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Il contagio del male o il possibile contagio del bene

di Gabriele Nissim

Consiglio a tutti la lettura dell’ultimo libro di Salvatore Natoli L’animo degli offesi e il contagio del male (Saggiatore), che ci offre un'interpretazione di grande attualità su I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni. Il testo ci permette di ragionare in profondità sulle diverse forme che il male può assumere e sulla sua capacità di perversione degli uomini migliori (ecco il grande scandalo), ma anche sull'eventualità di una resistenza possibile, attorno a cui aveva ragionato Manzoni.

Salvatore Natoli non è solo oggi uno dei più profondi filosofi italiani, ma ha il grande merito di affrontare i problemi cruciali del nostro tempo. Quando lo si legge si coglie sempre l’intento originale che lo guida. La sua riflessione ha sempre lo scopo di riportarci alla realtà, affinché la filosofia diventi per ciascuno un impegno verso la ricerca della saggezza, oltre che una bussola per vivere una vita degna.

Devo personalmente molto al suo lavoro, che ha spesso ispirato le elaborazioni di Gariwo attorno alle tematiche sui Giusti. È come se avessi trovato un mio amico filosofo personale che con i suoi pensieri mi pungola e mi pone sempre nuove domande, portandomi ogni volta ad una diversa percezione del mondo. Oggi Natoli si esprime con testi sempre più chiari ed essenziali a dimostrazione del grado di sintesi e di maturità del suo pensiero. Dopo il suo lungo peregrinare fra i classici della filosofia, la teologia, il cristianesimo e l’ebraismo, ci richiama ai punti chiave della sua riflessione: l’anticipazione del Bene, la speranza possibile, il perdono. Il tema pregnante dei Promessi sposi, ci ricorda, è una indagine sul male. Ma quando si parla di male bisogna sapere distinguere: esiste quello patito e quello inflitto. 

Il primo ci viene dalla natura e ci fa comprendere la nostra mortalità. Dovrebbe spingerci ad una solidarietà attiva e alla ricerca di una collaborazione continua con tutti gli esseri umani, proprio in ragione della limitatezza della nostra fragile esistenza. È questa anche la grande lezione del filosofo Baruch Spinoza, quando ci invita a sviluppare una potenza collettiva per migliorare la nostra sopravvivenza su questa terra. Pensiamo a questo proposito agli effetti dei cambiamenti climatici che minacciano la nostra esistenza.  

Il secondo, quello inflitto, è invece quasi sempre evitabile, perché è frutto della nostra iniquità. Per questo, come ci insegna il Manzoni, si deve ragionare sulle nostre responsabilità individuali. Quello che più sconcerta del male è che la sua forza, nei momenti più bui dell’umanità, può corrompere gli uomini migliori e trasformare le stesse vittime in potenziali colpevoli.

Manzoni, ragionando sull’improvviso desiderio di vendetta omicida da parte di Renzo dopo il rapimento di Lucia, osserva come “i provocatori, i soverchiatori, tutti coloro che in qualunque modo fanno torto agli altri, sono rei, non solo del male che commettono, ma del pervertimento, ancora a cui portano gli animi degli offesi.” E così ogni vittima, suo malgrado, si trova sempre nella condizione di scegliere come comportarsi. Può, in nome di una legittima difesa, riproporre essa stesso il male e la vendetta e così quasi inconsapevolmente lasciarsi corrompere, ma può, con un atto coraggioso, rompere la catena, non accettando di mettersi sullo stesso piano del suo persecutore. Renzo trova la forza di ritrarsi da un gesto sconsiderato pensando al suo amore per Lucia e alla sua morale personale, ma altri, come Don Abbondio e la Monaca di Monza, in modi diversi, ne saranno condizionati. Lo stesso Primo Levi non a caso riprende le osservazioni di Manzoni, ricordandoci che il condizionamento più terribile da parte degli aguzzini avviene nel campo di concentramento, dove per la sopravvivenza si crea un concorrenza tra le vittime. È la zona grigia più estrema

Come uscire da questa situazione? Etty Hillesum ha scritto pagine bellissime nei suoi diari, nelle quali si sforza di spiegare come la vittima, se vuole vincere la sua battaglia contro il carnefice, deve farsi guidare da una grande determinazione per non cadere nella spirale dell’odio. Per Etty, una vittima che si faceva prendere da un odio generalizzato verso tutti i tedeschi diventava anch'ella colpevole. Per vincere il nazismo bisognava credere fermamente nella costruzione di un mondo senza nemici. Si tratta di un'aspirazione più che una meta raggiungibile su questa terra, allo stesso modo di come la via della saggezza e della conoscenza è sempre una battaglia infinita per il limitato e fragile essere umano. Ma è proprio questa tensione continua che ci rende migliori, che ci dà la possibilità di combattere il male che contagia la nostra società e quello dentro di noi.

Come continuare a credere nel Bene e ad assumersi così tutti i rischi, quando le redini della società finiscono nelle mani dei peggiori? Manzoni nei Promessi Sposi invitava ad avere fiducia nella provvidenza divina, che prima o poi avrebbe fatto sentire la sua presenza. Non era una fede cieca la sua, ma una fede partecipe, che fa degli esseri umani i protagonisti della redenzione. Credendo in un disegno divino si poteva avere la forza di non adeguarsi al male e di impegnarsi per il bene della società. È quello che fa padre Cristoforo e che Don Abbondio al contrario non sa fare, finendo per subire il male - prigioniero come è delle proprie paure.

Natoli giustamente osserva che si può avere fede anche se non si crede in Dio. Ma non si riferisce a una fede campata in aria, che ingenuamente invita a credere l’impossibile e si nutre d'illusioni consolatorie, ma a una fede che ha basi oggettive. Di tutto questo ne aveva parlato splendidamente Vasilij Grossman in Vita e destino, osservando che i dittatori e i regimi totalitari alla fine non vincono mai, perché nonostante il terrore e le menzogne non riescono a comprimere la natura umana. La fede ha un suo fondamento naturale: l’istinto alla libertà dell’individuo non può essere soffocato e nemmeno la propensione degli uomini a cooperare gli uni con gli altri. È questo del resto il meccanismo dell’amore.

La questione complicata è che in tutte le circostanze in cui ci si può ritrovare niente è mai garantito, perché gli uomini sono ogni volta chiamati a scegliere, e possono quindi spingere la storia in direzioni antitetiche e incongruenti. Come osserva Natoli, vicino al pensiero di Manzoni, non esisterà mai una rivoluzione definitiva che ribalterà il destino umano, perché si presenteranno sempre nuove contraddizioni. Il cammino umano è fatto di piccoli passi. Chi ha proposto soluzioni giacobine per ribaltare la condizione umana ha creato i peggiori sistemi totalitari, che si sono retti soltanto con la violenza e l’eliminazione degli esseri umani. Ecco perché il bene possibile su questa terra si fa giorno per giorno, in modo graduale, facendo ogni volta delle scelte nella vita quotidiana, in un sistema politico che incentivi il ruolo della responsabilità individuale.

Ma come si può agire per il Bene nelle situazioni avverse, quando non si potranno vedere i risultati delle proprie azioni? Vale la pena di vivere una vita degna, quando gli altri fanno il contrario e quando si è costretti a pagare un prezzo pesante per questo? Ha un senso anticipare il Bene comunque, come spesso ci dice Natoli? Manzoni ci racconta ad esempio l’angoscia di Ludovico, diventato poi fra Cristoforo dopo la sua conversione a seguito dell’assassinio di un uomo, di cui si era terribilmente pentito. Quando egli fu costretto a lasciare Pescarenico per trasferirsi a predicare a Rimini si sentì improvvisamente un uomo inutile, perché non avrebbe potuto più proteggere Renzo, Lucia e Agnese di cui si sentiva il custode. Ma immediatamente ebbe un ripensamento, “alzò gli occhi al cielo, e s’accusò di avere mancato di fiducia e di essersi creduto necessario a qualche cosa”. Così accettò con serenità il suo trasferimento.

Manzoni suggerisce in questo modo che ognuno può fare il Bene in ogni luogo, indipendentemente dai risultati, senza per questo sentirsi necessario a qualche cosa: il Bene per il Bene. Quando quest'ultimo viene seminato prima o poi fiorisce, senza che l’attore debba registrare la minima gratificazione, fosse anche quella dell’effetto delle sue azioni nei confronti del prossimo. Chissà se ha pensato in questo modo anche la poetessa e pittrice cinese Liu Xia, moglie del premio Nobel per la pace Liu Xiabo, la quale, da anni privata della libertà, ha deciso di lasciarsi morire lentamente nel suo domicilio coatto, non avendo nessuna speranza per il futuro. Liu Xia ha visto suo marito denunciare inutilmente i massacri di Tienanmen, combattere con uno spirito gandhiano e pacifico una lunga battaglia per affermare i valori democratici, lo ha visto consumarsi in carcere fino alla morte perché colpevole di avere scritto un documento che riprendeva l’appello morale di Charta 77. Tutto è stato inutile: non le hanno nemmeno dato il permesso di trasferirsi all’estero. Così pochi giorni fa ha confessato la sua disperazione in una telefonata ad un amico: “Oramai non ho più niente da perdere, se non potrò partire morirò a casa. Xiabo se ne andato e non c’è nulla al mondo per me. Mi è più facile morire che vivere.”

Il pensiero che un giorno forse qualcuno in Cina raccoglierà i frutti della battaglia di suo marito non le era sufficiente. C’è una soluzione alla solitudine di chi opera costantemente per il Bene e poi alla fine si sente esausto? Forse solo la gratitudine e il riconoscimento, come aveva ben capito a Gerusalemme Moshe Bejski, l’artefice del Giardino dei Giusti, che se la prendeva con ogni ebreo che si era dimenticato del suo salvatore. Anche chi fa il Bene per il Bene è fragile e ha bisogno di essere sostenuto e aiutato.

Ancora più difficile è l’interrogativo che si pone poi Manzoni: è possibile provare un senso di pietas nei confronti del carnefice e rendersi disponibile al perdono? Renzo, che pure era stato capace di dominare uno spirito di vendetta, quando si trova di fronte al corpo agonizzante di Don Rodrigo, consumato dalla peste nel lazzaretto, ha come un'illuminazione. Si accorge della vanità del male. L'arroganza e la violenza del suo persecutore non sono servite a niente. Nel momento della sua fine infatti, anche Don Rodrigo si accorgeva della sua fragilità e aveva bisogno di un conforto. Era la sua resa. Con quell’immagine del dissolvimento fisico di Don Rodrigo davanti allo stupore di Renzo, Manzoni ci fa capire come chi ha perseguito il potere, la violenza e la sopraffazione ha così perduto il bene più prezioso della vita: l’amore per gli altri e l’amore degli altri. È un messaggio potentissimo. Chi opprime gli altri fa del male prima di tutto a se stesso, anche se non se ne rende conto. Ecco perché Etty Hillesum nel campo di concentramento scriveva di provare compassione per il giovane militante delle SS che la interrogava. Era indignata, ma quell'uomo le faceva pena.

Si può mettere in crisi un potenziale carnefice, o chi si adopera nella società per disumanizzare i cosiddetti "diversi", mettendoli all’indice come i nemici? È un discorso di grande rilevanza nel mondo di oggi dove in aree contrapposte si fomenta la paura e l’odio verso i musulmani, gli ebrei e i migranti che vengono rappresentati in vario modo come degli elementi nocivi per l’Umanità. Salvatore Natoli ci ricorda come Primo Levi, rileggendo la descrizione del lazzaretto nei Promessi Sposi, paragonò il comportamento dignitoso di un monatto di fronte al cadaverino di una bambina tenuta teneramente in braccio da sua mamma Cecilia, a quello dei membri delle SS che nel campo provarono tenerezza per una ragazzina ebrea miracolosamente sopravvissuta alla camera a gas. Contro ogni logica nazista cercarono di salvarla, chiamando un medico e offrendole cibo e conforto, fino a quando un superiore, pur con molte incertezze, decise di sopprimerla perché chi aveva visto quanto era accaduto nella camera a gas non doveva parlare. Perché il cuore di quei nazisti si era improvvisamente aperto e in modo inaspettato avevano sentito il richiamo della loro coscienza?

Uccidere una massa “astratta” era più semplice, guardare negli occhi un volto sofferente era invece insopportabile, perché anche il peggiore di loro si accorgeva che il volto di quella bambina era quello di un essere umano come loro. Anche nel lager, sia pure per poco tempo, era venuta meno la demonizzazione degli ebrei. Il nemico della Germania aveva il volto di una bambina sofferente. Non era sopportabile quel dolore. 

Ecco perché anche oggi di fronte a chi propone muri e barriere, chi costruisce immagini fantasiose sui migranti come esseri diversi, dobbiamo mostrare invece la loro somiglianza a noi. Non con discorsi astratti, ma attraverso il volto del singolo che ci chiama alla responsabilità.

I fanatici e i razzisti vincono solo quando creano distanze e alimentano paure; se, invece, il migrante, il musulmano, non si ghettizza nella sua diversità (errore che spesso viene fatto dalle minoranze) ma si presenta con il volto di una umanità comune, la strada dell’integrazione è più facile.

Gabriele Nissim, Presidente di Gariwo

Analisi di Gabriele Nissim, Presidente di Gariwo

14 maggio 2018

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