nel nome di un ideale bello e umano come quello cristiano. Ho visto le campagne morire di fame, e i figli dei contadini che morivano tra le nevi della Siberia; ho visto le tradotte che da Mosca, Leningrado e altre città della Russia portavano in Siberia centinaia di migliaia di uomini e donne, i nemici della grande, luminosa idea del bene sociale. Era una idea bella e grande, e ha ucciso senza pietà, ha rovinato le vite di molti, ha separato le mogli dai mariti, i figli dei padri.” E quando il bolscevico Mostovskoj gli risponde che per la sua finalità di bene il comunismo riuscirà a sconfiggere il nazismo, Ikonnikov lo sorprende dicendo che anche Hitler ha costruito il suo progetto in nome del bene. Se lo chiede a Hitler le dirà che anche questo lager è a fin di bene.”

I fautori dei totalitarismi e dei genocidi si comportavano come dei giardinieri che per rendere bello e fiorente il loro giardino potavano le piante e lo liberavano dalle erbacce infestanti. Spiegavano alla gente che per rendere rigoglioso il giardino dell’umanità era necessario liberarlo dalla presenza degli ebrei e dei cosiddetti nemici del popolo. Con una igiene etnica e sociale poteva nascere un nuovo mondo che avrebbe assicurato la felicità al genere umano.

In questo percorso ciò che è sorprendente è il ribaltamento etico dei protagonisti. Si trasforma in un eroe l’individuo che in nome della costruzione del paradiso in terra si sforza nella sua vita quotidiana di mettere a tacere la sua coscienza e ogni forma di pietas e di compassione naturale. La durezza, l’insensibilità, la cattiveria, l’umiliazione degli esseri umani diventano virtù di cui ognuno può vantarsi pubblicamente per mostrare il suo valore. Lo dichiarò lo stesso Himmler ai nazisti che dovevano “sopportare” di portare a compimento le peggiori atrocità: “È un vanto diventare inumani... avete resistito fino alla fine e questo è quello che ci ha induriti. È una pagina di gloria che non era mai stata scritta nella nostra storia e mai più lo sarà.”

C’è un antidoto a tutto questo si domanda Vasilij Grossman?

Lo scrittore russo lavora attorno al concetto di bontà insensata, per certi versi simile al giudizio riflettente di Hannah Arendt, che permette agli esseri umani di reagire al fascino delle ideologie e di ascoltare sempre la loro coscienza e i sentimenti primordiali. Essere umani sempre, anche quando le ideologie, la ragion di Stato, il politically correct ti spingono in un un'altra direzione. Per questo, nei suoi racconti esalta la vecchietta che si prende cura di un nazista che muore o della donna russa che offre un pezzo di pane ad un soldato tedesco sottoposto alla gogna della folla.

Così Grossman così apre la riflessione su una categoria particolare di uomini giusti che, nonostante le loro convinzioni, sono stati capaci di rispondere al loro cuore di fronte a delle atrocità. Penso al fascista Giorgio Perlasca, che si commosse di fronte al dramma degli ebrei a Budapest, all’antisemita polacca Zofia Kossak, che pur odiando gli ebrei li nascose a casa sua ed organizzò la più importante rete di salvataggio a Varsavia, o al vicepresidente del parlamento bulgaro Dimitar Peshev, che, entusiasta per la politica di Hitler nei Balcani e i vantaggi territoriali per la Bulgaria, reagì sorprendentemente all’imminente deportazione degli amici ebrei del suo villaggio e cambiò così, con un atto di coraggio, la politica del suo Paese.

Da questa riflessione forse unica nel Novecento Grossman giunge ad una conclusione per certi versi sorprendente.

Nonostante tutti i tentativi, i peggiori totalitarismi, che sterminano milioni di uomini, alla fine non riescono mai nella loro impresa perché non sono in grado di modificare la natura umana e non riescono a cancellare la propensione al bene che abita nel profondo del cuore di ogni individuo.

“Una mutazione della natura umana implicherebbe il trionfo universale ed eterno della dittatura - osserva Grossman - mentre l’anelito alla libertà condanna a morte il totalitarismo… L’uomo non rinuncia mai volontariamente alla libertà. E questa conclusione è il faro della nostra epoca, un faro acceso nel nostro futuro.”

Vaclav Havel e la servitù volontaria

Le sue riflessioni, come la sua esperienza di anima della rivoluzione di velluto nella ex Cecoslovacchia, ci richiamano all’insegnamento originalissimo di Étienne de La Boétie, il grande amico di Montaigne che nel 1576 scrisse un libro geniale, il Discorso sulla servitù volontaria.

La Boétie osservava come i potenti e i peggiori leader possono agire perché sono capaci di creare un meccanismo di servitù volontaria. Non esiste solo il terrore e la repressione, ma la partecipazione attiva delle persone. Il potere anche più terribile si fonda sempre su una relazione accondiscendente con degli esseri umani.

Scriveva La Boétie che i tiranni “più li si serve e più diventano potenti; ma se non si cede al loro volere, se non si presta loro obbedienza, allora, senza alcuna lotta, senza colpo ferire, rimangono nudi e impotenti, ridotti ad un niente come ad un albero che non ricevendo più linfa vitale dalle radici subito rinsecchisce e muore.”

Aggiungeva poi: “Da dove (il tiranno) prenderebbe i tanti occhi con cui vi spia, se non glieli forniste? Come farebbe ad avere tante mani per colpirvi, se non le prendesse da voi? I piedi con cui calpesta le vostre città dove gli verrebbero se non fossero i vostri? Ha forse un potere su di voi che non sia il vostro? Come non oserebbe attaccarvi, se voi stessi non foste d’accordo?”

È un concetto fondamentale perché non c’è genocidio, totalitarismo, crimine contro l’umanità che possa avvenire senza un consenso o una partecipazione attiva dei complici, degli indifferenti, degli spettatori silenziosi.

Liliana Segre, per questo stesso motivo, ha imposto con la sua determinazione che all’ingresso del Memoriale della Shoah di Milano ci fosse una scritta a carattere cubitali che ricordasse l’indifferenza. La deportazione degli ebrei a Milano e a Roma non sarebbe stata possibile senza la complicità degli indifferenti che assecondarono i nazisti. La loro forza nel crimine più grande era dipesa da quanti si dimostrarono servi volontari del potere nazista.

Questo ragionamento ha però una seconda conseguenza, che apre la strada alla possibilità in ogni luogo e circostanza di una resistenza morale e politica.

Ogni essere umano, nell’ambito nel suo spazio di responsabilità, può mettere in crisi questa relazione perversa e può creare le premesse di una erosione del potere del tiranno e di un sistema totalitario.

  1. Vaclav Havel, con il suo testo conciso ed essenziale Il potere dei senza potere, ha indicato a Praga la possibilità degli esseri umani di erodere dal basso il potere di un sistema totalitario, creando una società parallela e indicando quei comportamenti nella vita quotidiana che avrebbero potuto erodere il potere totalitario.
  2. È veramente incredibile come Havel sia riuscito a concretizzare questo insegnamento di La Boétie per fare cadere il regime con una rivoluzione pacifica. Sosteneva La Boétie: “Siate risoluti a non servire più, ed eccovi liberi; non voglio che vi scontriate con lui o che lo facciate crollare, limitatevi a non servirlo più e lo vedrete come un grande colosso a cui è stata sottratta la base, cadere d’un pezzo e rompersi.”
  3. Havel nel suo testo ci racconta una parabola, quella del fruttivendolo che tiene un’insegna di adesione al regime nel suo negozio, come fanno tutti nella società, che si adeguano al regime e, per il quieto vivere, preferiscono non porsi delle domande e seguire servilmente gli orientamenti del regime. Così un giorno, in modo provocatorio, Havel lo invita a rimuoverla, così che ci sia qualcuno che finalmente dica di no al potere. Ciò sta a significare che una persona può abituarsi a dire finalmente la verità, a non mentire, a seguire i comandamenti morali nella vita quotidiana. È questa la premessa che può creare uno spirito di emulazione nella società, dove tutti possono così seguire il buon esempio del fruttivendolo che finalmente ha deciso di non adeguarsi al conformismo del sistema. È stato questo lo spirito di quanti, durante il nazismo, hanno rifiutato le leggi razziali e si sono prodigati per salvare gli ebrei.
  4. Havel, quando fu eletto presidente della Repubblica ceca, con queste parole fece il bilancio della sua esperienza: “Tutti ci siamo adattati al sistema totalitario e lo abbiamo assunto come fatto immutabile, contribuendo a mantenerlo in vita. In altri termini: tutti siamo responsabili (anche se ognuno in maniera diversa) del funzionamento del meccanismo totalitario, nessuno è solo vittima… Dobbiamo piuttosto accogliere questa eredità come qualcosa che noi stessi abbiamo permesso. Se l’assumiamo in questo modo, comprenderemo che dipende da ciascuno di noi riuscire a superarla. Non possiamo addebitare tutto sul conto di chi ci ha preceduto, e non solo perché questo non corrisponderebbe alla verità, ma soprattutto perché si ridurrebbero in questo modo i doveri che oggi spettano a ciascuno di noi… Non illudiamoci: il miglior governo, il migliore parlamento e il migliore presidente non possono fare molto se lasciati soli ed è profondamente sbagliato aspettarsi delle riforme esclusivamente da parte loro. Libertà e democrazia implicano la partecipazione e la conseguente libertà di tutti.” È questo, a mio avviso, un messaggio straordinario, perché esalta le possibilità dei singoli, in ogni situazione estrema come nella stessa democrazia. Ognuno può fare la differenza sempre e ovunque. È questo lo spirito fondamentale che guida quello degli uomini Giusti che senza mai immaginare di cambiare il mondo si preoccupano di seminare il bene con le loro azioni individuali.

Il concetto di uomo giusto non è mai definitivo, ma è sempre una categoria in evoluzione in rapporto alle epoche e alle generazioni che si succedono.

Per questo è compito nostro adattarlo al periodo in cui viviamo e cogliere senza pregiudizi la pluralità di opinioni di quelli che possiamo considerare i pensatori del bene e della responsabilità.

“Acque sempre diverse scorrono per coloro che s’immergono negli stessi fiumi”, ammoniva Eraclito nell’antichità per richiamarci a considerare come il mondo sia sempre in movimento e non si debba mai ritenere che tutto si ripeta allo stesso modo.

Pensiamo oggi al Covid-19; ai cambiamenti climatici che minacciano il pianeta; alle nuove autocrazie nel mondo dalla Russia, alla Cina, alla Turchia; alle democrazie illiberali; all’odio nei social e nel dibattito pubblico; al terrorismo; ai fondamentalismi che attraversano il mondo; fino alle nuove guerre in corso come quella in Yemen e in Nagorno-Karabakh.

Penso che sia importante nella scuola stimolare i ragazzi a paragonare i Giusti di ieri con le figure morali del nostro tempo.

È un grande lavoro da fare affinché la scuola si possa trasformare in un esempio di rinnovamento per tutta la società. La comparazione tra ieri ed oggi è il più importante esercizio spirituale applicato alla memoria.

Gabriele Nissim, presidente di Gariwo

Analisi di Gabriele Nissim, presidente di Gariwo

9 ottobre 2020

Non perderti le storie dei Giusti e della memoria del Bene

Una volta al mese riceverai una selezione a cura della redazione di Gariwo degli articoli ed iniziative più interessanti. Per iscriverti compila i campi sottostanti e clicca su iscrizione.




Questo sito è protetto da reCAPTCHA e si applicano le norme sulla privacy e i termini di servizio di Google.