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Il messaggio della Giornata dei Giusti: democrazia e prevenzione dei genocidi

di Gabriele Nissim

Raphael Lemkin, il giurista ebreo a cui dobbiamo la Convenzione delle Nazioni Unite per la prevenzione e la repressione dei genocidi, mentre si trovava a Varsavia al momento dell’attacco delle truppe naziste alla Polonia nel 1939 e si immaginava la sorte degli ebrei di fronte al disfacimento dell’esercito polacco, ebbe una grande intuizione. Soltanto la democrazia americana poteva essere in grado di guidare gli Alleati nella difesa degli ebrei.

Lemkin aveva in mente due punti molto chiari. Solo la democrazia aveva degli anticorpi che le permettevano di reagire di fronte al manifestarsi dei crimini contro l’umanità nel mondo. Di conseguenza, doveva venire preservata da possibili degenerazioni al suo interno.
Così Lemkin in modo avventuroso cercò una via di fuga negli Stati Uniti e, appena arrivato, con un inglese ancora approssimativo in un discorso alla Duke University nel Nord Carolina, rivolgendosi ad una anziana signora che lo seguiva con gli occhi lucidi, infiammò la sala quando pose un interrogativo morale: “Se donne, bambini e anziani fossero assassinati a un centinaio di chilometri da qui, non correreste forse in loro aiuto ? E allora perché dovreste reprimere il richiamo del vostro cuore, quando la distanza è di cinquemila chilometri, invece di cento?”

Lemkin, che aveva incontrato i massimi vertici americani, non riuscì però nel suo intento perché il Presidente Roosevelt tergiversò di fronte alla sua proposta di adottare un trattato internazionale da proporre al mondo intero che facesse del genocidio “il crimine dei crimini” e che mandasse immediatamente un monito ad Hitler per renderlo responsabile delle sue azioni verso gli ebrei.
Così l’obiettivo della guerra non fu quello di salvare gli ebrei, ma solo di sconfiggere militarmente i nazisti.

Lemkin però non si arrese, e convinto che il compito delle democrazie nel mondo fosse quello di preservare ovunque i diritti umani si adoperò subito nel dopoguerra per fare dell’America la guida morale per la prevenzione dei genocidi, riuscendo con una forza incredibile a convincere la maggioranza dei Paesi delle Nazioni Unite ad adottare la celebre Convenzione contro i genocidi.

Per la Giornata dei Giusti dell’Umanità di quest’anno, Gariwo si è ispirata alle intuizioni di Lemkin in modo originale, proprio nel momento in cui la nuova amministrazione americana ha rigettato il nazionalismo di Trump e la sua filosofia American First, per riproporre una alleanza delle democrazie occidentali in nome della difesa dei diritti umani.
È un percorso complesso da costruire, che non avrà mai un risultato certo e definitivo, ma nella Giornata dei Giusti abbiamo voluto indicare il legame indissolubile che esiste tra la difesa della democrazia e la prevenzione dei genocidi nel mondo. Non sono due mondi contrapposti, perché se la democrazia fiorisce e si allarga è più facile intervenire per porre rimedio all’indifferenza e a nuovi mali estremi. Se invece l’odio, la cultura del nemico, la messa in discussione del pluralismo prevalgono, come del resto aveva compreso molto bene Primo Levi ne I sommersi e i salvati, si aprono praterie per nuovi conflitti che possono generare guerre, crisi e atrocità di massa. Anche la quotidianità è una lente di ingrandimento per quello che può accadere altrove.

Gariwo per questi motivi si è proposta di lanciare così due messaggi.
Abbiamo chiesto al Parlamento italiano di nominare un advisor sui genocidi in corso nel mondo e di tenere sempre una sessione della Commissione Esteri che informi l’opinione pubblica sulle violazioni dei diritti umani e sui meccanismi internazionali che possono prevenire i genocidi. Il nuovo comandamento non commettere un genocidio dovrebbe diventare il compito morale più alto della comunità internazionale nel mondo.
In secondo luogo, abbiamo voluto indicare come i pericoli nel mondo di oggi derivino proprio da quei Paesi che hanno creato sistemi politici antitetici alla democrazia, come la Cina e i Paesi fondamentalisti da una parte o gli Stati come la Russia e la Turchia - dove la democrazia è puramente di facciata e dove, nonostante le elezioni, si silenziano le voci libere nell’informazione e si chiudono in prigione gli oppositori - dall'altra.
Si prenda per esempio la Cina, dove la creazione di veri e propri campi di concentramento in cui sono rinchiusi gli Uiguri è possibile proprio per la censura di un regime che, come ha ritardato le informazioni sull’inizio della pandemia, non fa circolare le notizie delle repressioni interne nei confronti delle minoranze.

Ma il tema della democrazia non riguarda solo i Paesi totalitari o le varie autocrazie; attraversa anzi gli stessi Paesi democratici, come si è visto con l’assalto al Campidoglio a Washington o la nascita di democrazie illiberali in Polonia e Ungheria. In vario modo i gruppi populisti con l’uso dei social e con una cultura del disprezzo e del nemico nell’arena pubblica hanno cercato di minare il pluralismo politico e la divisione dei poteri nella società democratica.

Per questo Gariwo nel Giardino dei Giusti di Milano ha voluto onorare figure morali che sono un esempio per la battaglia per la democrazia, non solo per i loro Paesi, ma per il mondo intero. Liu Xiaobo, che ricorderemo con la sua splendida moglie Liu Xia, è stato capace di lanciare un messaggio al momento del suo ennesimo arresto in Cina, che potrebbe diventare un manifesto per rinnovare il gusto della democrazia e del pluralismo ovunque. “Non ho nemici, né provo odio” aveva detto ai suoi carcerieri, spiegando - con lo stesso spirito di Nelson Mandela - che li rispettava, nonostante tutto.
“L’odio, che corrompe la coscienza e l’intelligenza dell’uomo, insieme con la mentalità da nemico, che avvelena lo spirito di una nazione, istigano alla lotta brutale in cui domina la regola mors tua vita mea, distruggono la tolleranza e l’umanità di una società, ostacolano il progresso di una nazione verso la libertà e la democrazia.”

Era la stessa filosofia di Ruth Bader Ginsburg, la giudice della Corte Costituzionale americana, recentemente scomparsa, che sosteneva che la forza della democrazia doveva essere sempre quella della ragione e della persuasione.
A sua nipote insegnava che il modo migliore di argomentare non è mai quello di urlare, ma sempre quello di convincere. Aveva fatto proprio l’insegnamento del suo professore Benjamin Kaplan che l’aveva stimolata ad adottare il metodo socratico nella discussione. “Bisognava stimolare gli altri, mai vincere del tutto, perché non esiste mai una verità definitiva.”
Non aveva esitazioni. La democrazia per lei doveva essere sempre inclusiva. La persecuzione antisemita subita dalla sua famiglia in Ucraina le aveva dato il senso della vita. Lo spiegò in un discorso che fece nel gennaio del 2017 alla sinagoga di Washington, che possiamo considerare il suo testamento spirituale. “Se sei un membro di un gruppo minoritario, in particolare di un gruppo minoritario che è stato preso di mira, devi avere empatia per gli altri che si trovano in una situazione simile… per questo io che sono ebrea mi occupo delle altre minoranze.”

Piccoli dettagli del pensiero di questi straordinari personaggi che ci insegnano a vedere anche nella quotidianità l’argine contro l’odio che può portare verso l’abisso.

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