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Il senso delle parole: cura/noncuranza

di Amedeo Vigorelli

«Odio gli indifferenti» - scriveva – con spirito «partigiano» il giovane Gramsci ne La città futura: «chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti». Gli faceva eco il giovane Moravia, che a quel vizio morale degli italiani piccolo-borghesi, che offriva una base sociale di massa al fascismo, intitolava il suo primo romanzo, Gli indifferenti (1929). Con ben diverso tono apocalittico, nel corso del suo viaggio a Lampedusa del 2013 e, nuovamente, nel messaggio per la 49^ Giornata Mondiale per la Pace del 2016, Papa Francesco ammonisce l’umanità odierna a guardarsi dall’indifferenza globalizzata, autentica minaccia alla pace mondiale. Con parole profetiche, incita i governanti a compiere gesti concreti, «atti di coraggio nei confronti delle persone più fragili delle loro società, come i prigionieri, i migranti, i disoccupati e i malati». Parole apparentemente sparse al vento, come tutte quelle dei profeti disarmati, ma non prive di forza persuasiva per la coscienza individuale, mai del tutto anestetizzata dal dolore morale della responsabilità e del rimorso.

A questa cognizione del dolore, come terapia e viatico a quella forma minore di virtù, accessibile all’uomo contemporaneo, si richiama anche il nostro maggiore poeta e filosofo morale, Giacomo Leopardi. Nelle pagine dello Zibaldone – opera singolare, paragonabile, per finezza e sensibilità di moralista solo agli Essais di Michel de Montaigne (cfr. F. D’Intino-L. Macconi, Leopardi: guida allo Zibaldone, Carocci, Roma 2016) – egli sviluppa considerazioni attualissime intorno al nostro tema, fornendoci anche (con la consapevolezza linguistica che gli è propria, e quasi unica tra i prosatori del nostro Ottocento) il giusto lessico per declinarlo. Nella dialettica opposizione di cura e noncuranza, non si limita a segnalare nell’indifferenza la più frequente tentazione dell’uomo «perfettamente sociale» del nostro tempo, e il principale ostacolo alla virtù della compassione; ma fornisce anche l’antidoto virtuoso a tale diffuso atteggiamento, dando un nome esatto e preciso al comportamento che le si può contrapporre: la cura.

Nel celebre, ma incompiuto e inedito, Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiano (1824), Leopardi delinea un ritratto impietoso, ma anche partecipe, del carattere italiano che fa leva proprio sulla debolezza (se non sulla assenza) di un autentico «costume» morale, sostituito da semplici «usanze e abitudini». Mentre nelle altre nazioni civili moderne, come la Francia e l’Inghilterra, «la società stessa producendo il buon tuono produce la maggiore anzi unica garanzia de’ costumi sì pubblici che privati, che si possa ora avere», l’assenza di una classe dirigente e di una élite responsabile (di una «società stretta», come la chiama Leopardi) in Italia, crea viceversa una situazione caratterizzabile soltanto come «dissipazione giornaliera e continua senza società». Da qui deriva quell’abito detestabile di «indifferenza profonda, radicata ed efficacissima verso se stessi e verso gli altri» che costituisce «la peggior peste de’ costumi, de’ caratteri, e della morale». L’assenza di compassione (oggi diremmo di senso civico) degli italiani è un abito di cinismo e ben si rappresenta nella qualità maligna del riso in cui generalmente si esprime: «gl’italiani ridono della vita: ne ridono assai più, e con più verità e persuasione intima di disprezzo e freddezza che non fa niun’altra nazione». Invece del legittimo amore di sé, che non esclude un sentimento di partecipazione alla vita, alla felicità e al dolore dell’altro, si riscontra il più freddo e coerente egoismo, che impoverisce ed umilia lo stesso sensus sui. Al posto della partecipazione e della pietà, si sostituisce l’attitudine a «ridere indistintamente e abitualmente d’ogni cosa e d’ognuno, incominciando da sé medesimo».

Nelle coeve pagine dello Zibaldone il tema trova un singolare approfondimento psicologico e morale. Leopardi vi traccia uno specifico programma pedagogico, rivolto alla debolezza dell’uomo moderno (in contrasto con la forza virtuosa dell’uomo antico). Erroneamente, si tende a far derivare l’egoismo e l’individualismo dei moderni da un esagerato amore di sé, laddove esso ne rappresenta la patologia, un «indebolimento della vitalità e forza del carattere» (Z, 3291). Se fosse vero il contrario, se l’attitudine a «non pensare che a se stesso, non operare che per se stesso immediatamente, rigettando l’operare per altrui con intenzione lontana e non ben distinta» fosse naturale, allora «i vecchi, i moderni, gli uomini poco sensibili e poco immaginosi sarebbero meno egoisti dei fanciulli e dei giovani, degli antichi, degli uomini sensibili e di forte immaginazione», mentre è vero il contrario. Egoismo e altruismo non sono che diverse assuefazioni dell’amor proprio, viziosa l’una, virtuosa l’altra, in dipendenza dal costume sociale e in proporzione inversa «alla vitalità e alla forza e attività dell’animo, e del corpo ancora». Leopardi individua con precisione l’interlocutore ideale, a cui vuole indirizzare il proprio ammonimento morale, riscontrando appunto in questa soglia tra forza e debolezza del carattere il maggior pericolo del nostro tempo (e della nostra nazione): «Il giovane (di forte immaginazione e sentimento), che fu dapprima «eroico nella virtù», quando, «per forza dell’esperienza, delle sventure, degli esempi, disingannato della virtù, arriva a lasciarla», non si arresta a un grado intermedio tra virtù e vizio, ma diviene «eroico nel vizio» (Z, 1473-1474). Pare assurdo, ma è vero che «l’uomo forse il più soggetto a cadere nell’indifferenza e nell’insensibilità (e quindi nella malvagità che deriva dalla freddezza del carattere)» è appunto «l’uomo sensibile, pieno di entusiasmo e di attività interiore», e ciò «in proporzione della sua sensibilità» (Z, 1648). Ad arrestare tale deriva viziosa, servono a poco le prediche morali e i ragionamenti edificanti, mentre è più utile e necessario quell’esercizio di sé e del carattere, in cui eccelleva l’uomo antico. In tal modo la forza dell’abito virtuoso, unendosi alla spiccata sensibilità dell’uomo moderno, sarà in grado di sviluppare l’antidoto necessario al veleno dell’egoismo e del narcisismo (come, con parole attuali, potremmo descrivere la “peste” del costume contemporaneo.

Mediante un parziale recupero delle naturali disposizioni alla virtù, all’abito di fredda irrisione, che deprime e cancella le qualità dell’uomo civilizzato, si contrappone qui il riso caldo e spontaneo di una rinnovata comunità di uomini, cooperanti alla virtù solidale. Alla forza irresistibile delle passioni tristi, quali l’odio, l’invidia, l’avarizia, la superbia, si oppone il rimedio dell’amicizia e di una rinnovata fraternità. Così Leopardi dipinge il sentimento naturale di compassione, come piacere collegato alla fragilità e debolezza: «vedi come la debolezza sia cosa amabilissima a questo mondo. Se tu vedi un fanciullo che ti viene incontro con un passo traballante e con una cert’aria di impotenza, tu ti senti intenerire da questa vista, e innamorare di questo fanciullo. Se tu vedi una bella donna inferma e fievole, o se ti abbatti ad esser testimonio a qualche sforzo inutile di qualunque donna, per la debolezza fisica del suo sesso, tu ti sentirai commuovere, e sarai capace di prostrarti innanzi a quella debolezza e riconoscerla per signora di te e della tua forza, e sottomettere e sacrificare tutto te stesso all’amore e alla difesa sua» (Z, 108). Essa è l’unica qualità o passione umana che non abbia una visibile componente di amor proprio. La si può quasi definire un miracolo della natura. Essa ci fa provare un sentimento «affatto indipendente dal nostro vantaggio o piacere, e tutto relativo agli altri, senza nessuna mescolanza di noi medesimi».

Mentre la compassione è un sentimento individuale (e questo è il suo limite morale), Leopardi è però alla ricerca di una sua variante (una possibile, nuova assuefazione sociale), capace di conferirle autentica generalità e universalità. Egli la individua facilmente nella cura, in quanto disposizione sentimentale opposta alla noncuranza dell’«indifferente». Si tratta di un sentire «affine» alla compassione, ma da essa «distinto», quale si manifesta nella «pena» vivissima, che proviamo nel vedere, per esempio, «un fanciullo fare una cosa la quale noi sappiamo che gli farà male» o «un uomo che si esponga a un manifesto pericolo; una persona vicina a cadere in qualche precipizio, senz’avvedersene. E simili» (Z, 516). Queste manifestazioni vanno distinte da quelle apparentemente simili della compassione: la quale «vien dietro al male, e non lo precede, o accompagna»; trattandosi piuttosto di preoccupazioni rivolte a «mali non ancora accaduti». Anche in tal caso, si tratta di fenomeni non immediatamente riconducibili all’amor proprio, in cui si rivela una speciale «provvidenza» naturale: «par che la natura nostra abbia una certa cura di ciò ch’è degno di considerazione, e una certa ripugnanza a vederlo perire, sebbene affatto alieno da noi. L’orrore della distruzione (la quale si potrebbe in ultima analisi riportare all’amor proprio) non par che abbia parte in questo, almeno principalmente. Noi vediamo perire tutto giorno senza ripugnanza, o cura d’impedirlo, mille cose di cui non facciamo conto». Come in Schopenhauer (ma con immensa distanza dal suo sentire misantropico), Leopardi individua in questa forma estrema di partecipazione emotiva quel miracolo etico (Wunder), in grado di riscattare (se non proprio di redimere in toto) la colpa morale. Egli ne fornisce la precisa definizione: «cura» per la «conservazione di tutto il buono, (osservate queste parole, le quali potrebbero estender di molto questo pensiero, p. e. al morale, al bello di ogni genere e immateriale ecc.), e impedirne la distruzione». Esso pare istillato all’umanità «in solido», quasi che la perdita della minima particella di questo bene, potesse danneggiare «positivamente ciascuno per la sua parte» (Z, 519).

Ritroveremo lo stesso sentimento, la stessa disposizione virtuosa al bene e alla giustizia, nelle tanto citate (ma difficilmente intese) parole della Ginestra. In quelle allusioni alla «social catena» quale ultima barriera contro le forze distruttive della natura, aggravate dall’odio sociale e dalla indifferenza morale dei singoli. Oggi non leggiamo più quelle allusioni come sintomo di progressismo in Leopardi, ma possiamo certamente recuperarle come indicazione di una praticabile terapia all’ingiustizia dilagante a livello planetario. Gabriele Nissim, parlando della funzione educativa dei Giardini dei Giusti, rivolta alla cura delle future giovani generazioni, ha espresso molto bene il concetto, di cui anche un Leopardi (riletto e rivisitato con sensibilità morale contemporanea) ci può parlare. Affinché l’amor proprio vinca la tendenza egoistica, traducendosi in compassione, ci vuole forza e vivacità di sentimento (qualità proprie del giovane). Invece l’egoista «lusinga il suo amor proprio», illudendosi di non essere egoista, ma compassionevole»(Z, 3480). È la falsa pietà, che si traduce in facile e gratuita commiserazione per i vinti del nostro odierno competere senza fine e senza scopo: se non l’accresciuto dolore e disagio individuale e collettivo (l’«aiutiamoli a casa loro»: con cui si esprime il politico italiano, non troppo dissimile dall’antico). Una diversa educazione sarà invece capace di suscitare nel giovane un diverso sentire e una diversa forma di piacere morale: «Questo piacere ha bisogno di una delicatezza e mobilità di sentimento o facoltà sensitiva, di una raffinatezza e pieghevolezza di egoismo, per cui egli possa come un serpente ripiegarsi fino ad applicarsi ad altri oggetti e persuadersi che tutta la sua azione sia rivolta sopra di loro, benché realmente essa riverberi tutta ed operi in se stesso e a fine di se stesso, cioè nell’individuo che compatisce» (Z, 519). A questa pieghevolezza serpentina dell’egoismo (leggi: narcisismo), Leopardi affida la possibile correzione del cattivo costume moderno.

Una morale dell’esempio (come la morale dei Giusti) risulterà qui più efficace di ogni discorso o appello ideologico alla giustizia. L’uomo contemporaneo, inaridito nei sentimenti, e che ha eccessivamente indebolito la molla dell’amor proprio, diviene realmente incapace di compassione. Chi ha smarrito ogni speranza di vera felicità, diventa indifferente alla altrui infelicità. L’abito della sventura rende addirittura crudeli. Anziché al «miracolo» della compassione, siamo quotidianamente posti di fronte allo stupore per il suo rarefarsi: i più adatti a provarla sarebbero i giovani, ma essi sono inesperti del dolore. Viceversa nei vecchi, a cui la assuefazione alla sventura dovrebbe suggerire una delicata pietà altruistica, assistiamo allo spettacolo del più sordido egoismo. Tanto preveggente ammonimento non deve stupire in Leopardi. Giovane meraviglioso: lo ha descritto una corriva retorica filmica; amico autentico e spirito fraterno per noi epigoni di una umanità invecchiata (ma non ancora estinta), preferisce invocarlo l’inquieta interrogazione morale del nostro oggi e domani

Amedeo Vigorelli, docente di Filosofia morale all'Università degli Studi di Milano

Analisi di Amedeo Vigorelli, docente di Filosofia morale all'Università degli Studi di Milano

24 settembre 2018

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