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Il modello iraniano è ormai arrivato in Israele?

di Anna Foa

“Mi sono opposto con tutte le mie forze all’accusa che in Israele ci fosse l’apartheid, con articoli, libri, conferenze, apparizioni in TV. Ora non posso più farlo”, ha scritto su Haaretz lo scrittore novantenne israelo-sudafricano Benjamin Poground, da giovane molto impegnato in Sudafrica nella lotta contro l’apartheid, emigrato in Israele alla fine del secolo scorso.

L’etichetta apartheid viene usata da molti anni ormai in Israele e nel resto del mondo per definire il regime israeliano di occupazione, di diritti civili diminuiti o violati, di cittadinanza dimidiata, di violenze e illegalità da parte dei coloni non contrastate o addirittura appoggiate dallo Stato, di veri e propri omicidi contro i palestinesi, di limitazioni ai loro movimenti. Ad un’analisi storica, non è propriamente apartheid, almeno come quello che è stato realizzato in Sudafrica, perché manca della sua caratteristica principale, la totale separazione nella società sudafricana tra bianchi e neri: scuole, trasporti, luoghi dove vivere, fin ospedali separati. Molto simile all’apartheid è stato il regime di segregazione vigente fino a tutti gli anni Cinquanta in molti Stati del Sud degli Stati Uniti, spazzato via dalle lotte dei neri, e con loro di molti ebrei, negli anni Sessanta. C’è una famosa foto di Martin Luther King che guida una grande manifestazione contro la segregazione a fianco del rabbino Abraham Heschel, una figura grandissima, un esempio straordinario che dovremmo ricordare di più. In quella lotta, ritroviamo accanto ai neri che combattevano per la loro emancipazione molti ebrei, che si identificavano con la loro battaglia. Alcuni ragazzi ebrei, andati ad aiutare la campagna antisegregazionista nel Sud degli States, furono assassinati dal Ku Klux Klan.

Ma, anche se il confronto poteva fare acqua a livello di analisi storica, l’etichetta apartheid reggeva bene a livello politico. Aveva il vantaggio di descrivere non solo una situazione di oppressione, ma anche un’esperienza spazzata via dalla storia, indicava il razzismo che covava sotto i soprusi verso i palestinesi e che chi lo esercitava non aveva allora ancora il coraggio di definire con il suo nome. Insomma, funzionava. E forse anche aveva il vantaggio, quasi una preveggenza, di vedere oltre, di capire dove si sarebbe finiti.

Perché ora, quando un ministro del governo Netanyahu dice che il fatto che i palestinesi israeliani vadano a studiare nelle università è un attentato alla sicurezza dello Stato, quale Israele va delineando se non uno Stato in cui le università siano precluse a chi non è ebreo, cioè fondate sulla separazione? Si sta passando dalle violenze squadristiche dei coloni, alla teorizzazione della segregazione, una teorizzazione frutto diretto del suprematismo ebraico. Questa non può essere chiamata altro che apartheid.

Chi chiude o socchiude gli occhi di fronte a ciò dovrebbe anche riflettere sul fatto che gli zeloti al potere in Israele non si stanno fermando qui. Oltre ai palestinesi, c’è un altro obiettivo con cui prendersela: le donne. Certo, sappiamo che gli ultraortodossi non toccano né parlano a donne che non siano della loro famiglia e che negli autobus che passano nei loro quartieri le donne salgono dietro e viaggiano separate dagli uomini. Finora, davano fastidio a pochi, a parte le loro stesse donne, che nella maggioranza accettavano questa vera e propria segregazione come il volere di Dio. Ma ora che molti degli ultraortodossi sostengono il governo, viene loro consentito di estendere al resto dei cittadini le loro pretese di vivere secondo la Torah.

È di questi giorni la foto di sei ragazze adolescenti, poco più che bambine, costrette a sedersi sul retro di un autobus di linea avvolte in coperte per nascondere il loro abbigliamento adatto al caldo asfissiante che grava sul Paese. I commenti, indignati, dicevano tutti che l’Iran era arrivato in Israele. Ma si susseguono le notizie di autisti di mezzi di trasporto pubblico che obbligano le donne a sedersi sul retro o le lasciano a terra se sono vestite in modo non consono. È illegale ma forse oggi stesso o domani potrebbe diventare legale.

Infatti, sembra che il governo israeliano stia prevedendo leggi che rendono legale e possibile (speriamo non obbligatoria) l’esistenza di scuole divise per sesso a partire dai tre anni, la creazione di programmi di studio differenziati a seconda del sesso, e orari diversi per lo shopping dei due sessi. Sembra anche che si preveda la possibilità che le librerie rifiutino di vendere alle donne testi religiosi che secondo gli ultraortodossi sono proibiti alle donne. È proprio vero che nessun diritto, nessuna conquista è per sempre.

Se vincerà la distruzione della democrazia israeliana ad opera del governo anche questo potrebbe diventare una possibilità concreta. Metà Paese è in lotta da mesi, scendendo in piazza ovunque, tutti i sabati, e nel corso di questa battaglia si va sempre più affermando il nesso tra la lotta per la democrazia e quella per i diritti, quelli dei palestinesi come quelli delle donne, degli omosessuali, dei cristiani, dei non credenti.

Molti commentatori ricordano in questi giorni che a scatenare la guerra con i romani da cui è derivata la distruzione del Tempio e della Giudea sono stati gli estremisti ebrei del tempo, gli zeloti. Ora gli zeloti di oggi vogliono nuovamente distruggere Israele, ma dall’interno, trasformandola in uno Stato teocratico come l’Iran. Il modello iraniano è ormai arrivato in Israele, come già da tempo vi è arrivato l’apartheid. La battaglia coinvolge tutti, sempre di più e nessuno ne può restare fuori.

Anna Foa

Analisi di Anna Foa, storica

28 agosto 2023

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