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Il GENOCIDIO come Format: da Milosevic a Putin

di Mimmo Lombezzi

Nel 1991 e il 1993, coprivo per il tg di Mediaset la guerra in Croazia e, in un villaggio della “Krajna” la regione controllata dai secessionisti serbi nell’entroterra Dalmata, incontrai un ex-poliziotto di 54 anni. Sai – mi disse non avrei mai pensato di combattere, ma un anno fa, quando lo stato federale cominciò a collassare, il mio capo mi disse: ‘Tu sei serbo e sei licenziato’. È allora che ho preso il kalashnikov”.

Slobodan Milosevic giustificò la secessione armata della Krajna (circa un quarto del territorio Croato) e poi la guerra dicendo che, nella neonata Croazia indipendente, la minoranza serba sarebbe andata incontro a un genocidio simile a quello che aveva subito nello “Stato indipendente croato” fondato nel 1941 da Ante Pavelic con l’appoggio di Mussolini.

A un’ora da Zagabria, a Jasenovac, il monumento più triste d’Europa, un enorme fiore di cemento, ricorda il lager dove i serbi furono sterminati (insieme agli ebrei e ai rom), un massacro che ancora oggi divide gli storici e i politici.

Lo storico croato Ivo Goldstein ha raccontato all’Osservatorio Balcani e Caucaso (1) che nel 2019

La ministra della Scienza e dell'Educazione, Blaženka Divjak, ha inviato una circolare alle scuole per invitare gli insegnanti a portare gli allievi in gita a Jasenovac. Un’iniziativa lodevole, dato che oggi appena una manciata di classi visitano l'ex campo di sterminio. Purtroppo però, nella circolare non si fa riferimento agli ustascia. Si parla semplicemente del ‘campo di Jasenovac’ e si menziona unicamente la Shoah. Niente sui serbi o sui rom che morirono nel lager. È un tema che ossessiona la Croazia da più di 70 anni. Bisogna sapere innanzitutto che dopo il 1945, nel primo Dopoguerra, la Jugoslavia manipolò il numero delle vittime di guerra per ottenere delle riparazioni maggiori al tavolo della pace…. A Parigi i diplomatici jugoslavi parlarono di 1,7 milioni di morti. Da lì, non si sa bene come, nacque l'idea che 700mila di questi fossero morti a Jasenovac. Era una bugia, ma in un sistema totalitario, quel che dice il governo è verità. A livello ufficiale si è continuato a parlare di 700mila morti a Jasenovac, anche se nel 1964 una ricerca realizzata a Belgrado è arrivata a quota 59.500 vittime. Quel dato è semplicemente rimasto segreto e la ricerca mai pubblicata. È stata resa nota solo negli anni Novanta grazie ad un istituto bosniaco musulmano, ma tra gli storici, nei primi anni Novanta, era già chiaro che i morti non potevano essere 700mila, semplicemente perché il bacino da cui arrivavano le vittime del campo non avrebbe mai potuto fornire quella cifra. Io penso ci siano tre principali origini del revisionismo croato su Jasenovac. Da un lato, sì, la risposta ai 700mila. Dall'altro, la necessità di creare una nuova storiografia con il nuovo Stato e quindi rigettare tutto ciò che era jugoslavo. E infine, la voglia dei gruppi più nazionalisti di riscrivere la storia, facendo passare il regime ustascia per qualcosa di positivo per la Croazia. Storicamente poi, la causa scatenante è stato il revanchismo serbo degli anni Ottanta, quando a Belgrado si è iniziato a dire che i 700mila erano tutti serbi’, o che ‘i croati sono collettivamente colpevoli per ‘Jasenovac’ o addirittura a menzionare ‘milioni’ di morti."

Uno studio del 2023 intitolato Slobodan Milosˇevic ́ and the construction of Serbophobia di David Bruce Mc Donald professore all’università di Guelph Ontario (Canada) spiega molto bene come quel genio della comunicazione che era “Slobo” abbia promosso (con una corte di intellettuali nazionalisti) l’ideologia del vittimismo serbo e il mito della “serbofobia", (l’equivalente serbo dell’antisemitismo) e come abbia trasformato la minaccia del genocidio nella premessa di tre guerre (in Croazia, Bosnia e in Kosovo) denunciando sin dagli anni ‘80 la presunta “politica genocida” portata avanti contro i serbi dalla maggioranza albanese del Kosovo .

Numerose pubblicazioni serbe – scrive David Bruce Mc Donald - hanno avanzato l'accusa che gli albanesi avevano ucciso ed espulso con la forza i serbi dalla regione sin dall'arrivo dei turchi ottomani. Gli albanesi avrebbero agito come longa manus dell'Impero ottomano, tenendo sottomessi i deboli ma orgogliosi serbi dal 1389 (anno della battaglia del Kosovo) in poi. Anche uno storico relativamente imparziale come Bogdan Denitch avrebbe sostenuto come, nei secoli successivi, i serbi furono costretti a fuggire dal Kosovo, mentre i turchi fecero insediare nella regione albanesi islamizzati, un processo che oggi si chiamerebbe ‘genocidio’. Allo stesso modo si affermava che le espulsioni forzate nel diciannovesimo secolo fossero state gravi, coinvolgendo quasi 150.000 serbi. La Jugoslavia di Tito sarebbe stata reinterpretata come un'epoca in cui il genocidio albanese era continuato in tutta la sua furia. Lo scrittore Dobrica Cosic ́ è stato uno dei primi a reinterpretare le azioni kosovare durante la vita della Jugoslavia come un tentativo di creare una repubblica del Kosovo etnicamente pura’... uno Stato albanese in territorio jugoslavo’. I kosovari, non i serbi, furono accusati di aver inventato la "pulizia etnica". Per altri autori, la lunga storia della ‘brutale persecuzione’ – che includeva attività come stupro, saccheggio e profanazione delle istituzioni religiose e dei cimiteri serbi – era una ‘guerra e totale", contro i Serbi che stava conducendo inesorabilmente al genocidio della popolazione Serba del Kosovo”.

Se per il Kosovo si accusava Tito di aver tollerato 40 anni di pulizia etnica albanese contro i Serbi, la Croazia indipendente di Tudjman venne accusata di sventolare gli stessi tratti distintivi – la bandiera a scacchi e il nome della moneta “kuna” – e quindi gli stessi intenti genocidi che avevano caratterizzato lo stato fascista fondato da Pavelic, mentre i musulmani di Bosnia vennero addidati come “Turchi, Hezbollah, Mujaheddin, fondamentalisti…". 

A oltre 30 anni dalla guerra in Jugoslavia il fiore di cemento di Jasenovac genera ancora divisioni e fantasmi. Se gli storici discutono ancora sul numero delle vittime, i politici ne fanno un terreno di battaglia.

I leader di Croazia e Serbia, - scrive Sven Miletic in un articolo apparso su “Birn” il 27/12/2022 - così come storici e non accademici di entrambi i Paesi, di solito litigano per il bilancio delle vittime nel campo, dove i nazisti e il movimento Ustascia croato hanno assassinato 47.627 serbi, 13.116 ebrei, 16.173 rom e 6.229 vittime di altre nazionalità, secondo un elenco confermato di nomi delle vittime… A luglio (2022 NB) è emerso che le autorità croate hanno vietato l'ingresso nel Paese al presidente serbo Aleksandar Vucic, in quanto aveva programmato di visitare ufficiosamente il Memoriale di Jasenovac, accompagnato dal leader politico dei serbi croati, Milorad Pupovac”.

Mentre Serbi e Croati si contendono la memoria della Seconda guerra mondiale, il tema del “genocidio incombente” (sui russi del Donbass) è diventato la bandiera di Putin e delle truppe mongole o cecene che ha mandato in Ucraina per “Denazificarla”.

È un ‘Format’ che riproduce pari pari gli argomenti di Milosevic o di Karadzic e omette (o forse rimuove) che, a differenza di quanto accadde ai serbi, che effettivamente subirono atti di genocidio da parte degli ustasha, in Ucraina l’unico genocidio che si ricordi, venne commesso dalla Russia di Stalin sugli ucraini e fu l’Holodomor, il genocidio per fame. Fra il 1932 e il 1933, i contadini del granaio d’Europa vennero espropriati di tutto il raccolto e condannati a morire di inedia per realizzar due obbiettivi: l’accumulazione primitiva di risorse per l’industrializzazione forzata dell’Urss ma anche la sottomissione politica dell’Ucraina. Mentre Putin sventolava il rischio di una “nuova Srebrenica” per i russi del Donbass , gli osservatori dell’OSCE (Special Monitoring Mission-SMM), avuto pieno accesso alle aree sotto controllo del governo Ucraino, non hanno trovato nessun riscontro del presunto “genocidio” contro i russi né delle “uccisioni di massa” denunciate dal Comitato Investigativo della Federazione Russa. (2)

Senza la Russia, nel 2014 non ci sarebbe stata nessuna guerra - ha scritto l’inviato del Guardian, Luke Harding (2) - indubbiamente ci sarebbero state le tensioni tra il governo centrale di Kiev e le sue regioni orientali a maggioranza russa: una disputa politica su autonomia, devoluzione del potere, molteplici fallimenti dello stato ucraino e status della lingua russa, ma l’Ucraina non sarebbe caduta nel caos… Putin scatenò una guerra in Ucraina orientale, per quanto combattuta di nascosto, con soldati camuffati e agenti clandestini. Il conflitto che gravò sull’Ucraina nel 2014 non era, come affermò Mosca, una guerra civile. Si trattava in realtà di qualcosa di artificiale, una specie di Frankenstein creato a tavolino dal governo russo e portato alla vita dal brutale shock della forza militare e dell’invasione. Il GRU (l’intelligence militare) ebbe in questo un ruolo cruciale”.

Un segno del clima che si è istaurato nelle cosidette “repubbliche popolari del Donbass” è la vicenda dell’inviato di ViceNews Simon Ostrovsky un americano che parla russo autore di dozzine di ottimi servizi dal fronte del Donbass per ViceNews. Nel 2014 ha fatto uno scoop scoprendo e documentando la presenza di ‘Kontraktniki’ russi provenienti dalla Siberia. Quando è tornato nel Donbass per l’ennesimo servizio, è stato sequestrato, pestato e rilasciato solo dopo 1 mese. Dal 2014 non ho più visto servizi suoi dal Donbass, ma la vicenda induce a riflettere anche sull’informazione italiana. Se la Rai ha un corrispondente da Mosca, molti da parte Ucraina e nessuno in Donbass è anche perché nelle “repubbliche popolari” non sono garantite le condizioni per fare un’informazione indipendente. Forse per questo fra i corrispondi free-lance usati dalle private i portavoce di Mosca sono così numerosi….

“La responsabilità di questa tragediaha scritto Giovanni Catelli 22 Aprile 2022 su East Journal - ricade, oltre che sull’aggressore russo, che mandò interi autobus di mercenari capeggiati da Igor Girkin (detto Strelkov), sugli uomini fedeli all’ex presidente Yanukovich, vero ras della regione: la polizia a lui fedele non mosse un dito per fermare le proteste inscenate dalla Russia… Gli ammiratori di queste repubbliche del malaffare, che le hanno variamente confuse con dei paradisi di libertà, di socialismo, di difesa della tradizione, di opposizione all’atlantismo, non si sono mai recati personalmente ad ammirare i paradisi che tanto difendono. Se lo avessero fatto, avrebbero compreso la portata delle menzogne che con falsa autorità fanno circolare nel dibattito come dati di fatto”.

"85 Days in Slavyansk" di Alexander Zhuchkovsky e Peter Nimitz, racconta invece la battaglia del Donbass come una vera e propria guerra partigiana, in cui un pugno di volontari russi accorre per sostenere la rivolta spontanea dei fratelli del Donbass. Li guida un comandante che ricorda Michele Strogoff, l’eroe di Giulio Verne. Si chiama Igor Girkin, nome di battaglia “Strelkov”, e ha combattuto quasi tutte le guerre della Russia post-sovietica, dalla secessione filorussa in Transnistria alle guerre del Caucaso. Zarista, monarchico e ammiratore delle armate bianche che combatterono contro i bolscevichi, Strelkov viene descritto come un idealista che non teme la morte, vieta le sbornie ai miliziani e non esita a fucilare i saccheggiatori. In realtà Strelkov è un personaggio doppio e triplo. Ha combattuto con le milizie di Karadzic, è un agente del Fsb, e oggi è uno di quattro individui sospettati dell’abbattimento del volo Malaysian Airlines MH17 nei cieli del Donbass nel 2014: 298 morti. I Paesi Bassi hanno spiccato contro di lui un mandato di cattura internazionale e il giornalista Ostrovski pensa che sia stato lui il mandante del suo sequestro. In uno dei suoi interventi Strelkov si chiede come mai la Russia sia riuscita a soccorrere in pochi giorni gli Osseti del sud – anche in quel caso Putin parlò di genocidio incombente – e abbia aspettato così a lungo a intervenire contro la “giunta genocida” di Kiev.

Nel libro c’è però anche una storia che fa riflettere. Racconta che tra i volontari arruolatisi nelle milizie filorusse ci sono spesso dei ‘travet’, ex-impiegati, ragionieri, commessi. Tra costoro c’è un ex-cassiere di un supermercato di Kiev: racconta che si è arruolato dopo essere stato licenziato tre volte perché ai clienti si era rivolto parlando russo, un po’ come il poliziotto serbo che avevo intervistato 30 anni fa in Krajna.

Ora, la legge che ha istituito che la lingua ufficiale dell’Ucraina è l’ucraino aveva due obiettivi: 1) di tipo pratico: molti ragazzi non potevano accedere ad impieghi pubblici perché non parlavano l’ucraino: 2) rafforzare l’identità del paese dopo la sua indipendenza. La legge, quindi non volava “vietare il russo” (che tra l’altro è la lingua natale di Zelenskj ) ma in un contesto “jugoslavo”, cioè un paese bilingue con una componente, i russi del Donbass, che ha sempre guardato più a Mosca che a Kiev, scelte del genere si prestano molto bene ad essere presentate come indizi di pulizia etnica. La strage dei 42 russofoni bruciati vivi dalle milizie naziste nel palazzo dei sindacati di Odessa il 2 maggio 2014 è stata letta come una ulteriore conferma di una “volontà genocida” verso i russi.

Quando mia nonna ha visto sventolare la bandiera della Croazia indipendente, quasi identica a quella degli Ustasha” mi disse l’ex-poliziotto serbo diventato guerrigliero “si è messa tremare…”

(1) Ivo Goldstein intervistato da Giovanni Vale per Osservatorio Balcani e Caucaso (23/04/2019)

(2) “Secondo il governo della Federazione russa- scrive Nicolò Panciola (2) - dal 2014 sarebbe in corso un «genocidio» dei «russi» nell’Ucraina orientale, con 14.000 morti circa…. La propaganda russa su questo è particolarmente rozza. È facile reperire in rete le conclusioni dell’ufficio dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani… Dunque la propaganda russa utilizza il numero totale dei morti del conflitto, considerandoli tutti vittime della violenza delle forze armate ucraine, tutti catalogati come «compatrioti» russi. Naturalmente, non è dato sapere quanti di quei 3404 civili morti secondo l’Alto commissariato si sentissero «russi», se ritenessero l’ucraino o il russo la loro lingua madre, e se fossero a favore dell’indipendenza delle autoproclamate repub- bliche. Sicuramente molti di quei civili si sono trovati intrappolati nei territori teatro di combattimenti, e solo indagini future potranno mostrare quanti di lo- ro siano stati vittime di uccisioni mirate, e da parte di chi “. Niccolò Panciola : “Donbass, il pretesto per l’invasione” all’interno di RUSSIA Anatomia di un Regime - Dentro la Guerra di Putin Libro - RUSSIA Anatomia di un Regime - Dentro la Guerra di Putin a cura di Marcello Flores (Memorial Italia)

(3) Le menzogne sul Donbass, dove fu il genocidio? East Journal

Giovanni Catelli 22 Aprile 2022.

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Mimmo Lombezzi

Analisi di

25 gennaio 2023

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