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Il surf sulle onde della paura

di Giovanni Cominelli

Donde viene il Negativo, che affiora dalle nostre società, che si coagula negli Stati-nazione e esplode nelle relazioni internazionali?
Il Negativo: la chiusura, la paura, l’odio, l’aggressività, la cancel culture, le persecuzioni e i pogrom, di cui sono vittima le minoranze etniche e religiose, gli ebrei e i cristiani per mano dei musulmani e degli indù e i musulmani per mano indù, in Medioriente, in Asia, in Africa.

Il Negativo: il neo-nazionalismo, nelle sue varie declinazioni sovraniste, populiste, bianco-suprematiste, con le loro relative espressioni politiche, il trumpismo, il putinismo, l’orbanismo, il salvinismo - nel suo piccolo! – il brexitismo ecc…ecc…

Donde viene? Viene dagli individui. Non cala dall’alto, dalla politica e dalle istituzioni. La corrente sale dal basso. Poi, come sempre, sorgono dalla società degli imprenditori politici che fanno il surf sulle onde della paura. Ma il fatto è che le onde sono reali.

Capirne le cause è la prima condizione per tentare di sciogliere l’urto di queste onde in un mare più tranquillo. Senza illusioni. La storia umana, che si è svolta fin qui, non ha mai avuto requie pacifiche, è un fiume di sangue. Il Negativo ne è parte costitutiva. Ogni generazione ne deve portare e porta il peso. Quando Llyod George uscì da Versailles nel 1919, commentò criticamente che la pace siglata sarebbe durata trent’anni. Durò solo venti. E quando Churchill uscì da Yalta, era tutto felice, perché, scrisse a Eden, “abbiamo garantito la pace in Europa almeno per cinquant’anni”. Correva l’anno 1945. La guerra è arrivata in Europa, più tardi, nel 2022, dopo settantasette anni. Ma é arrivata. Per ogni epoca la questione pace/guerra è dirimente. A quel crinale si arriva se l’accumulazione di paure, odi, chiusure raggiunge gli Stati ed esonda nelle relazioni internazionali.

Non esiste una “causa causarum”, che non è comunque la stessa sotto i due emisferi. Se parliamo di trumpismo e dei suoi imitatori, è evidente che ci troviamo in Occidente, in quell’”Occidente collettivo”, di cui parla Putin, cui lui stesso appartiene, anche se sta tentando di costruire un’alternativa asiatica. La causa o il fascio di cause, quassù, nel nostro emisfero, è la fine di un’egemonia economica, politica e culturale mondiale. Come fa notare Andrea Graziosi, negli anni Sessanta la produzione mondiale era attribuibile all’Occidente per il 70%, oggi è scesa al 40%. Quanto ai numeri della demografia sono spietati. La popolazione europea, all’inizio del secolo scorso, era il 25% della popolazione mondiale, oggi è inferiore al 10%. Così come quelli della ricerca scientifica e tecnologica. Basta dare uno sguardo all’“Index annuale” della Rivista scientifica Nature. Il mondo della globalizzazione nato nel 1492 ha cambiato struttura.

Non sono più solo “i Bianchi” a deciderne le dinamiche. I due nuovi fuochi dell’ellissi mondiale si sono spostati dall’Europa all’Asia e dall’Atlantico al Pacifico. Il “Mondo bianco” che ha forgiato la Storia per secoli, oggi è minoranza. I non-Bianchi lo sanno.

Calo demografico, invecchiamento, estinzione di vecchie classi e di ceti lavorativi hanno generato paura in ciascuno di noi, coinvolto o perché anziano o perché obsoleto professionalmente o perché giovane e senza un futuro visibile o perché letteralmente alienato dentro le nuove forme della comunicazione e delle relazioni o perché lasciato indietro da chi corre di più.

C’è un sole che sta salendo all’orizzonte e un sole che sta scendendo. Chi era illuminato da quest’ultimo non ha bisogno di raffinate analisi geopolitiche per capirlo. Lo sente in casa propria. Il disordine del mondo che ne è derivato, lo sconvolgimento dei vecchi equilibri tra le potenze, l’ascesa della Cina, dell’India, della Nigeria, del Brasile, l’agonia sociale di molte aree degli Usa e dell’Inghilterra e delle aree interne in Italia, la caduta demografica europea, la pressione da Sud dell’Europa di un’Africa in pieno vigore demografico, il declino della Russia provocano domande senza risposta e paure oscure in tutte le fasce generazionali: nei giovani, che a malapena intravedono un futuro, negli adulti minacciati dalle trasformazioni tecnologico-produttive, negli anziani, che vedono assottigliarsi il Welfare insieme agli anni che restano. A queste angosce danno corpo le ideologie e la politica e, nel caso della Russia, la guerra.

La globalizzazione ha scosso il mondo come non mai, ha fatto saltare confini e culture nazionali, ha messo in movimento milioni di persone, ha trasformato le persone concrete, radicate in tradizioni, territori, reti sociali in cittadini astratti universali, in potenziali apolidi cosmopoliti.

La globalizzazione ha proposto una nuova forma di alienazione più profonda e omnipervasiva di quella classica denunciata da Marx. Abbiamo perso il controllo delle nostre vite, che paiono decise da forze potenti e oscure dell’economia, della finanza, del clima… Perciò, la reazione di chi è travolto dai flutti è attaccarsi alla zattera più vicina..

La reazione collettiva più facile ed evidente è quella dell’etno-nazionalismo.

Alla base della costruzione degli Stati nazionali sta storicamente la pretesa di una corrispondenza biunivoca ed omogenea tra lingua, religione, nazione, Stato. Lo ricorda Edgard Morin, attraversando a tutta velocità la storia della Francia e dell’Europa. In Francia, in Spagna, in Inghilterra un’etnia forte ha sottomesso sanguinosamente quelle più deboli militarmente e ha imposto le proprie leggi e istituzioni come “universali”. In Germania questo ruolo è stato svolto dalla Prussia. In Italia il Piemonte piemontese ha annesso il Sud borbonico, al prezzo di una guerra civile con decine di migliaia di morti.

Sono rari nella storia i casi di statualità plurietnica. O le statualità imperiali o quelle nazionali quali Svizzera e Belgio. E se volgiamo lo sguardo all’Est-Europa e ai Balcani, la costituzione degli Stati nazionali ha significato più che altrove sottomissione o espulsione o genocidio delle nazionalità minori. Il processo di identificazione tra Nazioni e Stato, con esiti genocidari, è arrivato fino alle soglie del Duemila. Il penultimo episodio è quello delle guerre jugoslave. L’ultimo sta accadendo sotto i nostri occhi in questi mesi: la Russia di Putin vuole tornare ad essere uno Stato-impero, assorbendo nel “Mondo russo” la nazione ucraina. Alla fine, è una guerra di distruzione delle città ucraine.

La regressione all’etno-nazionalismo, tradotta politicamente in sovranismo, porta con sé il ritorno alla violenza civile e alla guerra con altri Stati.

Il modello europeo di Stato mono-etnico, mono-culturale, mono-linguistico, mono-religioso, che l’Europa ha imposto al mondo, non è più in grado di contenere pacificamente la complessità delle società civili nell’epoca della globalizzazione.

La sfida della pace passa per la costruzione di statualità etno-federali. Vale per l’Europa, vale anche per l’India indù e mussulmana, vale per la Cina e vale, soprattutto per l’Africa, dove i confini statali tracciati dalle potenze europee nella Conferenza di Berlino del 1884 hanno brutalmente fatto strazio di quelli “naturali” delle etnie e hanno creato i presupposti per infinite stragi tribali, per il genocidio del Ruanda, per le guerre eritreo-etiopiche...

Si tratta di distinguere la “polis” dal “demos/etnos”, cioè lo Stato dal popolo, etnicamente – lingua, tradizioni, religione - inteso.

Per noi Europei, si tratta di riprendere con vigore il vecchio sogno federalista. I popoli europei, con le loro tradizioni, le loro lingue, la loro drammatica e affascinante storia costituiscono nel mondo una comunità di valori, che va ben oltre i singoli Stati. La possono far valere solo se le conferiscono potenza politica. E questa non può essere un Super-Stato, ma neppure una Confederazione litigiosa e paralizzata di governi, così com’è ora. Serve uno Stato demo-federale, che esprima un’unità di governo della politica estera di difesa, di moneta e che abbia maglie abbastanza larghe per fare posto alle comunità territoriali, non importa quanto grandi, linguistiche, religiose, culturali. La costruzione degli Stati Uniti d’Europa è certamente impresa più difficile di quella che ha portato agli Stati Uniti d’America. I quali parlavano, tanto per incominciare, un’unica lingua. Ma la struttura federale che si sono dati ha potuto integrare gli imponenti movimenti di immigrazione etnico-religiosi-culturali provenienti dall’Europa e in questi decenni dall’America latina.

Se gli Europei non riusciranno a realizzare gli Stati Uniti d’Europa, saranno schiacciati da altre placche tettoniche. O diventeranno l’appendice di un mondo euroasiatico o il Nord dell’immenso continente africano. La storia delle civiltà è piena di ascese e cadute di Imperi. La storia insegna che il richiudersi in mediocri sovranismi ne ha accelerato la scomparsa.

Giovanni Cominelli, giornalista

Analisi di

4 novembre 2022

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