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Il Nuovo Mondo

di Antonio Ferrari

Il 1° gennaio scorso, dopo la notte del mostruoso massacro nella discoteca di Istanbul, Antonio Di Bella, direttore di Rainews24, ha condotto uno speciale sulla strage da Berlino, dove si trovava. Di Bella, condottiero preparato della migliore informazione, grintoso, curioso e rapido, è un figlio d'arte. La sua guida somiglia a quella, sicura e decisa, di suo padre Franco, che ho avuto come grande direttore del Corriere della Sera. Dopo aver dato la parola a corrispondenti europei e analisti, Antonio ha così commentato il passaggio della linea a Marc Innaro, che guida per la Rai l'ufficio di Mosca: "In altri tempi, in queste circostanze, avremmo dato la parola a Washington, per conoscere la posizione americana. Oggi non è più così. Sentiamo Mosca. È la Russia, infatti, al centro dell'attenzione internazionale".

Introduzione lapidaria ed efficacissima. Di Bella ha riassunto in poche parole il passaggio epocale tra vecchi e nuovi equilibri, nel Medio Oriente, nel Mediterraneo orientale, nel nord Africa, nel Caucaso, ma più in generale sull'intera geopolitica planetaria. L'uomo forte, che ha chiuso il 2016 come unico leader politico vincente, è proprio il presidente russo Vladimir Putin. Soltanto Papa Francesco, che ovviamente non ha un ruolo politico istituzionale, contende allo zar la guida di un mondo sempre più frammentato e pericolante.

Putin, nel Medio Oriente, è riuscito a compiere un "miracolo" che per Mosca non è stato realizzabile nemmeno ai tempi "gloriosi" dell'Unione Sovietica e dell'Impero comunista. È pur vero che l'URSS aveva una solida alleanza con la Siria di Hafez El Assad e con l'Egitto di Abdel Nasser. Ma successivamente queste amicizie si sono indebolite e il sogno di Mosca di un consistente e robusto approdo nel Mediterraneo e di un'adeguata influenza politica, quella dell'altra superpotenza, è come svanito. Il vero pivot internazionale erano, con fasi alterne ma sempre con l'ultima parola, gli Stati Uniti d'America.

Il rapporto speciale tra gli USA e Israele ha segnato decenni di politica americana. Mosca ha cercato un rapporto con i palestinesi, ma soltanto quando l'Olp ha deciso di riconoscere lo Stato ebraico e di condannare il terrorismo (Ginevra, 1988, la definitiva abiura di Yasser Arafat), si era aperto uno spiraglio di pacificazione, che gli accordi di Oslo volevano far diventare una finestra luminosa.

Tutto invece è crollato, come sappiamo, e qui occorre denunciare tre o quattro gravi errori dell'Occidente, americani in testa: 1) Aver favorito e stimolato le cosiddette "primavere arabe" senza alcuna cautela, ignorando che si trattava di un cammino delicato, accidentato e pericoloso. "Primavere" che, alla fine, sono state un fallimento; 2) Aver contribuito alla fine violenta del leader libico Muammar Gheddafi (Francia prima responsabile, forse con l'obiettivo di danneggiare l'Italia), che comunque garantiva la stabilità della costa-sud e controllava il flusso dei migranti; 3) Aver creato, con l'idea dell'ingresso dell'Ucraina nell'UE, un serio ostacolo nei rapporti con la Russia, che sul Paese -almeno gran parte di esso, a cominciare dalla Crimea- vanta da sempre un'influenza radicata e il rispetto di storici rapporti. Mosca ha pagato con continue e ingiuste sanzioni internazionali le sue pretese, e tutto questo ha avuto serissime ripercussioni; 4) Aver sfidato la Russia soprattutto alle sue frontiere, ad esempio nei Paesi baltici, cercando in ogni modo di umiliare lo zar del Cremlino.

Va poi ricordato che la guerra di Siria dura ormai da sei anni ed è un vero calvario per centinaia di migliaia di persone prostrate dalle bombe, dalle distruzioni e dal dolore. È vero che la prima reazione è stata del regime di Bashar Assad, legatissimo a Mosca, che ha represso violentemente le proteste di chi chiedeva il rispetto dei diritti e domandava riforme. Tuttavia, poi, sono intervenuti gli estremisti jihadisti-guidati dall'ISIS che, incuranti degli oppositori più democratici, hanno contribuito a trasformare il Paese e il confinante Nord-Iraq in un inferno.

Non so se il disimpegno americano nel Medio Oriente sia stato voluto oppure accettato come inevitabile da Barack Obama. Di sicuro la Russia, che aveva soltanto una base navale a Tartous (Siria), ha approfittato della situazione, riempiendo, come talvolta è accaduto nel passato, il vuoto lasciato da altri. Vladimir Putin è scaltro e non è certo uno sprovveduto. Forse un altro suo capolavoro politico-diplomatico è stato l'accordo con la storicamente ostile Turchia. Il presidente Recep Tayyip Erdogan aveva tanti errori da farsi perdonare (i traffici con l'ISIS, l'abbattimento del cacciabombardiere di Mosca, probabilmente troppo curioso e guardone), e ha deciso di giocare la carta più rischiosa ma inevitabile: andare al Cremlino, come se si trattasse di una nuova Canossa. Conseguenza: lo zar, oggi, ha un'influenza determinante sulle scelte di Ankara.

È evidente che l'arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca potrebbe consolidare l'asse trilaterale tra Washington, Mosca e Ankara. Ma attenzione. Le crisi che già si preannunciano sono davvero inquietanti: Trump (se sono vere le anticipazioni) vuole un ambasciatore in Israele filo-insediamenti-ebraici, abbandonando e seppellendo l'idea dei due Stati e spostando persino la sede diplomatica da Tel Aviv a Gerusalemme, nella occupata Gerusalemme. E poi bisognerà vedere se terrà l'accordo sulla tregua in Siria (e sul suo futuro assetto) che verrà discusso nei dettagli tra breve con tre attori: Mosca, Ankara e Teheran. Per la prima volta nella storia recente, nessun Paese Occidentale è stato invitato. Questo dimostra che tutto il peso internazionale e le conseguenti responsabilità graverà sulle spalle di Putin. A meno che.....a meno che la Russia stia facendo il "lavoro sporco", puntando poi su un accordo definitivo, almeno in Medio Oriente, con gli Stati Uniti. Fantapolitica? Forse, chissà. Anzi, quasi vero.

Antonio Ferrari, editorialista Corriere della Sera

Analisi di Antonio Ferrari, editorialista Corriere della Sera

9 gennaio 2017

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