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Il '68, movimento libertino e libertario

di Salvatore Natoli

Pubblichiamo di seguito la trascrizione dell'intervento di Salvatore Natoli alla presentazione del volume "Che fine ha fatto il '68. Fu vera gloria?", a cura di Giovanni Cominelli (Ed. Guerini), di venerdì 8 giugno nella Sala del Grechetto della Biblioteca Sormani di Milano.

Avevo già avuto occasione di partecipare a un incontro simile quando all’Università Cattolica era uscito un libro analogo, Il ’68 in Cattolica, costruito più o meno allo stesso modo. Quel volume però era nato non dai protagonisti di quel periodo, come nel caso delle storie di cui parleremo oggi, ma da un collettivo di giovani 19enni che volevano sapere dei loro padri e si sono rivolti a noi. C’è chi racconta la propria storia per fare un bilancio, chi la racconta perché qualcuno che glielo chiede: un intreccio molto felice. Il volume Che fine ha fatto il ’68 è costruito da diverse storie. Sarebbe interessante individuare i tratti comuni tra di esse ma lo è altrettanto riconoscere l’irripetibilità delle biografie che lo compongono, in cui ogni autore dà la sua versione del ’68, raccontando il suo vissuto di quegli anni e di come si sia trasformato in quelli successivi. Ci si chiede cosa sia rimasto di quel passato, cosa fosse valido o sbagliato, e ogni bilancio è radicalmente diverso dall’altro. Anche se non mancano alcuni tratti comuni.

Se dovessi caratterizzare il ’68 nel suo complesso, dovrei partire da una considerazione persino ovvia, anche se spesso dimenticata: il ’68 è per un verso un esito, per un altro un transito, e per un altro ancora un inizio. È un insieme di queste tre cose. Dire ’68 è come dire il 14 luglio per la Rivoluzione francese: una data emblematica, un momento esplosivo. Le vite però non sono così, la storia è fatta sì di rotture ma anche di grande stabilità. E uno dei motivi per cui in certi casi si dice che le cose falliscono, è perché le continuità hanno retto oltre le discontinuità. Pareva di avere “rotto” ai protagonisti di quel momento, ma la storia è “resistente”. Io ho sempre preferito, come taglio storiografico, la cosiddetta storia di lungo periodo: spiega di più ed è più vincente, non nega i cambiamenti ma mostra anche come le rotture possano essere riassorbite dal corso degli eventi. Ad esempio, la Russia di Stalin, materialista e anticlericale, per mobilitare alla lotta dovette appellarsi al proprio passato ortodosso. Quella storia esisteva e non bastava dirsi materialisti per cancellarla: c’era un’identità di memoria che andava incrociata con la novità.

Il ’68 si può interpretare come l’esito finale del Secondo dopoguerra, lo sbocco degli anni ’50 e ‘60. Finisce con esso la rivoluzione della fame, dei grandi migranti, del riscatto dallo sfruttamento. Grande ed emblematico in quell’epoca fu il film “Rocco e i suoi fratelli” di Luchino Visconti: la terra dell’ulivo che diventa il proletariato industriale, la grande migrazione dal Sud. Nel ’68 i giovani studenti erano in larga parte figli di quella migrazione, non erano milanesi. C’era stata già una trasformazione bioantropologica della società italiana, con tutte le sue diverse modalità di pensare il riscatto: il figlio della borghesia lo vedeva in un modo diverso dal figlio dell’operaio. Quest’ultimo, dopo aver lavorato con fatica, non comprendeva la ribellione del figlio (“ma come, diceva, io sono uscito dalla fame voglio farti studiare e tu perdi tempo. Come ti permetti di farlo dopo che io ho tanto speso per te?”). È nata così un’incomprensione vecchi/giovani, una tensione tra passato e presente conseguenza dell’uscita dallo sfruttamento, della ricostruzione, della sperimentazione della ricchezza e del seguente boom economico. Ancora negli ultimi anni ’50, alla Fiat c’erano i Sindacati Gialli: l’operaio si sentiva un privilegiato rispetto agli altri, non avrebbe mai pensati di andare contro il padrone, proprio lui che veniva dal sud contadino e per il quale quel lavoro valeva come diventare impiegato di banca.

È con gli inizi degli anni ’60 che comincia la grande rinascita del Sindacato d’Italia, ripartono i grandi scioperi per i salari, per la qualificazione del lavoro, per i turni - non più “più salario” ma “migliore qualità del lavoro”. Una volta che partecipai a uno dei primi scioperi operai in Piazza Mercanti - c’era anche un grande personaggio, Pier Carniti, della Fim di Milano - e per caso uscì una mia foto sull’Espresso. Tra l’altro nel ’68 portavo la barba e somigliavo a Lenin. “Ma come, lo abbiamo mandato in Cattolica e lui appare così, come un agitatore, su un giornale laico”, fu la reazione di mio padre. Arrivò poi l’esplosione dell’accesso ai consumi. Se per un verso c’era la critica del consumo elitario, offensivo e snob, dall’altro c’era un’istanza all’allargamento dei consumi medi per il miglioramento del proprio benessere: le utilitarie, la 600, il grande boom degli elettrodomestici che liberavano dalla fatica. Non si era contro il consumo, ma contro il consumismo esibito d’élite.

Il ’68 è l’esito di un movimento di emancipazione e sperimentazione di una maggiore libertà. Con l’emergere nella società di una nuova istanza libertaria, i vecchi codici appaiono come una limitazione al consumo libero. Già cominciava a farsi strada l’idea di un allargamento delle possibilità: un tempo c’era una Topolino per famiglia, nel corso degli anni ’70 cominciano ad esserci almeno due macchine per ogni nucleo familiare, e così via. I soggetti pensano il consumo come una forma di autonomia: avere una “macchinetta” o un motorino piaceva, era un consumo minuto coincidente con una sperimentazione della libertà.
La discussione sui grandi codici etici e morali nel mondo cattolico, in particolare la rivoluzione sessuale, produssero poi un totale stravolgimento. Dell’emancipazione della donna e del femminismo si può parlare in moltissimi modi diversi, perché sono stati un fenomeno epocale, come il movimento operaio dell’800. Dobbiamo rilevare un elemento fondamentale: la pillola anticoncezionale, ovvero la tecnica che diventa un fattore di liberazione, il “poter avere diritto al piacere senza pagarne le conseguenze”, il che vuol dire che almeno sul piano della biologia, la scienza aveva creato uno schema di libertà e autonomia.

Gli anni ’60 furono anche quelli della crisi della famiglia, della libertà di partnership. Mentre si diffondeva l’idea della famiglia come prigione - anche grazie alla letteratura inglese -, quella tradizionale si disgregava facendo emergere la soggettività dell’individuo che, pur condannando il consumismo elitario e snob, sentiva proprio il diritto al consumo come piacere. Uno dei libri canonici di questi anni è Eros e Civiltà, del filosofo e sociologo tedesco Herbert Marcuse: una combinazione di Marx e Freud per cui Togliatti si sarebbe rivoltato nella tomba - lui che aveva pubblicato sull’Unità un editoriale contro la psicoanalisi come perversione e individualismo borghese.
Il ’68, che produsse questa contaminazione, è definibile anche come lo sbocco del movimento libertino e libertario. Libertino in quanto diritto incondizionato al piacere: si criticavano i consumi di lusso ma si ricorreva all’esproprio proletario. E cos’è questo se non l’utilizzo di qualcosa senza pagarlo? Il consumismo, pensato come un diritto. Libertario in quanto rivendicazione del diritto al comando, esercitata nelle università e nelle fabbriche.
La parola che racchiude il ’68 è contestazione: “Io ti contesto quello che dici perché devi mostrarmi che autorità hai per poterlo sostenere”. Fondamentale era il vocabolario marxista: in Italia i comunisti rappresentavano l’opposizione, quindi chiunque volesse contestare poteva ricorrere solo alla terminologia della sinistra, che era l’unica in grado di esprimere dissenso. Questo era evidente ad esempio in alcuni paesi del Sud, in cui chi lasciava la moglie, per legittimare quest’atto che andava contro la morale tradizionale, si etichettava come comunista per ideologizzare quel suo comportamento. Il linguaggio della sinistra diventava quindi anche quello dell’espressione della libertà personale.

Nel suo esito il ’68 è fallito? Direi che nella sua dinamica libertina non è fallito, si è trasformato nell’edonismo degli anni ’80. Tuttavia, da un piacere che doveva essere universale, di tutti e per tutti, si è passati negli anni ’80 a un “ognuno cerca il proprio piacere e più lo raggiunge meglio è per lui”.
Quindi il processo da propulsivo è diventato degenerativo: il diritto al piacere è diventato un privilegio anziché un beneficio libertario. La liberazione sessuale di fatto è diventata la macchina energetica per produrre soggezione, attraverso una perpetua eccitazione della società. Il desiderio critico contro è diventato l’energia per stabilire un nuovo potere. Tutto il sistema della moda è stato costruito su questa base: il vedere e non vedere, un erotismo pervasivo, il sesso che non fa più vergogna. Ci si vergogna solo del dolore e della morte e ne nasce una società spietata. Ci pensano i volontari ai problemi gravi, ma per quanto riguarda gli altri, ognuno si fa la sua vita. Il diritto di parola “che confuta una prepotenza” diventa, vent’anni dopo, “la prepotenza dell’ignorante”: il professore perde la sua autorità, viene preso a schiaffi, non c’è più “la parola che libera” ma “il diritto all’ignoranza”.

È rispetto alla politica che il ’68 fallisce davvero: è andato contro il potere, ma non l’ha abbattuto. Non ce l’ha fatta perché la società italiana non era una società politica, ma partitica, l’apparato democratico dello Stato era debole e non sapeva fermare il terrorismo - al contrario di Francia o Germania. Una politica debole incapace di fermare un terrorismo provocatore e malsano, insieme a un sistema corruttivo e doroteo nella gestione ordinaria del potere, hanno provocato 10 anni pesanti di sangue, il cui culmine è stato il caso Moro.

A tutto questo si aggiungeva un sistema di corruzione in cui rimasero coinvolti anche alcuni gruppi dirigenti del ’68, che nel frattempo erano divisi tra terroristi, rimpatriati nel PC per rassegnazione e cooptati dal potere per il governo.

I protagonisti di questo libro riescono ancora a essere libertari e sani, nonostante tutto, e non si sono fatti comprare. Quel meccanismo politico che aveva imbrigliato lo stesso ’68 crollerà poi su se stesso, quando la torta da dividere ormai non basterà più ed esploderà Tangentopoli. Noi siamo ancora in quella deriva: la Seconda Repubblica è l’esito marcio della Prima e oggi, mentre ci chiediamo se ci sarà ancora una Repubblica, siamo il primo laboratorio in Europa di partiti populisti al governo, così come fummo il primo laboratorio in Europa dei partiti fascisti alla guida di un Paese. 

Salvatore Natoli, filosofo

Analisi di Salvatore Natoli, filosofo

22 giugno 2018

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