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Il Mali e gli equilibri nel continente nero

di Antonio Ferrari

Nella recentissima intervista esclusiva concessa alla Cnn il presidente egiziano Mohammed Morsi ha detto che spera di andare presto negli Stati Uniti, e di voler chiedere a Barack Obama la liberazione -per ragioni umanitarie - dello sceicco cieco Omar Abdel Rahman, condannato all'ergastolo in quanto ispiratore dell'attacco alle Torri Gemelle. Bisognerà vedere se Morsi andrà così presto negli Usa e se formulerà la richiesta, che oggi sarebbe abbastanza imbarazzante: perché quel che chiede il Rais, capo dello Stato ma anche leader dei Fratelli musulmani, è quello che hanno chiesto i jihadisti, protagonisti del feroce assalto alla raffineria algerina di In Amenas e del sequestro di un folto gruppo di ostaggi occidentali.


L'attacco dei terroristi è stato motivato dalla dura reazione contro Algeri, che ha consentito agli aerei francesi di sorvolare il proprio territorio per raggiungere il Mali in rivolta. Ma non è una spiegazione sufficiente. Sono tante le sfide, in qualche caso mortali, che si stanno concentrando sul continente nero: prima dimenticato, e oggi oggetto del desiderio di tanti appetiti politici e soprattutto economici, considerate le sue straordinarie risorse naturali. Vi sono gli appetiti della Cina, che ormai è riuscita a diventare la superpotenza emergente dell'Africa sub-sahariana. Gli appetiti della Turchia, che cerca di contenere l'influenza di Pechino e punta in tempi brevi a triplicare l'interscambio con i Paesi africani, che oggi si aggira sui 17 miliardi di dollari. E naturalmente la Francia, limitata dalla spietata concorrenza internazionale, ma assolutamente determinata a proteggere quelli che considera suoi scrigni energetici: le miniere di uranio, a cavallo di tre Paesi, a cominciare dalla Libia (così si può comprendere la volontà di liberarsi del colonnello Gheddafi); i pozzi di petrolio e il gas algerino. E più in generale l'influenza dominante della Francia su tutto il Maghreb e non solo.


È quest'ultimo un punto fondamentale, che potrebbe spiegare la strategia degli estremisti nella nuova stagione dell'Al Qaeda regionalizzata. Infatti, mentre nel Mali i fanatici cercano di condizionare e indebolire gli equilibri tribali sui quali si basa il potere, altrove puntano probabilmente ad un obiettivo ancor più ambizioso: destabilizzare l'Algeria, magari cercando di accendere quella primavera araba che nel Paese che ha visto nascere Albert Camus si è limitata a lanciare qualche timido vagito.


Sarebbe stato assai difficile, due anni fa, avviare una dura rivolta popolare. Non perché non ve ne fossero le condizioni, ma perché l'Algeria ha recentemente pagato alle violenze un prezzo di sangue altissimo. All'inizio degli anni '90, infatti, fu teatro di una terribile guerra civile, costata quasi 200.000 morti. In quell'occasione gli islamici avevano tutte le ragioni per ribellarsi. Il loro partito, il F.I.S., infatti, aveva vinto le elezioni e per impedirgli di governare era stato organizzato un vero colpo di stato. L'Algeria "normalizzata" dal presidente Bouteflika, per adesso, è riuscita a superare indenne il terremoto delle varie primavere, proteggendone una quasi immunità. Va anche detto che, persino nel periodo della sanguinosa rivolta dopo il colpo di Stato, l'occhio vedeva due Algerie ben distinte: quella costiera del nord, attraversata dalla rabbia popolare, e quella del centro-sud petrolifero, blindata, protetta e quasi irraggiungibile. 


I fanatici, per la prima volta, hanno attaccato proprio la regione più protetta dell'Algeria, intaccando il dogma dell'inviolabilità, e assestando un duro colpo alla credibilità del regime di Bouteflika. Puntando sulla destabilizzazione complessiva, i jihadisti potrebbero produrre un effetto domino maghrebino, coinvolgendo altri Paesi, come il Marocco. Del resto, la sfida è partita dalla Libia, molti degli estremisti appartenevano alla periferia del fronte del ribelli contro Gheddafi. Ma per la Francia, che ha avviato la campagna militare che ha portato alla morte del colonnello, l'offensiva è stata gestita dall'alto, dai bombardieri e dai droni: l'obiettivo era il cambio di regime. Nel Mali, al contrario, i francesi difendono il regime, come annota acutamente Sergio Romano sul Corriere della Sera. Del Mali, insomma, ci dovremo occupare a lungo. È certamente uno dei focolai più pericolosi del mondo.

Analisi di Antonio Ferrari, editorialista del Corriere della Sera

21 gennaio 2013

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