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Il mito russo e l'Ucraina che vuol essere Europa

di Anna Zafesova

La diplomazia internazionale ha gli strumenti per sanzionare gli atti, le azioni, e infatti chi in Ucraina chiedeva all'Occidente sanzioni preventive, per fermare l'offensiva del Cremlino, aveva ricevuto un rifiuto. È un principio del diritto che non si possono punire azioni non ancora compiute, anche perché perderebbero il loro eventuale valore di disincentivo. Però nella giurisprudenza esiste anche il concetto di aggravante, di crimine ispirato dall'odio, e la motivazione lunga quasi un'ora che Vladimir Putin ha esposto in mondovisione della sua decisione di strappare un altro territorio all'Ucraina ha riportato nel lessico dell'Europa contemporanea concetti che sembravano dimenticati.

Già l'idea che la storia possa giustificare un'invasione è qualcosa di agghiacciante, ma l'impalcatura di argomentazioni costruita dal capo del Cremlino per trasformare l'Ucraina in una “espressione geografica” è un misto di manuale delle elementari sovietiche ed elucubrazioni dei nazionalisti russi. Una sorta di fumetto storico, dove il Paese più esteso d'Europa viene ridotto a una “costruzione creata da Lenin”, assemblata con brandelli di territori gentilmente concessi dalla Russia o da Ungheria e Polonia (con la provvidenziale omissione del patto Molotov-Ribbentrop con cui Urss e Germania nazista si erano spartiti l'Europa nel 1939), con a ciliegina sulla torta della Crimea “regalata” da Krusciov nel 1954. Nessuna menzione anche per il Holodomor, la carestia degli anni '30 nella quale il sequestro del grano ordinato da Stalin ha ucciso milioni di contadini, e per la deportazione dei coltivatori accusati di essere dei “kulaki” nella collettivizzazione delle campagne, che ha ridotto il “granaio d'Europa” alla fame. Putin dichiara l'Ucraina “incapace di costruire una forma di statalità”, in quel culto dello Stato-Leviatano che contraddistingue da due secoli la retorica nazionalista russa, ma non menziona nessuno dei predecessori dello Stato ucraino che non sia legato al colonialismo russo: dalla Rus' di Kiev da una costola della quale è nata, secoli dopo, la Moscovia, i cosacchi con le loro tradizioni assembleari, la Galizia e il principato lituano, dai quali sono giunte influenze europee, fino all'indipendenza del 1918 schiacciata poi nella guerra civile dei bolscevichi. Oggi è una “colonia americana”, con un governo “frutto di un golpe occidentale”, e Putin nega a Kiev qualunque legittimazione e diritto a esprimere una volontà popolare, nonostante le elezioni libere che hanno portato in 30 anni all'avvicendarsi di sei presidenti molto diversi tra loro.

All'Ucraina viene negata qualunque identità linguistica e culturale, perfino quella che le veniva riconosciuta all'epoca sovietica: nonostante avesse già teorizzato queste idee in un saggio pubblicato l'anno scorso, Putin non è molto ferrato in storia, e sembra ignorare il fatto che sia gli zar che i comunisti abbiano imposto una russificazione forzata, proibendo (i primi) e limitando drasticamente (i secondi) lo studio e lo sviluppo dell'ucraino. La sua è una visione oleografica da “amicizia dei popoli” di memoria sovietica, anche se respinge con furore le tradizioni comuniste e si scaglia con livore contro Lenin, colpevole di aver concesso il diritto all'autodeterminazione, e loda Stalin che l'ha reso puramente formale. È la classica idea dei conservatori russi, dalla rivolta dei decabristi a oggi: l'impero è il valore supremo cui subordinare individui e popoli, e il disastro maggiore è il crollo dell'impero, causato sempre da un eccessivo rilassamento dei costumi. La rivoluzione d'ottobre come la perestroika si sarebbero potute impedire con un giro di vite, Nicola II e Gorbaciov, in questa tradizione, sono egualmente colpevoli di debolezza, e la salvezza dello Stato viene da un leader forte come Nicola I o Stalin, ai quali Putin in più circostanze si è accostato compiaciuto.

Il fatto che in vent'anni di regno il presidente russo sia passato dalla nostalgia per l'impero sovietico nel quale era nato e cresciuto al rimpianto per una grandeur monarchica della quale sembra avere un'idea tratta più dalla serie su Caterina su Netflix che dai libri di storia, è una svolta ideologica in corso da tempo, almeno dal 2014, quando la Russia ha annesso la Crimea, e il presidente della Corte Costituzionale russa Valery Zorkin ha pubblicamente criticato l'abolizione della servitù della gleba nel 1861. Il problema è che ora questo mix eclettico di monarchismo nazionalista e propaganda militarista sovietica non è più il delirio postimperiale di una classe dirigente formata essenzialmente da ex quadri del Kgb e oligarchi corrotti. È l'ideologia che sta alimentando un'invasione revanscista. Era dagli anni '30 che un leader non dichiarava un altro Paese come indegno di esistere, e il ministro degli Esteri Sergey Lavrov – osannato ancora da molti anche in Occidente come “maestro della diplomazia” - spiega che l'Ucraina “non ha il diritto di vedere rispettata la sua sovranità” perché “non rappresenta gli interessi di tutto il suo popolo”, un'allusione alla Crimea e al Donbass entrambi annessi dai russi.

Il “genocidio” dei russofoni è un altro fake, stavolta più di cronaca che di attualità, ma ad ascoltare Putin sembra che l'Ucraina sia l'impero del male: con dovizia di particolari le rimprovera la povertà, la crisi dell'industria e del welfare ereditati dall'Urss, lo scisma religioso (l'ottenimento dell'autonomia della chiesa da Mosca riconosciuto da Constantinopoli viene definito “una tragedia”), la corruzione, lo strapotere degli oligarchi e perfino l'assenza di democrazia, di libertà di stampa e di tribunali indipendenti. Affermazioni che nei social russi suscitano ilarità, visto che proprio in questi giorni è in corso un ennesimo processo ad Alexey Navalny, al quale il teste dell'accusa Fyodor Gorozhanko ha dichiarato eroicamente di aver subito pressioni dai giudici, e ha proclamato tutte le accuse “una montatura”. Ed è proprio questo il punto centrale, rispetto al quale le giustificazioni di un attacco preventivo per impedire che l'Ucraina entri nella Nato – proprio per proteggersi da altre aggressioni russe – suonano completamente pretestuose. La Nato confina con la Russia da decenni, in luoghi strategici come il Nord, con la Norvegia, a Ovest con i Paesi Baltici, con la Polonia. Il punto è che l'Ucraina è una democrazia, e l'idea che un Paese che la Russia consideri parte della sua famiglia guardi invece all'Europa e voglia – e possa – aderire all'Ue e alla Nato, risulta non solo insopportabile a livello emotivo. È una minaccia esistenziale, quella vera, non quella pretestuosa dei missili Usa che un giorno potrebbero venire collocati a Kharkiv: senza la “piccola Russia” ricostruire un impero, russo o sovietico che sia, è impossibile. E un'Ucraina che diventa Europa toglierebbe per sempre a Putin un altro mito nazionalista: che chi possiede sangue russo e parla russo deve necessariamente anche abbracciare i valori politici del Cremlino. Quando Volodymyr Zelensky divenne presidente, fu quello il primo messaggio che lanciò – in russo – a tutti gli ex sovietici: “Tutto è possibile”, disse, ed è proprio quello che Mosca vorrebbe impedire.

Anna Zafesova

Analisi di

23 febbraio 2022

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