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Il conflitto israeliano palestinese - un approccio congiunto per la risoluzione del problema

di Nadav Tamir

Gabriele Nissim e Nadav Tamir al Giardino dei Giusti di Milano

Gabriele Nissim e Nadav Tamir al Giardino dei Giusti di Milano

Ho conosciuto Issa Kassissieh per la prima volta nel 2003 alla Kennedy school of Government di Harvard. Avevo appena cominciato il mio Master in Amministrazione Pubblica, grazie ad una generosa borsa di studio da parte della Fondazione Wexner e Issa era studente, come Mason Fellow (la Ford Foundation Mason Fellowship viene assegnata ogni anno ai meritevoli con esigenze finanziarie). Questo incontro con Issa, e la relazione che abbiamo intrapreso, è stata tra le esperienze più significative in un anno pieno fino all’orlo di esperienze importanti.

È stato al quanto assurdo esserci incontrati per la prima volta a Cambridge nel Massachusetts, considerando che a Gerusalemme abbiamo vissuto e lavorato a breve distanza l’uno dall’altro per diversi anni, senza nemmeno saperlo. Issa è un patriota palestinese che ha lavorato come consigliere del defunto Faysal Hussein ed in seguito del Presidente palestinese Mahmoud Abbas, per promuovere l’autodeterminazione dei palestinesi. Io sono un sionista sfegatato, un diplomatico israeliano, ho lavorato come consigliere del defunto Shimon Peres nel periodo in cui era ministro degli Esteri e quando è stato Presidente di Israele. Insieme, Issa ed io abbiamo imparato la forza dell’approccio congiunto per la risoluzione del problema.

Siamo diventati amici e anche “compagni di studio”, perché avevamo gli stessi interessi e abbiamo seguito molto corsi insieme. Abbiamo appreso su di noi, vicendevolmente, e sulla complessità del conflitto israeliano-palestinese attraverso la nostra relazione personale. Ci sedevamo vicini durante la lezione di “Leadership Adattiva” ed esercitavamo il “superamento dei limiti” e “l’uscita dalla nostra comfort zone” tramite la nostra amicizia personale, in un modo che rispecchiava molti degli elementi presenti nella più ampia geopolitica delle nostre due nazioni.

Io e i miei amici israeliani stavamo discutendo se fare o meno una presentazione su Israele per il nostro seminario di “metà carriera”, un ritrovo settimanale dell’intero gruppo per una presentazione studentesca. In quanto diplomatico, mi sentivo abbastanza a mio agio all’idea di presentare il mio paese di fronte ai miei colleghi, ma Issa ha suggerito che avremo potuto fare la presentazione insieme, sul conflitto israeliano-palestinese che al contrario - non era esattamente la mia comfort zone.

Ero preoccupato che potesse diventare un altro dibattito polemico come molti dei dibattiti che ho sentito nel campus tra israeliani e palestinesi. Volevo evitare il “gioco delle colpe” che io considero il classico “aggirare il lavoro”. Più di qualsiasi altra cosa, temevo che avrebbe potuto nuocere alla mia amicizia con Issa. Decidemmo che avremo fatto diversamente. Abbiamo sfruttato questa occasione come opportunità per applicare una lezione di riformulazione, una tecnica che abbiamo imparato durante la lezione di Leadership. Nella nostra presentazione abbiamo deciso di riformulare il conflitto. Da un conflitto tra israeliani e palestinesi a uno tra quelli che cercano una soluzione pacifica e quelli che sono contrari a essa. Questa riformulazione ci ha posto dalla stessa parte, anche se avevamo delle prospettive e delle narrative molto diverse, basate sulla nostra appartenenza nazionale e su esperienze passate.

La “sfida adattiva” che abbiamo identificato riguardava in che modo i moderati di entrambe le parti del conflitto potessero rafforzarsi a vicenda con l’obbiettivo di promuovere la pace. Issa ha spiegato che se non si rafforzeranno i palestinesi moderati, resteremo solamente con gli estremisti che credono nel terrore. Issa era consapevole del fatto che i terroristi palestinesi frantumano il campo della pace israeliano e capiva quanto fosse immorale e controproducente per la causa palestinese.

La nostra presentazione è diventata molto popolare e immediatamente abbiamo cominciato a ricevere richieste per presentare insieme nelle comunità ebre di Boston. Per molti ebrei che hanno partecipato a quegli eventi, si trattava della prima volta in cui incontravano un palestinese o vedevano il lato umano di quello che viene chiamato “Altro”. Issa ha presentato il caso palestinese in maniera molto assertiva ed efficace, ma non attraverso un approccio conflittuale. Ciò ha reso le sue argomentazioni accessibili alle orecchie del pubblico ebreo.

Più tardi, durante un workshop sulle negoziazioni integrative, io e Issa abbiamo lavorato sull’approccio congiunto per la risoluzione del problema, che richiedeva che entrambi ci rapportassimo al problema piuttosto che confrontarci l’un l’altro. Abbiamo imparato il potere dell’approccio Win-Win, totalmente contrario alla mentalità a somma zero fin troppo diffusa tra gli israeliani ed i palestinesi.

Quando ci siamo laureati nel 2004, sono stato invitato a partecipare ad un’iniziativa chiamata IPNP (Israeliani Palestinesi Partner Negoziali) a casa di Roger Fisher. Quest’iniziativa ha riunito un gruppo di israeliani e palestinesi, i quali erano stati selezionati come attuali o potenziali futuri negoziatori con il fine di imparare il metodo dell’“Ottenere il Sì” di Roger Fisher. Fino ad allora, la mia carriera era focalizzata principalmente sulle relazioni tra Stati Uniti ed Israele, ma grazie ad Issa, che era nel consiglio direttivo, e al Dr. Shula Gilad, che ha guidato il programma di Harvard sulle negoziazioni, ho avuto l’opportunità di partecipare.

È stata un’esperienza trasformativa su molteplici livelli. Non ho semplicemente avuto la possibilità di imparare e implementare i “7 elementi delle negoziazioni effettive” (i.e. Interessi, Legittimità, Relazione, Alternative, Opzioni, Impegni e Comunicazione), mi è stata anche concessa un’opportunità unica per creare una rete di legami e costruire amicizie con palestinesi appassionati di pace e diplomazia, una passione che condivido.

Due anni dopo, quando sono tornato nella zona di Boston come Console Generale del New England, ho portato con me molti degli insegnamenti che ho imparato grazie alla mia collaborazione con Issa e ho provato a diffondere lo stesso approccio che io e lui abbiamo adottato da studenti.

Come Console Generale, ho lavorato instancabilmente per riformulare la discussione riguardo il conflitto israeliano palestinese dal solito “gioco delle colpe” verso un impegno costruttivo. Ho lavorato per promuovere gruppi di dialogo nei campus universitari e ho supportato la coesistenza di organizzazioni. Qualora il mio staff mi avesse detto che fuori dal consolato c’era una manifestazione a favore della Palestina, io avrei chiesto di poterci unire, perché si può essere a favore dei palestinesi e a favore degli israeliani allo stesso tempo.

Ho provato ad avviare un unico gruppo di palestinesi ed ebrei della diaspora di Boston, per imparare insieme dall’esperienza della diaspora irlandese. Dopo tutto, i bostoniani irlandesi hanno cambiato direzione dal sostegno all’IRA al supporto del processo di pace. Questo processo era guidato dal senatore George Mitchell che in fine raggiunse l’“accordo del venerdì santo.” I bostoniani irlandesi capirono che supportare lo sviluppo pacifico ed economico nel nord dell’Irlanda sarebbe risultato più utile per la causa della Repubblica dell’Irlanda del Nord piuttosto che inviare armi.

Ho pensato che potesse essere un caso studio per le comunità ebraiche e palestinesi, che immaginavo alla fine avrebbero sostenuto un progetto economico di coesistenza sul campo tra israeliani e palestinesi. Sfortunatamente, questa iniziativa non si è concretizzata, perché i miei partner palestinesi si sono trasferiti a Washington DC e il mio incarico a Boston è terminato subito dopo.

Dopo essere tornato in Israele nel 2010, ho ristabilito il legame con Issa. Un anno dopo sono stato nominato consigliere diplomatico del presidente Peres, mentre Issa ha supervisionato l’unità di supporto delle trattive dell’Autorità Palestinese, dopo essere diventato l’ambasciatore palestinese della Santa Sede. Entrambi avevamo il sogno di organizzare una preghiera comune per la pace con la partecipazione del Presidente Abbas e del Presidente Peres durante una visita in Terra Santa di Papa Francesco. Io sono un ebreo laico e Issa è un cristiano greco ortodosso laico. Nessuno di noi due ha niente a che fare con il cattolicesimo, ma sentivamo che Papa Francesco era un leader unico che avrebbe contribuito alla pace. Durante l’incontro tra il Presidente Peres e Papa Francesco, al quale ho avuto la fortuna di partecipare, ho potuto sentire la personalità raggiante del Papa e il suo buon cuore.

Non siamo riusciti ad ottenere la preghiera comune durante questa visita storica. Ma non ci siamo arresi. Attraverso gli ottimi contatti di Henrique Cymerman (un noto giornalista con legami internazionali) e Rabbi Skorka, un amico personale di Papa Francesco dai tempi in cui era arcivescovo a Buenos Aires, siamo stati capaci di aiutare ad organizzare un invito da parte del Papa ad entrambi i presidenti per una preghiera comune in Vaticano insieme ai leader religiosi provenienti dalle tre religioni monoteiste. La nostra amicizia e il nostro approccio congiunto per la risoluzione del problema hanno aiutato a rendere questo evento storico possibile.

La storia di me ed Issa non è semplicemente la storia di due individui. Io credo fortemente che la questione israelo-palestinese possa essere risolta solamente usando l’approccio win – win. La soluzione dei due Stati non è solo la soluzione preferita, ma è l’unica soluzione. Il BATNA (Miglior Alternativa per un Accordo di Negoziazione) è molto peggio. In uno Stato binazionale Israele non sarà capace di rimanere una democrazia né la patria del popolo ebraico. I palestinesi non saranno in grado di raggiungere la loro ambita libertà e sovranità, se non riusciamo a giungere ad un accordo. La difficile situazione attuale, in cui dobbiamo rendere le loro vite miserabili per proteggere le nostre, sta corrompendo la nostra morale e non è sostenibile a lungo.

Non sto sminuendo la portata della sfida - dovremo rinunciare alla sovranità sui luoghi che erano la culla del nostro popolo, quali Hebron, Shiloh e Bethel. I palestinesi dovranno rinunciare al sogno della sovranità sui luoghi che considerano la loro casa come Haifa, Jaffa, etc. I palestinesi dovranno rinunciare alla piena realizzazione della rivendicazione sul ritorno dei rifugiati palestinesi in Israele. Israele dovrà trovare una soluzione per gli insediamenti che non potrebbero più rimanere a seguito di uno scambio di terre (molti potranno restare negli insediamenti adiacenti alla Green Line), ma il risultato, una pace duratura, sarà migliore per entrambi i popoli.

Non è un sogno irrealizzabile, anche se molte persone da entrambe le parti del conflitto hanno semplicemente perso la speranza. Abbiamo un partner palestinese molto migliore di quelli che abbiamo mai avuto. Con Abbas, la ZOPA (Zona di un Accordo Possibile) esiste. Abbas non rivendica l’intera Palestina storica come veniva rivendicata in passato dall’OLP, nemmeno quella antecedente alle frontiere del ‘67. La leadership palestinese ha accettato i confini del ’67 (nel 1988) e un egualitario scambio di terre durante le negoziazioni tra Abbas e Olmert.

Abbas non sta chiedendo di possedere un esercito, è inoltre disposto ad accettare la smilitarizzazione dello Stato insieme alla protezione internazionale. È totalmente contrario al terrorismo e crede nella diplomazia come strada per raggiungere l’autodeterminazione (bilaterale se c’è un partner o multilaterale nel caso in cui le negoziazioni bilaterali diventino futili).

Gli stati arabi hanno fatto un enorme cambiamento strategico nel loro approccio verso Israele. Dai famosi “Tre No” del vertice della Lega Araba a Khartoum nel 1967 (No al riconoscimento di Israele, No alla pace con Israele, No alla negoziazione con Israele) a un' "Iniziativa Araba" che accetta Israele come parte della regione e parte della soluzione. L’Iniziativa Araba, che viene ratificata ogni anno dal 2002, accetta il veto di Israele sul numero di rifugiati che rientreranno in Israele (“una giusta e concordata soluzione sul problema dei rifugiati”).

Per raggiungere questo tipo di soluzioni, abbiamo bisogno di leader coraggiosi consapevoli del fatto che possiamo, dobbiamo, e raggiungeremo la soluzione dei due Stati, utilizzando un approccio congiunto per la risoluzione del problema. Il nostro approccio attuale non rafforza i moderati o la diplomazia, ma piuttosto potenzia Hamas, un' organizzazione terroristica.

Sono orgoglioso di dire che l’approccio congiunto per la risoluzione del problema e la prospettiva win-win stanno guidando la nostra visione e i nostri progetti al Centro Peres per la Pace e l’Innovazione. La cooperazione nel campo della medicina, dell’educazione, del business, dell’imprenditoria e dell’ambiente tra israeliani e palestinesi e tra arabi ed ebrei, all’interno di Israele, è ciò che portiamo avanti ogni giorno con l’obbiettivo di raggiungere la pace e la convivenza. Il Centro Peres non affronta però gli aspetti politici, dunque è necessario che un approccio del genere venga applicato dai nostri politici. Spero che sia io che Issa contribuiremo alla realizzazione di quel giorno in cui le nostre due nazioni si uniranno dalla parte della pace e della comprensione comune, proprio come abbiamo fatto noi durante la nostra amicizia. 

Dobbiamo anche impedire le morti insensate come la tragica uccisione di Eyad Hallaq, il quale soffriva di disabilità ed era completamente indifeso, ma è stato vittima del letale status quo di paura e odio.

Vedere il lato umano dell’altro, anche durante conflitti dolorosi, è cruciale per mantenere la nostra morale, in quanto esseri umani. La tragica uccisione di Eyad Hallaq dovrebbe essere un monito per tutti noi su ciò che succederà agli israeliani e ai palestinesi se non risolveremo questo conflitto insieme.

Nadav Tamir, Peres Center for Peace

Analisi di Nadav Tamir, Peres Center for Peace

8 giugno 2020

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Lina Attalah

Giovane giornalista indipendente egiziana, cofondatrice del giornale Mada Masr