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​Il lascito di Rabin, vent’anni dopo

di Gabriele Eschenazi

 Itzhak Rabin

Itzhak Rabin

Sono trascorsi vent’anni dall’omicidio di Itzhak Rabin per mano di Yigal Amir, estremista ebreo religioso, e ancora in Israele si avverte la necessità di interrogarsi sul significato e le conseguenze di quell’evento traumatico. Ci fu un’eredità politica da gestire, un sistema democratico da difendere, un apparato di sicurezza da mettere sotto esame.

“Abbiamo deciso di dare un’opportunità alla pace. Una pace che risolverà gran parte dei problemi dello stato d’Israele”, disse Rabin quella sera a Tel Aviv. Questo messaggio politico fondamentale è stato raccolto solo parzialmente dai leader, che si sono succeduti dopo di lui.

Il primo fu l’inossidabile Shimon Peres, anche lui, premio nobel a Oslo, ma perdente di natura tanto da non essere mai capace di vincere le elezioni a capo del partito laburista. Lo seguirono Ehud Barak ed Ehud Olmert, gli unici che dopo Rabin cercarono di riprendere il percorso degli accordi di Oslo verso lo stato palestinese. Non ci riuscirono, anche per responsabilità della controparte, e non dimostrarono una vera capacità di leadership. Barak chiuse ad ogni prospettiva di accordo dichiarando che ”non c’era un partner”; Olmert, dopo aver offerto ad Abu Mazen (che rifiutò) il 97% dei territori occupati, restò implicato in imbarazzanti episodi di corruzione e finì così senza gloria la sua carriera politica.

Un caso a parte è quello di Arik Sharon, che se da una parte ebbe il coraggio di lasciare Gaza, dall’altra evitò come la peste ogni accordo con i palestinesi isolando prima Arafat e ignorando dopo Abu Mazen. Bibi Netanyahu, che in questi vent’anni è riuscito a condizionare la politica israeliana sia dall’opposizione che dal governo, era il grande avversario di Rabin e ha usato gli accordi di Oslo non per raggiungere la pace bensì per suggellare all’infinito una situazione di occupazione e conflitto permanente.

L’esistenza di un’Autorità Palestinese è diventata col tempo un comodo alibi per continuare la colonizzazione della Cisgiordania, mantenerne il controllo militare e rendere Israele libero dalla gestione amministrativa. Non è un caso che Abu Mazen abbia più volte minacciato di sciogliere l’Autorità Palestinese. Dunque gli accordi di Oslo sono sopravvissuti a Rabin, ma non hanno dato spazio alla prospettiva di “Due popoli, due stati”, un concetto formalmente adottato anche da Bibi Netanyahu.

Il sistema democratico israeliano ha reagito alla morte di Rabin in questi anni così come in questi giorni. Con un film coraggioso presentato alla Mostra del Cinema di Venezia Amos Ghitai ha ripercorso con meticolosità i giorni prima e dopo l’assassinio di Rabin. Ogni canale israeliano ha proposto un suo documentario sul tema. Giornali e siti hanno ospitato analisi e testimonianze. Tra tutte spicca quella del fratello dell’assassino, Hagai Amir, che ha raccontato come suo fratello nel 1995 era pronto a morire da “shahid” pur di uccidere Rabin. Hagai aiutò il fratello nella sua impresa anche procurandogli le pallottole, ed è stato da poco incriminato per aver minacciato di morte su Facebook l’attuale capo dello stato Rubi Rivlin (membro dello stesso partito di Netanyahu, il Likud).

Yigal Amir è sempre in galera e il presidente Rivlin ha dichiarato che mai lo grazierà, gli estremisti di destra sono rimasti fuori dall’ultima Knesset, però la furia omicida dei fanatici della destra israeliana non si è fermata. Ancora oggi non sono stati arrestati gli assassini della famiglia di Duma, cellule terroristiche ebraiche operano nell’ombra e allo scoperto nei social network. Episodi di violenza ebraica si susseguono ad altri di parte palestinese in una spirale senza fine, che semina diffidenza, paura e progetti di nuovi muri.

Sabato 31 ottobre il presidente Rivlin e Bill Clinton hanno arringato la folla in piazza Rabin protetti da un muro di vetro antiproiettile. Il timore del ripetersi di un caso Rabin esiste ed è palpabile. La politica di Netanyahu fomenta e cavalca la paura, allontana la speranza, parla della gestione di un conflitto, che non vedrà soluzione per generazioni. In questo modo non rende un buon servizio al suo paese.

La specificità di Israele come paese democratico, tecnologicamente avanzato, aperto al mondo si corrode all’interno di un Medio Oriente dove a guerre sanguinarie tra fondamentalisti si associa la sopravvivenza di regimi politici di stampo medievale. Eppure è proprio questa specificità di Israele che Rabin voleva preservare presentandosi come leader di pace, affidabile, serio, coerente e duro nel difendere la sicurezza dei propri cittadini. Ne abbiamo ancora nostalgia e questo non è un buon segno.

Mercoledì 4 novembre ore 20.30 - Palazzo Marino, Sala Alessi
Maratona per Itzhak Rabin. La memoria di un uomo di pace nell’avvicendarsi delle immagini, dei suoni e delle parole. A cura de La Sinistra per Israele
Ingresso libero

Gabriele Eschenazi, giornalista

Analisi di Gabriele Eschenazi, giornalista

2 novembre 2015

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