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Il lamento della pace

di Nadia Neri, psicologa analista

La sera di venerdì 13 novembre avevo in programma di iniziare a scrivere per Gariwo, ma ho visto e seguito alla televisione i fatti di Parigi e ho sentito molto forte l'impossibilità di scrivere, di trovare le parole. Siamo stati inondati di immagini, di commenti, e in uno sgomento condiviso abbiamo nel privato cercato le amiche che hanno figli a Parigi, poi abbiamo aperto Facebook e lì abbiamo assistito quasi a una competizione sconvolgente, a un affanno a trovare le massime più belle. Questo è durato giorni e giorni.

Un nutrimento virtuale, ma quanto efficace e fecondo? Per reazione mi sento di dichiarare soltanto che io non ho parole eccezionali da offrire, non ho citazioni o immagini, ma non fuggo dal dolore e lo vivo dentro di me senza cercare consolazioni o sublimazioni. Non ho soluzioni vincenti, ma sono nello stesso tempo fermamente convinta che ci sia sempre un'alternativa alla guerra. Sento troppi che dichiarano l’intenzione di bombardare - ma con le tecniche moderne chi lancia bombe non vede le vittime, sono i computer a decidere i bersagli!

Che dire a chi ha paura ed è invaso dal panico che è il versante patologico della paura? Molti purtroppo speculano consapevolmente sulle fragilità psichiche per far passare scelte distruttive e illiberali nel silenzio e nell'inconsapevolezza generali.

Questa volta i giornali hanno intervistato, tra i tanti pensatori, anche due psicoanaliste molto note. La prima è Elisabeth Roudinesco, che fa, a mio parere, una dichiarazione importante: in Francia gli psicofarmaci sono prescrivibili e così si ricorre in maggioranza ad essi pur di non affrontare, ad esempio, un percorso analitico, lungo e impegnativo; si cerca così di negare il proprio dolore, i propri problemi, e di affidarsi soltanto ad una pillola - afferma in conclusione la Roudinesco. Per questi motivi le psicoterapie analitiche non sono più di moda. Guardarsi dentro diventa inutile e faticoso; i colpevoli, i nemici sono sempre fuori da noi. Questo atteggiamento è purtroppo dominante nelle nostre società e rafforza un senso di deresponsabilizzazione a livello individuale molto pericoloso.

L'altra psicoanalista, intervistata dal Corriere della Sera, è Julia Kristeva, autrice di tanti bei libri sulla depressione femminile e di biografie, tutte tradotte in italiano. Alla domanda del giornalista "la Francia è davvero in guerra?", la Kristeva ha risposto: “Sì, la guerra è arrivata in Francia ed è giusto combatterla. Non voglio restare nei riflessi consueti della mia famiglia politica, la sinistra. La guerra non è una cosa da americani, bisogna farla quando è necessario". E pensare che la Kristeva aveva scritto un bel libro, La haine et le pardon (L'odio e il perdono).

Ora che il male e la violenza ci attaccano direttamente nelle nostre città, nei luoghi della nostra vita quotidiana, diventa fondamentale testimoniare sempre, in privato e in pubblico, che esiste comunque un'alternativa alla guerra. È un compito fondamentale perché siamo chiamati non più a parlare in astratto o solo a livello ideologico, ma ora che tutti ergono muri o filo spinato alle frontiere, che con violenza attaccano i migranti e chi li accoglie, i diversi, lo straniero e così via, che i populismi sembrano vincenti in molti Paesi europei, dobbiamo schierarci e trasmettere una speranza. Questo può incarnarsi in tanti atteggiamenti: testimoniare il dolore – “voglio essere il cuore pensante della baracca”, diceva Etty Hillesum nel 1941 -, riflettere sui fondamentalismi e sul male lasciando uno spazio alla compassione, per le vittime ovviamente ma anche per queste tragiche figure dei Kamikaze - emblema esasperato dell'odio per l'umanità e per se stessi, di una disperazione estrema con una miscela esplosiva di fanatismo religioso, povertà e odio irreparabile.

Bisogna sforzarsi di credere all'efficacia di queste testimonianze sicuramente di una minoranza, ma che hanno il difficile compito di tenere accesa una piccola fiamma di umanità che può illuminare un mondo così buio. È ovvio che sono necessarie forti azioni pratiche, diplomatiche, di intelligence e contro i mercanti di armi che si arricchiscono enormemente in situazioni di guerra. Questi sentimenti però possono anche aiutarci quando parliamo con i bambini, spesso molto spaventati e disorientati davanti a tali episodi di terrorismo. I più giovani hanno un bisogno forte di credere in qualcosa di positivo, e non sarà facile offrire loro delle risposte valide e autentiche se non riusciamo a trovarle in noi. Molte mie pazienti mi hanno chiesto in modo accorato cosa potessero dire alle figlie, che avevano paura e volevano essere rassicurate del fatto che da noi non sarebbe mai successa una cosa simile. Come rispondere al desiderio di offrire sicurezza senza dire cose non vere?

Scrivendo queste parole, penso al titolo molto evocativo di un saggio del 1517 di Erasmo da Rotterdam: Il lamento della pace scacciata e respinta da ogni dove.

Analisi di Nadia Neri, psicologa analista

25 novembre 2015

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