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Il senso delle parole: profezia

di Amedeo Vigorelli

«E, per concludere, vorrei chiedervi un aiuto concreto per oggi, per questo tempo. Vi invito ad accompagnarmi nella profezia per la pace — Cristo, Signore della pace! Il mondo sempre più violento e guerriero mi spaventa davvero, lo dico davvero: mi spaventa —; nella profezia che indica la presenza di Dio nei poveri, in quanti sono abbandonati e vulnerabili, condannati o messi da parte nella costruzione sociale; nella profezia che annuncia la presenza di Dio in ogni nazione e cultura, andando incontro alle aspirazioni di amore e verità, di giustizia e felicità che appartengono al cuore umano e che palpitano nella vita dei popoli». 

Sono le parole conclusive del discorso tenuto da Papa Francesco in occasione dell’udienza concessa ai membri di Comunione e Liberazione il 15 ottobre scorso, per il centenario della nascita di Don Giussani. Vorrei prescindere del tutto dall’occasione in cui furono pronunciate e dagli interlocutori cui erano rivolte, per riflettere sulla semantica dei due termini — profezia e pace — associati dal pontefice in una endiadi indissolubile. Queste riflessioni mi sono suggerite dalla lettura di due editoriali recentissimi pubblicati su Gariwo.net, nel cui sottinteso giudizio politico mi ritrovo, ma che sono forse suscettibili di una migliore ponderazione. Quello di Giovanni Cominelli, Piccola radiografia del pacifismo italico e quello di Gabriele Nissim, Così Putin sta manipolando (anche) il nostro istinto di sopravvivenza, già apparso sul Foglio del 10 ottobre.

Cominelli denuncia la oscillazione dei cattolici (conseguente alla ondivaga presa di posizione del pontefice) tra una tentazione di equidistanza tra i due belligeranti e una adesione un po’ tardiva alle ragioni della nazione invasa, dettata dal catechismo della chiesa cattolica, ossia dal diritto all’autodifesa e alla resistenza, che ha una lunga tradizione nel diritto naturale tomistico. Per quel che concerne le posizioni di papa Francesco, sembra suggerire che possano avere una motivazione religiosa (nel senso meno nobile del termine), nella volontà di contrapporsi alla crociata della chiesa ortodossa moscovita, che ha contrastato in passato la libertà religiosa dei cattolici nelle terre ex sovietiche. Per quanto riguarda invece le prese di posizione del cattolicesimo politico (ben rappresentate dal quotidiano dei vescovi Avvenire) ne denuncia il larvato anti-americanismo (che ben si coniuga con le posizioni del falso pacifismo di sinistra) e un più sottile errore teologale: la dimenticanza della natura corrotta dell’uomo e della persistenza del peccato originale (sic!). All’agostinismo delle origini si sarebbe sostituito un pericoloso rousseauianesimo, confinante col buonismo utopico delle ideologie catto-comuniste. Non so quanto di ironia ci sia in quest’ultima argomentazione, che ricalca le tesi di un Del Noce nel Suicidio della rivoluzione, ma vi colgo un eccesso di volontà polemica fuori luogo.

Se confronto queste argomentazioni con la appassionata perorazione di Francesco non mi ritrovo nella riduzione della profezia cristiana a utopia (in una involontaria ripresa delle ironie machiavelliane sui profeti disarmati). La drammatica invocazione al signore della pace (in cui risuona l’autentica indignazione profetica) è una dura presa di distanze da questo mondo sempre più violento e guerriero che mi spaventa. Non so (immagino di sì, conoscendo la sua non superficiale conoscenza della storia della filosofia) se Cominelli vi coglie l’eco della invettiva anti-cartesiana di Pascal! Contro il dio dei filosofi si invoca il dio degli umili, dei poveri di spirito, abbandonati e vulnerabili, condannati o messi da parte nella costruzione sociale. Fino a quando saranno questi a dover sostenere il prezzo della civiltà e del progresso? Non penso che Francesco, nelle sue accorate denunzie del bellicismo (lo spirito guerriero) dei produttori e commercianti di armi consideri la politica degli armamenti il responsabile unico delle guerre (invertendo, come sostiene Cominelli, l’ordine dei fattori), ma si limiti piuttosto a denunciare lo scandalo morale di una civiltà che non ha ancora elaborato un tabu morale riguardante la guerra, ad un secolo di distanza dalla lucida analisi di un Einstein e di un Freud.

La rivendicazione delle risorse di amore e verità, di giustizia e felicità che appartengono al cuore umano e che palpitano nella vita dei popoli può suonare retorico a chi ha sposato le tesi del realismo politico, dimenticando la differenza tra utopia e profezia. Perché ironizzare sul finto pacifismo e sulla indignazione pelosa di certa sinistra (indubbiamente preponderante nel nostro paese) e dimenticare quello autentico e profetico di tanti testimoni della giustizia e dello spirito libero (che i lettori di Gariwo non hanno certo bisogno di elencazione)? Perché insistere solo sul buon diritto e lo spirito di sacrificio del popolo ucraino (con la conseguente demonizzazione della ignavia dell’Oblomov russo), senza paventare il pericolo in cui incorre la stessa vittima, di coltivare un revanscismo e un risentimento secolari verso il vicino? Siamo ammirati e stupiti dal patriottismo ucraino, che identifichiamo nel migliore spirito europeo, ma siamo così ingenui da non misurare le conseguenze inevitabili che un procrastinarsi indefinito della guerra guerreggiata avrà su quella stessa Europa, che fino a pochi mesi orsono considerava gli Ucraini una parte dell’Est, al punto da non impegnarsi in un serrato confronto diplomatico con lo “sconfitto” avversario sovietico? E qui vengo al secondo articolo, di Nissim.

La scelta di Isván Bibó come testimone della temperie bellica attuale è davvero centrata, e testimonia della capacità del presidente di Gariwo di intervenire sul terreno della politica con quella consapevolezza profetica (di un profetismo laico) necessaria a non cadere nei riduzionismi del politicismo. Nella sua biografia esemplare Bibó ha dato prova di quella capacità di resilienza (mi si perdoni il termine abusato) che caratterizza i Giusti. Nell’opportuno rimando a Spinoza (il terzo dei grandi seicentisti, accanto a Pascal e Leibniz) Nissim sa distinguere tra l’autentico coraggio morale, che non sopprime il conatus all’autoconservazione (con l’affetto connesso della paura), dalla temerarietà dello spirito di eroismo, legato sovente alle opposte passioni di amore e odio). È un utile ammonimento a non cadere nella retorica dello spirito guerriero, dimenticando la fragilità e l’esigenza di redenzione e di perdono costantemente presente nella vita dei popoli. Da questo punto di vista, mi spingo a dire che i due interventi (pur nella diversità dello stile) si completano a vicenda, evitando possibili fraintendimenti. È più urgente distinguere tra una forma autentica e una servile di pacifismo, in una linea corriva con il giornalismo di stato, o è più forte il richiamo allo spirito di indipendenza e di profezia della morale? È così importante non essere scambiati per moralisti, quando si paventano le conseguenze di una guerra perpetua (quasi fosse quella inesorabile guerra dello spirito su cui pontificavano i filosofi italiani ai tempi della Grande Guerra), e non piuttosto farsi testimoni di pace (con tutte le armi a nostra disposizione), pensando al dopo-Olocausto? Auschwitz non finisce mai, titolava un recente bellissimo libro a noi caro. Nemmeno l’attaccamento a amore e verità, giustizia e felicità, deve per questo cessare o assopirsi nei cuori dei popoli liberi.

Amedeo Vigorelli, docente di Filosofia morale all'Università degli Studi di Milano

Analisi di

19 ottobre 2022

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