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Il futuro del Medio Oriente dopo Aleppo

di Alberto Negri

“Aleppo sarà una città liberata ma non libera. Resteranno a lungo le ferite di una battaglia combattuta senza pietà da una parte e dall’altra. Non sappiamo neppure che verbo usare: Aleppo è «caduta» come titolano alcuni o è stata «riconquistata» dalle forze lealiste, come diremmo in altre circostanze, per esempio quando sarà presa Mosul, roccaforte irachena dell’Isis? Forse solo i siriani, lacerati e divisi, hanno il diritto di dare un nome a questa guerra: per noi è soprattutto una tragedia immane.” Così scriveva Alberto Negri  il 14 dicembre sul Sole 24Ore, a poche ore dalla caduta di Aleppo. “Come l’assedio dei mille giorni di Sarajevo - continuava Negri nel suo articolo - quello di Aleppo segnerà una ferita difficile da rimarginare: la morte di una città in questi casi coincide con quella di una nazione”.

Dopo i messaggi degli ultimi cittadini ancora intrappolati al Aleppo, le denunce di genocidio, la partenza dei primi convogli per l’evacuazione dalla città, pubblichiamo di seguito l’analisi di Alberto Negri sulle responsabilità dei vari attori coinvolti nel conflitto siriano, comparsa sul Sole 24 Ore del 16 dicembre

Punizione collettiva e vendetta sono il marchio di fabbrica dei massacri mediorientali, lo hanno sperimentato, per citare alcuni casi, i palestinesi e gli sciiti libanesi di Sabra e Chatila, i 5mila curdi uccisi dai gas al cianuro di Saddam a Halabja e i ventimila siriani di Hama, quando a comandare era Hafez Assad. Il costo umano di essere nato in Medio Oriente è la vita stessa che può essere strappata via in ogni momento. Oggi parliamo di Aleppo ma molti di questi eccidi avvennero sotto gli occhi di tutti senza alcuna pietà: di Halabja nel8 nessuno parlò perché allora Saddam era sostenuto dall’Occidente e dalle monarchie del Golfo nella guerra contro l’Iran (un milione di morti).

Le responsabilità del sangue che in queste ore scorre a Aleppo sono molteplici. Il dramma è che i guerriglieri di Al Nusra hanno tenuto a lungo in ostaggio la popolazione perché non intendevano arrendersi alle condizioni del regime. A loro volta le truppe di Assad non hanno esitato a bombardare a tutto spiano i civili. Le milizie filo-iraniane si sono subito vendicate sui guerriglieri e loro famiglie perché non volevano mollare i jihadisti se non in cambio della fine dell’assedio degli sciiti di Fuaa e Kefraya.
La Russia e la Turchia continuano a fingere di negoziare per salvarsi reciprocamente la faccia: Putin non vuole passare come il macellaio di Aleppo ed Erdogan deve farsi perdonare di avere mollato i jihadisti che ha sostenuto contro Assad prendendo i soldi delle monarchie del Golfo. Con l’accordo tra Kerry e Lavrov, gli Usa ad Aleppo si erano impegnati a separare la sorte dei jihadisti di Al Nusra dalle altre formazioni, ma avendo sostenuto anche i qaedisti in funzione anti-Assad avevano molto da nascondere e poco da dire di fronte alla sconfitta. Ad Aleppo quasi ne ha uccisi più l’ipocrisia che le bombe. 

La guerra in Siria come tutti sanno non finisce con la vittoria di Assad ad Aleppo, anche se in parte gli schieramenti sono cambiati rispetto all’inizio. La Turchia è scesa a patti con Putin a spese dei curdi.
La legittima protesta popolare del 2011 contro il regime di Damasco si è trasformata quasi subito in una guerra per procura delle potenze sunnite contro l’Iran, alleato storico di Assad. Il conflitto era rivolto a contenere l’influenza di Teheran che con la caduta nel 2003 di Saddam, grazie agli americani, aveva costituito un asse sciita tra Iran-Iraq-Siria ed Hezbollah libanesi. Il dato della questione non cambia, anzi la repubblica islamica in Siria può vantare un nuovo successo mentre a Mosul appoggia Baghdad contro l’Isis, tiene a bada i curdi e contiene le ambizioni turche. 

Il Califfato si è rivelato un mostro provvidenziale - giustificando un altro intervento internazionale in Medio Oriente per l’Occidente e la Russia - che però dal punto di vista sunnita non ha assolto il compito far fuori Assad e destabilizzare l’Iraq sciita. Anzi c’è da chiedersi cosa ne sarà di migliaia di jihadisti concentrati nell’aerea di Idlib nel nord siriano: per quale prossimo capitolo della guerra verranno arruolati e da chi? Gli Stati Uniti non hanno saputo dare una risposta alla Russia che teme con la caduta di Mosul che i guerriglieri del Califfo verranno indirizzati verso la Siria dove Mosca con le sue basi militari ha instaurato un protettorato e tratta anche per conto di Assad. 

Putin vuole mettere in sicurezza le sue conquiste, per questo ha convocato a Mosca il 27 dicembre la Turchia e l’Iran, in una riedizione del gioco dei tre ex imperi. Può apparire singolare che non ci siano gli Stati Uniti ma sono in piena transizione presidenziale, Notevole è il fatto che “l’Occidente” sia rappresentato da Ankara, storico membro della Nato. In realtà la Turchia di Erdogan, dove ci sono 23 basi dell’Alleanza, armi nucleari comprese, è un battitore libero che persegue le ambizioni di un presidente che ama frequentare più gli autocrati orientali dei pericolanti leader europei tenuti a guinzaglio con il ricatto dell’accordo sui migranti. Mosca e Teheran sono più utili a Erdogan degli Usa e dell’Europa per salvare la faccia.
Gli americani scontano anni di errori di calcolo: pensavano di controllare l’Iraq e si sono impantanati, il 6 luglio del 2011 mandarono l’ambasciatore Ford a passeggiare tra i ribelli di Hama ritenendo che Assad stesse per cadere, poi hanno fallito in Libia e nel 2013 Obama ha rinunciato a bombardare il regime spianando la strada alla Russia. Il neo presidente Trump dice di volere un accordo con Putin per dividersi la regione in sfere di influenza, ma vuole tenere in scacco l’Iran, nemico di Israele. Secondo lui «è finita l’epoca di progettare cambi di regime: il Medio Oriente c’è costato troppo, 6mila miliardi di dollari». Ma forse il suo gabinetto di ex generali, che pensa alle basi nel Golfo e a vendere armi ai sauditi, gli farà cambiare idea. Dimenticheranno presto Aleppo e i suoi abitanti.

Alberto Negri, inviato speciale Sole 24Ore

Analisi di Alberto Negri, inviato speciale Sole 24Ore

16 dicembre 2016

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