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Il cielo impossibile del Karabakh. Appunti di viaggio

di Simone Zoppellaro

Un edificio distrutto nei combattimenti nel Nagorno Karabakh, 28 settembre 2020

Un edificio distrutto nei combattimenti nel Nagorno Karabakh, 28 settembre 2020 ((Ministero degli esteri armeno/Epa/Ansa))

DA STEPANAKERT – Traumi, vite cancellate o perdute, nuove ferite che ricalcano o riaprono quelle antiche, in una spirale, quella della guerra in Karabakh, che a trent’anni dallo scoppio della violenza sembra più lontana che mai dal trovare fine. Del Karabakh che ho amato, poco o nulla resta dopo la fine dell’ultima guerra che ha insanguinato questo territorio. Il clima che vi si respira è terribile, e la rapida ricostruzione – grazie anche al supporto russo – degli edifici danneggiati o distrutti a partire dal 27 settembre, rende forse ancor più doloroso e irreale il paesaggio urbano della capitale Stepanakert. Più si nascondono le ferite, viene naturale pensare, più i traumi si faranno profondi e insanabili per tutti.

Arrivo a Stepanakert dopo aver attraversato una decina di checkpoint, a larga maggioranza russa, che prendono il posto della vecchia frontiera fra Armenia e Karabakh. Chiaro chi siano oggi i nuovi padroni, da queste parti. Non una sola bandiera del Karabakh in questo lungo tragitto militarizzato, rare anche quelle armene, mentre il tricolore di Mosca è ovunque, anche in quei centri, come Berdzor, dove i soldati hanno iniziato a risiedere. A Shushi invece, un’enorme bandiera azera di molti metri segna la vittoria di Baku. Una simile serie di appostamenti, in anni trascorsi in Medio Oriente, l’avevo vista solo nell’Iraq all’epoca dell’ISIS.

Ancora più dolorosa la vista di Stepanakert, il cui ingresso alla città è segnato da un enorme poster che ritrae Vladimir Putin. I cellulari funzionano a singhiozzo, frequenti i blackout, difficile trovare cibo decente nei pochi ristoranti aperti, l’acqua che scorre dai rubinetti è gelida. E soprattutto, si spara ancora. Si spara a Martakert, dove visitiamo un ospedale crivellato di colpi e molti condomini distrutti. E si spara persino a capodanno, a Stepanakert, allo scoppio della mezzanotte. Una macabra usanza, come mi spiega un’amica armena, che accompagna questa guerra fin dagli anni Novanta. Colpi di kalashnikov e raffiche di mitra fra Stepanakert e Shushi, munizioni traccianti che col loro rosso solcano il cielo notturno. Auto che corrono impazzite in quella direzione, con l’intento di fornire rinforzi, mentre le strade restano deserte e gelide.

Impossibile raccontare qui tutte le storie che ho incontrato e raccolto in questa terra. Forse la più infame, l’uso sistematico di tortura, da parte azera, nei confronti dei prigionieri di guerra armeni. Non solo: le torture sono filmate, in tantissimi casi, e utilizzate come veicolo di propaganda e arma psicologica. Anche nei confronti di anziani. Il punto, inutile farsi illusioni, è senza dubbio quello di seminare il terrore. Così, ci raccontano gli abitanti del villaggio di Shosh, la notte i cecchini azeri sparano ancora contro uomini e animali, per togliere qualsiasi illusione circa un possibile ritorno alla normalità.

Se l’Armenia oggi è una nazione traumatizzata, in Karabakh la situazione è semplicemente fuori controllo. I russi, che ben si sono guardati dal fornire una qualsiasi assistenza diplomatica e militare all’Armenia durante il conflitto, sono stanziati in tutta evidenza solo per curare i propri interessi e espandere la loro influenza. Le poche strade che rimangono sotto il controllo armeno sono circondate da cecchini e postazioni militari azeri. Le frontiere, neppure tracciate. Il punto non è neppure capire se riprenderà questo conflitto – il punto è quando. E non vi è alcun dubbio su quale sarà l’obiettivo ultimo del regime di Aliyev: il compimento di una pulizia etnica, a danno degli armeni, che ha già stravolto la vita di decine di migliaia di persone.

Incontro donne, uomini, bambini, malati e anziani che, nella quasi totalità dei casi, hanno perso tutto nel giro di poche ore: le loro case, il lavoro, ma anche tutti gli oggetti e ricordi di famiglia, perduti per sempre. Le tante storie che raccolgo da parte di profughi di Shushi, Hadrut e altri centri, si somigliano un po’ tutte. Il marito che parte per il fronte, la moglie che porta via i bambini e lo stretto necessario, con l’approssimarsi dei combattimenti, convinta di poter rientrare in pochi giorni. Un’illusione che si rivelerà tragica.

Mentre in questo strano inverno marcato dal lockdown e da tante limitazioni il gas proveniente dall’Azerbaijan riscalda le nostre case, in Karabakh – lontano dalle nostre coscienze assopite – si consuma un requiem per l’Europa. Una trappola per topi, una riserva per i pochi nativi rimasti (i più disperati), una terra un tempo rigogliosa e accogliente trasformata in un macabro poligono di tiro, in un teatro per una delle più macabre messe in scena del nostro tempo.

Una pace impossibile che si nutre di un’umanità abolita e sacrificabile al miglior offerente, che si trascina mentre tre dittature (Baku, Ankara e Mosca) celebrano il loro macabro trionfo nel Caucaso. Non tutti qui, per fortuna, hanno le fronti stravolte dall’odio. Non tutti hanno abbandonato la speranza che possa arrivare un miracolo (perché di ciò si tratterebbe): una pace che ha i tratti incerti del miraggio.

Eppure, tutti sembrano essersi già dimenticati del Karabakh e degli oltre 6.000 morti di questi 44 giorni di combattimenti, che si aggiungono ai 20.000 caduti degli anni Novanta. Si è passati da una vita di catacombe, durante la guerra, dove precluso era anche solo vedere il sole o le stelle per qualche ora, alla prospettiva di un cielo impossibile, forse per sempre. Eppure, proprio ora servirebbe con urgenza un rinnovato impegno e supporto della società civile italiana e europea. Eppure, questa terra rigogliosa e pura potrebbe ancora conoscere una futura convivenza – quello che manca è semplicemente una volontà.

Non so se potrò mai tornare in questa terra che ho amato e sentito mia come poche, mi capita di pensare spesso durante il viaggio. Troppi i segni infausti che si manifestano, troppe le armi, gli eserciti stanziati, i traumi e la ferocia che scavano i cuori degli uomini, da un lato e l’altro della frontiera.

Io il Karabakh, lo ammetto senza esitazioni, l’ho amato come pochi altri posti al mondo. Ma ho amato un cielo impossibile.

Simone Zoppellaro, giornalista

Analisi di

11 gennaio 2021

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