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Il Giardino di Varsavia

intervento di Gabriele Nissim

Gabriele Nissim e Moshe Bejski nel 2002

Gabriele Nissim e Moshe Bejski nel 2002

Sono tante le sollecitazioni emotive che un visitatore ha quando entra in un giardino dei giusti, ma forse la più immediata è quella della gratitudine.
Se oggi la Polonia, dopo storie drammatiche di vessazioni, di occupazioni, di dittature imposte da regimi totalitari, può finalmente presentarsi al mondo come un Paese libero e democratico lo deve a quanti nel periodo nazista e comunista si sono prodigati per salvare tante vite di persone ingiustamente perseguitate e hanno lasciato, con i loro comportamenti esemplari, una traccia di umanità di cui il Paese può oggi andare fiero.

Piantare un albero per questi uomini significa dire un grazie e assumersi un impegno personale per non dimenticarli e farli conoscere alle prossime generazioni come un esempio di vita. Il segno morale che hanno lasciato nella loro esistenza, quando in solitudine si sono comportati come Antigone e hanno sfidato le leggi ingiuste degli uomini, non si esaurisce nel loro tempo, ma può essere raccolto in una staffetta infinita, a cui tutti noi possiamo partecipare. Essi, infatti, continuano a vivere, quando in circostanze diverse, di fronte alle nuove sfide della vita, i contemporanei replicano in modo sempre nuovo e inaspettato i loro insegnamenti.

La gratitudine nei loro confronti si manifesta in modo completo quando gli uomini delle generazioni successive sono capaci di emulare le loro azioni. Ogni uomo ha, infatti, la possibilità di piantare un albero per ricordarli non solo nel giardino della sua città, ma attraverso i suoi comportamenti nel corso della vita. L’albero più resistente è infatti quello che vive nelle idee e nelle azioni di altri uomini. Ogni essere umano può quindi innaffiare l’albero di un uomo giusto, quando riempie la sua vita con atti di generosità, con il piacere di dire la verità, con la forza del perdono, con il gusto di fare del bene agli altri e ai più sofferenti. Il segreto dell’uomo giusto è per certi versi molto semplice: è la gioia di sentirsi uomo e di sentire che la sua sovranità si esplica non nel chiuso del proprio ego, o nell’ambito di una sola nazione, ma quando si sente parte di tutta l’umanità. Un giudice italiano, Giovanni Falcone, che pagò con la vita la sua battaglia contro la mafia, spiegava così il senso della staffetta morale che si trasmette di generazione in generazione: “Gli uomini passano e le idee restano, restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini.” Con queste parole, che pronunciò pochi giorni prima del suo assassinio, egli voleva spiegare che se non fosse riuscito nel suo intento, altri avrebbero raccolto il suo testimone. Il suo impegno contro il male avrebbe lasciato delle tracce nella vita di altri uomini.

La persona che probabilmente oggi sarebbe più felice di vedere la realizzazione del giardino di Varsavia è Moshe Bejski, un ebreo polacco che, dopo avere assistito alla distruzione del popolo ebraico nel Paese da lui più amato, è stato il grande artefice del Giardino dei Giusti di Gerusalemme. Bejski, che si era salvato grazie alla lista di Oskar Schindler e aveva trovato rifugio nella casa di un suo vecchio amico polacco che invano cercò di nasconderlo nella soffitta di casa, aveva tratto dalla sua drammatica esperienza personale il motivo della missione della sua vita.

Poiché era stato salvato in un campo di concentramento, sentì il bisogno di ricordare non solo il suo salvatore ma tutti gli uomini che durante la Shoah erano andati in soccorso degli ebrei. È alla sua straordinaria opera che dobbiamo la popolarità del concetto di Giusto delle Nazioni.

Moshe Bejski nel corso della sua vita era giunto ad una conclusione che potremmo definire come una speranza realista. Il male purtroppo non è eliminabile nella storia umana, ma fortunatamente appaiono sempre sulla scena pubblica uomini che si assumono una responsabilità e hanno la forza di cambiare il corso degli eventi. Preservare la memoria di queste figure esemplari significa dare speranza all’umanità, perché i giusti con i loro atti hanno dimostrato che ci sono sempre uomini irriducibili alla forza del Male. Un famoso passo biblico esemplifica questo concetto quando sostiene che chi salva una sola vita, salva il mondo intero. Un uomo quindi, con un atto di umanità, non solo aiuta il suo prossimo, ma diventa la speranza concreta per il possibile cambiamento del mondo.
Anche nel Vangelo di Matteo troviamo una chiara definizione dell’uomo giusto.

In tutte le culture classiche si faceva spesso riferimento alla regola aurea, secondo cui “non si doveva fare agli altri ciò che non si voleva fosse fatto a se stessi.” Era questo un invito ad astenersi dal commettere il male verso gli altri uomini.
Matteo invece va oltre, quando ricorda questo principio: “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro; questa infatti è la legge dei profeti.” Matteo metteva così in luce che per sconfiggere il Male non bastava non farlo; la sfida più importante era invece operare per il Bene e assumersi una responsabilità. Il Bene insomma bisogna costruirlo, giorno dopo giorno, ognuno a partire dalle proprie possibilità.

C’è poi un altro ebreo polacco che sarebbe felice di visitare il giardino di Varsavia. È Raphael Lemkin, l’uomo che dopo il genocidio degli armeni e degli ebrei si batté nelle Nazioni Unite per fare approvare una risoluzione che impegnasse gli Stati a prevenire i genocidi. Egli, come Bejski, aveva intuito che i genocidi non erano ineluttabili, ma che potevano essere combattuti con l’impegno responsabile degli uomini e dei Paesi.

La Convenzione approvata nel 1948 è stata purtroppo troppe volte disattesa e la comunità internazionale è stata impotente e vile di fronte ai genocidi in Cambogia, in Rwanda e in Bosnia, eppure il suo messaggio rimane la più grande sfida per il futuro dell’umanità. Gli uomini giusti per Lemkin hanno proprio questa missione: richiamare l’opinione pubblica internazionale a non rimanere in silenzio di fronte ai regimi che teorizzano e praticano l’eliminazione di altri esseri umani.

Mi sono personalmente rifatto all’esperienza di Bejski e di Lemkin, padri fondatori del concetto di Bene e di prevenzione, per estendere il concetto di giusto dalla Shoah a tutti i genocidi e crimini contro l’umanità.
Possiamo considerare uomini giusti che meritano un posto nel giardino di Varsavia quanti hanno soccorso vite in pericolo e difeso la dignità umana nel totalitarismo comunista, quanti lottano contro il negazionismo degli Stati che cercano di occultare le proprie responsabilità, quanti denunciano al mondo nuovi crimini contro l’umanità e si impegnano per il perdono e la conciliazione, come è accaduto con Nelson Mandela in Sud Africa. Non esiste però una definizione sociologica dell’uomo giusto, perché la realtà presenta sempre nuove figure e le forme attraverso cui si manifesta l’umano nelle situazioni più difficili hanno mille sfaccettature. È però compito dei contemporanei scoprirle e valorizzarle. Senza l’opera dei narratori e dei pescatori di perle, sosteneva Walter Benjamin, non sarebbe possibile rendere visibili gli atti morali di tante persone anonime, che non hanno mai cercato né fama, né gloria, ma hanno agito esclusivamente per il gusto del bene.

Attraverso Gariwo, la foresta dei Giusti, l’associazione che presiedo, è stato raggiunto un successo straordinario al Parlamento europeo: il 6 marzo è diventato Giornata europea dei Giusti in onore di Moshe Bejski, scomparso in quella stesso giorno del 2007.
Il risultato è nato in primo luogo dalla collaborazione dei deputati italiani e polacchi che con il loro impegno sono riusciti, il 10 maggio del 2012, a ottenere l’approvazione di una Dichiarazione scritta appoggiata dalla maggioranza degli europarlamentari.
Inoltre la Commissione europea ha premiato con il titolo di eccellenza il progetto didattico di Gariwo sulla memoria, Wefor, in cui sono sviluppati i Giardini virtuali d’Europa.

L’inaugurazione del giardino di Varsavia è, per me e per tutti coloro che hanno lavorato alla sua costruzione, motivo di grande gioia, perché dopo i giardini nati a Milano e in numerose città italiane, e dopo i progetti per quelli di Praga, Sarajevo, Kigali e Yerevan, la decisione del Comune di Varsavia dimostra che l’idea della memoria dei giusti può diventare uno strumento importante per l’integrazione morale dei popoli d’Europa e del mondo.
I giusti sono i migliori maestri per l’educazione dell’umanità.

Gabriele Nissim, presidente di Gariwo, la foresta dei Giusti

Analisi di Gabriele Nissim, presidente di Gariwo, la foresta dei Giusti

3 giugno 2014

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