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Il futuro si ricostruisce con il dialogo e la conversazione

di Gabriele Nissim

L'arte della conversazione, di René Magritte

L'arte della conversazione, di René Magritte

Cosa si può fare di fronte al decadimento morale che ha attraversato il nostro Paese, ma che è anche un segno dei tempi che ha visto in tanti Paesi una caduta di valori acquisiti e un rinchiudersi in se stessi?
Non ci sono oggi nella politica internazionale grandi esempi che ci diano speranza, se guardiamo alla presidenza di Trump negli Stati Uniti, alla politica autoritaria di Putin, alla Brexit in Inghilterra e alla deriva di due Paesi come la Polonia e l’Ungheria, che negli anni ‘90 rappresentarono il baluardo della fine del totalitarismo.
E nel Medio Oriente non solo non si vedono energie positive che costruiscono la pace e la condivisione, ma le dittature islamiche in Iran e in Arabia Saudita, i regimi genocidari come la Siria e la guerra terribile nello Yemen mostrano che vige lo status quo e intere generazioni vivono senza più la prospettiva di un futuro diverso.
Anche la comunità europea vive un futuro incerto. Anche se i partiti nazionalisti e disgregatori fortunatamente non sono riusciti a ribaltare la situazione, è ancora tutto da disegnare un nuovo inizio che segni l’uscita dalla crisi europea.

Quanto è accaduto nel nostro Paese in un anno difficile non può certamente essere modificato da un cambio di governo. Si può anche pensare che si sia evitato il pericolo principale, rappresentato da forze che hanno fatto dell’inimicizia, dell’odio verso i migranti, della contrapposizione all’Europa il segno della loro politica. Tutto questo è però soltanto una grande illusione, perché nella nostra società, nelle professioni, nella scuola, non si avverte la presenza di forze politiche e culturali che facciano da collante per una nuova spinta ideale adeguata ai tempi.
Abbiamo dei giornali con belle pagine culturali, ci sono tanti festival di filosofia, le case editrici pubblicano libri importanti, molti intellettuali e giornalisti scrivono e raccontano cose importanti e condivisibili, eppure c’è un grande vuoto e la paura e il risentimento - di cui ha parlato su queste pagine Giovanni Cominelli - sono oggi prevalenti nella società e rischiano di amplificarsi di fronte alle difficoltà delle prossime manovre economiche.

Può sembrare un'osservazione banale, ma di fronte ai cattivi esempi internazionali, l’incertezza e il vuoto premiano la forza di attrazione delle forze peggiori che chiedono la resa dei conti finale.
Non ci sono scorciatoie. O si lavora alacremente nella società per dare corpo a un nuovo progetto ideale, oppure il Paese rischia di venire stritolato da chi soffia sul fuoco in una situazione dove molti si fanno prendere dalla rassegnazione e dalla passività. 
Non bastano soltanto buone idee per ricostruire: queste idee devono essere cementate da nuove pratiche.
Idee buone che non generano comportamenti e che sono viste soltanto come dichiarazioni di intenti non lasciano il segno, persino possono essere enunciate e vissute come il ritrarsi in una isola felice. Molti leggono buoni libri o ascoltano concerti di grandi artisti e partecipano a conferenze di eminenti scrittori e intellettuali, ma poi quando ritornano a casa continuano ad accettare quello che accadde, si mostrano rassegnati, o persino continuano a replicare nella loro vita i comportamenti degli uomini mediocri. Non vorrei esagerare ma i meccanismi della banalità del male sono molto complessi e variegati. Si possono abbracciare grandi idee, leggere le pagine di migliori filosofi e scrittori e nella vita poi fare l’esatto contrario.

Non credo nelle prediche e nelle rivoluzioni illuministe, ma soltanto la forza di nuovi esempi concreti e di pratiche comuni può fare la differenza.
Cosa significa tutto questo?
Di fronte alla cultura del nemico e della contrapposizione che hanno segnato la vita politica e che hanno visto la guerra di tutti contro tutti, dove alcuni si sono autoproclamati detentori di verità assolute e hanno considerato il loro ruolo alla stregua di un partito unico dei regimi totalitari, dobbiamo riaffermare un nuovo stile nella vita pubblica e in ogni forma di discussione che esalti il dialogo, il ragionamento, la competenza.
Non si sta forse meglio quando si assiste ad una discussione pacata, quando si guarda alla ragione, quando come spettatori o come protagonisti di un dibattito si cerca tutti assieme la soluzione migliore, si è pronti a cambiare idea di fronte alla verità dei fatti, e non si etichettano gli altri come nemici, secondo la logica della politica del disprezzo? È nel linguaggio volgare dei leader politici, nei talk show, nei social che si coglie in profondità il degrado della società e il segno dei tempi. È forse da qui che dobbiamo partire per cambiare l’ordine delle cose.

Viviamo in un mondo che per affrontare i cambiamenti climatici, i problemi dell’immigrazione, le grandi questioni della pace e dell’uguaglianza ha bisogno di cementare la cooperazione degli uomini in un modo condiviso. Se vogliamo salvarci, come direbbe Spinoza, lo dobbiamo fare tutti assieme. E invece il meccanismo dell’odio che si manifesta nell’uso di parole violente, in attacchi personali, nel gusto quasi sadico della denigrazione dell’altro è il maggiore ostacolo ad ogni forma di cooperazione.
Parole giuste e pacate ci permettono di creare amicizia verso i migranti, creano le condizioni per superare i nazionalismi, per farci sentire tutti come abitanti dello stesso pianeta; parole malate ci portano alle contrapposizioni, alle guerre, alla nascita di democrazie illiberali fino alle dittature.

Mi viene da pensare che oggi la più importante rivoluzione la possono fare gli individui quando sono in grado di sperimentare un diverso modo di conversazione.
Se queste nuove pratiche di cui tutti noi possiamo diventare responsabili, si affermeranno nella società, nella scuola, nei social, persino nel tifo sportivo, potranno forse avere un effetto benefico nella politica del nostro Paese.

Con i Giardini dei Giusti che abbiamo costruito in questi anni vogliamo dare un contributo in questo senso per ricostruire dal basso un diverso modo di conversazione tra i cittadini che riabitui al piacere del dialogo, dell’ascolto e della ricerca comune della verità.

Gabriele Nissim, presidente di Gariwo

Analisi di Gabriele Nissim, presidente di Gariwo

5 settembre 2019

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