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I trentasei Giusti erano dell'umanità

la riflessione di Anna Foa a proposito del dibattito su Shoah e Giusti universali

Si parla molto in questi giorni di banalizzazione della Shoah. Nei discorsi che si ascoltano si finisce però per credere che confrontare la Shoah con il green pass sia come confrontarla con altri genocidi, come il genocidio degli armeni o dei tutsi. Che in tutti i casi si tratti di banalizzazioni. L’unico modo per salvare da queste banalizzazioni la memoria della Shoah, del genocidio degli ebrei, sarebbe, per riprendere una calzante espressione di Francesco Cataluccio, trasformarla in una cassaforte identitaria: un baluardo volto a salvaguardare l’identità ebraica, non la storia di quanto è stato, chiudendola all’esterno, serrandola per evitarne la contaminazione da parte di altre violenze di massa, altri genocidi, altri razzismi che non riguardino la storia del popolo ebraico.

Il primo punto che vorrei sottolineare è che i no vax e i no green pass che confrontano con i campi di sterminio il fatto di perdere temporaneamente un pezzetto della loro libertà per salvaguardare quella degli altri non si limitano a banalizzare la Shoah, la negano. Sono cioè negazionisti. Sostengono infatti implicitamente, se non addirittura esplicitamente, che gli ebrei non venivano gassati ma privati della libertà di andare al cinema o in treno senza una carta che ne attestasse l’avvenuta vaccinazione. Che le sterilizzazioni forzate di massa nella Germania nazista di donne ebree, rom, politicamente e socialmente inaffidabili, non sia diverso dalla vaccinazione imposta indirettamente attraverso il green pass. Questo equivale a dire che non ci sono state sterilizzazioni forzate, sterminio dei disabili, messa a morte di milioni di ebrei, ma solo lievi limitazioni della loro libertà. Questo è puro e semplice negazionismo. E in Italia come in molti altri paesi, europei e non, il negazionismo è un reato.

Il secondo punto che vorrei sottolineare è che il confronto della Shoah con altri genocidi, violenze di massa o negazioni dei diritti umani - e i confronti si possono fare solo quando i fenomeni, oltre a differenze, presentano anche somiglianze - non è certo volto a diminuire il peso nella storia del nostro Novecento della Shoah ma semmai ad esaltarlo. A considerarlo uno spartiacque ineliminabile che segna un prima e un dopo nella storia europea, a renderlo il paradigma privilegiato con cui affrontare la possibilità che tutto ciò che è avvenuto torni ad avvenire, non solo agli ebrei, naturalmente, ma a tutti gli esseri umani. O è proprio questo il punto che infastidisce chi preferirebbe vedere nella memoria di ciò che è accaduto un mero rafforzamento dell’identità degli ebrei, un forte richiamo al ruolo di Israele, un terribile monito contro ogni assimilazione? Credo che la maggior parte di chi ha scritto, di chi ha raccontato, da Primo Levi a Elie Wiesel a Liliana Segre a tutti gli altri sopravvissuti che si sono sottoposti al ruolo dolorosissimo di testimoniare lo abbiano fatto per evitare al mondo che questo succedesse ancora, non per chiudersi al resto dell’umanità.

C’è un terzo punto da affrontare. Si è detto che chi parla di Giusti, come Gariwo a proposito dei Giusti dell’umanità, fa confusione. Si è affermato che solo Yad Vashem può usare questo termine. Il che equivale a dire che solo chi salva un ebreo è un giusto. Allora come dovremmo chiamare chi salva un non ebreo? un salvatore? Un buono? Un santo? Ma siamo proprio sicuri che l’idea del Giusto la abbia inventata Yad Vashem? E che Gariwo si sia limitata a copiargliela?

Nel 1959 uno scrittore francese, un ebreo di origine polacca, André Schwarz-Bart, figlio di sopravvissuti e resistente durante la guerra, ha pubblicato presso le edizioni Du Seuil un romanzo, L’ultimo dei Giusti, che ha avuto vasta risonanza e vinto nello stesso 1959 il prestigioso Premio Goncourt. Il libro partiva dal XII secolo e dal succedersi nelle generazioni dei Giusti, i 36 Giusti che consentono al mondo di sopravvivere secondo una tradizione talmudica e cabbalistica, per diventare poi nel corso del romanzo la storia di un giovane ebreo durante la Shoah. Il libro suscitò ovunque, anche in Italia dove fu tradotto nel 1960, attenzione ed emozione, oltre che ad una vasta polemica che coinvolse tanto il mondo ebraico che quello non ebraico, sulla caratterizzazione dell’ebreo come vittima sofferente che il romanzo trasmetteva.

Nel 1967 il libro avrebbe ottenuto a Gerusalemme il Jerusalem Prize for Literature. Nel 1963, intanto, aveva avuto inizio il progetto di riconoscimento di concessione del titolo di Giusti delle Nazioni a coloro che a loro rischio e senza ricompense avevano aiutato a salvarsi almeno un ebreo. Da dieci anni, dal 1953, era già stato istituito il memoriale di Yad Vashem volto, oltre che ad onorare e ricordare gli ebrei vittime della Shoah, anche ad esprimere la gratitudine dello Stato di Israele e del popolo ebraico verso quei non ebrei che avevano aiutato gli ebrei. Certamente, tutto lo scalpore suscitato in quel periodo sui Giusti dal libro di Schwarz-Bart non fu ignoto alla Commissione per i Giusti, quattro anni dopo l’uscita del libro in Francia e quattro anni prima che il libro ricevesse anche il riconoscimento del Jerusalem Prize in Israele.

Il libro di Schwarz-Bart fu un libro molto amato da Elie Wiesel e da Jules Isaac, e considerato da Gershom Scholem come il libro che aveva diretto l’attenzione generale sulla leggenda ebraica dei Trentasei Giusti. Ma, badate bene, nella leggenda si parla di trentasei ebrei giusti che per ogni generazione salvano il mondo, mentre nel caso di Yad Vashem si tratta di Giusti non ebrei che salvano non il mondo ma gli ebrei. Nei testi ebraici, la salvezza data dai Giusti non era riservata solo agli ebrei, ma all’intera umanità. I trentasei Giusti dei testi ebraici erano Giusti dell’umanità.

Anna Foa, storica

Analisi di

13 dicembre 2021

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