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​Il giusto sguardo sul bene e su coloro che lo fanno

di Massimo Schinco

“Noi ci vediamo gli uni negli occhi degli altri”. È giustamente molto ricordata questa affermazione di Viktor Frankl, psichiatra sopravvissuto alla Shoah e instancabile cantore della vita e delle mille risorse che le persone, affidandosi alla vita stessa, sanno mettere in gioco a dispetto di ogni ostacolo e anche malvagità che le possa opprimere.
Se decidiamo di andare oltre gli aspetti suggestivi di queste parole, e di approfondirne le implicazioni, ci rendiamo conto di quanto impegnative e stimolanti esse siano.

Frankl non parla di una opzione, ma di una ineludibile condizione umana. Che ci piaccia o no, che ne traiamo giovamento o che ne facciamo fonte di danno, noi vediamo noi stessi attraverso gli occhi degli altri. Ogni scelta che ci isola, che ci spinge in direzione dell’autarchia psicologica, del solipsismo, può avere un valore solo temporaneo, non sempre negativo, certo, ma esclusivamente a condizione di riconoscerne la relatività e la temporaneità. Se viceversa ci si ritira radicalmente dallo sguardo altrui, se si cessa radicalmente di guardare gli altri a nostra volta, si scivola nella follia e si intraprende una strada il cui esito ultimo non è solo la morte psicologica ma anche quella fisica. Come già dimostrò Spitz nei suoi studi sui lattanti sopravvissuti ai bombardamenti di Londra, gli effetti della deprivazione affettiva possono essere irreversibili e letali.

Ma cosa vuol dire guardare? Benché con tante sfumature divere, la psicologia contemporanea è unanime nell’affermare che guardare, come ogni forma di percezione, è un’attività. Il soggetto che guarda non subisce passivamente le caratteristiche dell’oggetto, bensì le “costruisce” attraverso la sua attività neurale e psicologica, con implicazioni a trecentosessanta gradi. Perché in questa attività tutto il suo corpo, la cultura della persona, il suo linguaggio, le sue relazioni e i suoi legami, le sue emozioni e memorie, i suoi valori, la sua vita spirituale e soprattutto le azioni che compie … tutto è partecipante e protagonista con maggiore o minore intensità a seconda delle circostanze.

Henri Bergson definì questa nostra condizione in modo impareggiabile: “Si può conoscere solo ciò che si può in qualche misura reinventare”. Frankl completa il quadro: la reinvenzione si fa necessariamente insieme agli altri.

Si apre quindi di fronte a noi un panorama impegnativo che rivolge un fortissimo appello alla nostra responsabilità. Ogni volta che un altro mi guarda, compie delle azioni su di me a cui dovrò rispondere in un modo o in un altro. Ogni volta che guardo un altro, compio delle azioni su di lui a cui l’altro dovrà rispondere. Quanto più la mia risposta è automatica e vicina al mondo delle reazioni, tanto più rischia di essere irresponsabile. E d’altronde non possiamo, nella nostra quotidianità (familiare, lavorativa, relazionale …) rischiare di paralizzarci in un eccesso di auto-monitoraggio intellettualizzato e ansiogeno. Dobbiamo dunque spaventarci, se pensiamo che la nostra quotidianità è quella che alla fin fine conta di più, in quanto è proprio nel corso di essa che agiamo più spesso sulla base di abitudini, immaginazione e intuizione?

Non spaventiamoci. Viceversa ritroviamo coraggio e speranza, perché possiamo scegliere di fare un buon lavoro.

Noi possiamo infatti educare le nostre abitudini, possiamo educare noi stessi a un giusto rapporto con l’immaginazione e a meglio ascoltare le nostre intuizioni. Questo lavoro educativo è di basilare importanza ed è anch’esso una condizione ineludibile, più che una opzione. Si può solo scegliere di cercare di farlo bene o, trascurandolo, di farlo male. Quando vi sono condizioni che scoraggiano individui e comunità dal farlo, subentra il degrado. Ed infine esiste anche, è importante riconoscerlo, la possibilità di farlo rivolgendolo più o meno deliberatamente al male.

Facciamo qualche esempio.

Per nessuno di noi è semplice o automatico riconoscere che dentro di ognuno non abitano solo bene, forza ed eccellenza, ma anche mediocrità, fragilità e male. Poiché non vogliamo vedere questo, e ci vediamo attraverso gli occhi degli altri, potremmo decidere di agire in modo che gli altri ci vedano sempre come buoni, bravi o più forti ed eccellenti, così da nascondere al nostro sguardo interiore quegli aspetti che non accettiamo. Questo può avvenire con mille variazioni sul tema, in termini di conseguenze ed intensità. Dal “buonismo” compulsivo, alla smania di aiutare senza chiedersi se stiamo facendo un bene intelligente o meno … fino all’ipocrisia più strutturata e socialmente codificata nel raggrupparsi in categorie privilegiate di “buoni” o di “forti”. E di lì, su una china sempre più pericolosamente inclinata, all’assunzione di sistemi di pensiero per cui tutto il bene siamo noi e tutto il male sono gli altri, e ovviamente non vogliamo vedere il male, per cui non vogliamo più vedere loro. È dunque bene farli sparire, e con essi far sparire il male. Ricorderete ciò che dicevamo più su: il nostro sguardo è attivo. Per sostenere questa falsificazione (nessuno di noi è tutto il bene o tutto il male) dovremo compiere delle azioni che la rendano plausibile: azioni nella sfera della nostra corporeità e degli atteggiamenti (la prossima volta che guardate un documentario in cui appaiono carnefici o aspiranti tali, togliete l’audio per qualche minuto …), azioni nel campo del linguaggio, della religione, del lavoro, della cultura … chiedetelo a chiunque sia stato vittima di violenza: la più grande difficoltà è quella di non rimanere prigionieri dello sguardo del carnefice, quello sguardo che ti persuade che sei sbagliato, sei giustamente vittima, te lo meriti … e che ti induce, addirittura ti può costringere, a pensarti come vittima e comportarti come carnefice a tua volta.

Ognuno di noi ha fatto viceversa esperienza di essere guardato con uno sguardo giusto. Uno sguardo che non consiste nell’indossare gli occhiali rosa e sottovalutare il male o anche solo ciò che è negativo (le conseguenze delle azioni educative che obbediscono a questa falsificazione – magari ingenua, ma pur sempre nefasta – sono sotto gli occhi di tutti), ma uno sguardo che agisce sul bene che abita nell’altro. Il bene che può ricevere e il bene che può fare, il bene che comunque esiste in lui, anche se è ridotto alla totale impotenza ed è prossimo alla morte. Il nostro sguardo agisce, il nostro sguardo può sollecitare il bene che abita nell’altro, farlo sentire nuovamente vivo. Il bene lo interpellerà, gli richiederà una risposta. Non necessariamente sempre, o non subito, questa risposta sarà di gratitudine. A volte, purtroppo sarà di segno esattamente contrario. Come può resistere in queste circostanze colui che ha uno sguardo giusto? Ce la fa perché ha degli amici, sa di non essere da solo. Per colui che agisce il bene, sentirsi abbandonato dagli amici è la prova più dura, perché sa di avere bisogno per primo delle loro azioni e dei loro sguardi rivolti al suo bene.

Per me, il nome giusto per questo insieme di atteggiamenti e azioni è “misericordia”. Un nome che implica il porre il cuore – e il cuore mette in circolazione, vita, forza, bene, amore e trasformazione - accanto a ciò che viceversa è debole, disanimato, inquinato, sviato e perfino malvagio. La parola “misericordia” ha un suono che a volte insospettisce chi teme che la giustizia possa essere sacrificata in nome della misericordia. Io intendo la misericordia come uno sguardo onesto, o meglio ancora giusto, in quanto non nasconde il male ma riconosce la potenza del bene che può essere suscitata dentro ogni uomo, o che lo ha mobilitato in particolari circostanze. Non ultimo, uno sguardo di questo tipo garantisce l’accoglienza dei prodotti e dei moti della fantasia, individuale e collettiva, senza che essi si traducano in psicosi individuali, di gruppo e di massa, i cui esiti possono essere devastanti. Questo contatto tra lo sguardo e la fantasia è di importanza vitale.

Non possiamo adagiarci in sguardi inariditi. Solo uno sguardo vivo, uno sguardo nutrito dalle immense ricchezze del vivente e del creato tutto (e del Creatore, per colui che è credente), è uno sguardo in grado di rimettere in moto la vita dell’altro.

Analisi di Massimo Schinco, psicologo psicoterapeuta

27 febbraio 2018

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