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Il dogma della Shoah

di Anna Foa

La Giornata della Memoria di questo 2014 si prospetta come la più difficile dei suoi quattordici anni di vita. Da una parte, certamente, per i segnali sempre più diffusi di antisemitismo e di negazionismo, dagli stadi al web, da Dieudonné all’antipolitica al successo del Mein Kampf in e-book. Ma dall’altra, anche per la crescente consapevolezza - anche e soprattutto da parte di chi si impegna nella celebrazione, di chi va nelle scuole a parlare ai ragazzi e organizza convegni e dibattiti - che il rito del 27 gennaio, così come ora viene celebrato, richiede di essere ripensato e riempito di contenuti più adeguati al contesto in cui viviamo e alle domande che rivolgiamo al passato. Certo, il fatto che l’antisemitismo si diffonda in un contesto in cui la Giornata della Memoria sembra affermarsi sempre più, dilatarsi a settimana o a mese della memoria, può porci la domanda se non stiamo proponendo un eccesso di attenzione alla Shoah tale da sollecitare il fastidio e forse anche la spinta al rifiuto e alla negazione. Ma non credo che sia l’eccesso di memoria a sollecitare una reazione opposta a quella che volevamo, quanto piuttosto il fatto che abbiamo sempre meno chiaro l’uso che vogliamo fare di questa memoria, stretti come siamo fra l’esigenza di difenderci dal negazionismo e la paura di toccare immagini e rituali consolidati. Ma così facendo rischiamo di trasformare la memoria in culto e il contenuto della memoria in dogma.

Così negli anni passati i dubbi che si levavano in occasione del 27 gennaio riguardavano soprattutto la questione se fosse più importante la memoria, con il suo bagaglio di soggettività e di emozioni, o la storia, che poteva apparire arida, troppo oggettiva, incapace di far aderire i cuori oltre che le menti. Ci si proponeva la necessità di rivolgersi alla storia, di usare gli strumenti della ricerca e della conoscenza invece di limitarsi a sollecitare la memoria. Oggi questo problema non è risolto, ma sembra superato dall’urgenza di capire se l’immagine della Shoah che proponiamo nella Giornata della Memoria è un’immagine adeguata al nostro intento. Intento che non può essere solo quello di tener viva la fiamma della memoria, ma deve necessariamente essere quello di usare questa memoria per guardare al mondo intorno a noi, decifrarne le realtà, combatterne i pericoli. Pericoli che ci appaiono sempre più reali.

Credo che per farlo sia necessario innanzi tutto aprire la memoria della Shoah a quanto è avvenuto nel secolo dei genocidi, il Novecento. Nella costruzione dell’oggetto Shoah, che si è compiuto in tempi lunghi, con periodi di rimozione ed altri di forte elaborazione del ricordo e grande crescita della ricerca storica, si è arrivati, alla fine degli anni Settanta, a definire l’”unicità” della Shoah e nel tempo a trasformarla in un vero e proprio dogma. Che lo sterminio degli ebrei d’Europa abbia elementi assolutamente specifici, tali da non ricorrere negli altri genocidi che hanno segnato il Novecento, questo è indubbio. Ma da qui a separare nettamente la storia della Shoah dal resto della storia del Novecento, a rinunciare a usare per parlarne le parole con cui spieghiamo altri momenti della storia, a trasformarla in una sorta di elemento metastorico, ce ne corre. Non si tratta di banalizzare la Shoah, come pure viene fatto da alcuni, ma di reinserire nella lunga storia del Novecento, tanto fitta di violenze e genocidi, quella della Shoah, di sollecitare il confronto, la possibilità di analizzare le somiglianze e le differenze con gli altri genocidi, da quello degli Herero che apre il Novecento alla pulizia etnica in Bosnia che lo chiude, passando per il Ruanda e la Cambogia. Non concorrenza delle vittime, quindi, ma confronto dei processi storici e rigore delle analisi. Un approccio, insomma, storico e non teologico.

L’immagine che dovremmo dare è, credo, quella di un processo di conoscenza e di comprensione, non di dogmi a cui inchinarci, non di verità sovrastoriche da svelare, E non dobbiamo avere paura, facendolo, di aprire la strada alla negazione o alla banalizzazione della Shoah, né metterci troppo sulla difensiva di fronte ai propagatori razzisti e antisemiti di menzogne e ai seminatori di odio. Dobbiamo ricordarci, di nuovo e sempre, che la storia che vogliamo ricordare non è la storia degli ebrei, o almeno non è solo quella degli ebrei. Ma è soprattutto quella dei non ebrei, è quella di  tutti, dei carnefici, degli indifferenti, di chi non voleva guardare, di chi tentava di reagire. La storia della Shoah riguarda tutti, come di tutti è il compito di raccontarla, di ricostruirla, di serbarne memoria, di usare questa memoria per impedire altri genocidi e altri razzismi. È a questo che dobbiamo guardare, questo è il messaggio che dobbiamo salvaguardare e trasmettere.

Anna Foa, storica e docente all'Università La Sapienza di Roma

Analisi di Anna Foa, storica e docente all'Università La Sapienza di Roma

13 gennaio 2014

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