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Il viaggio di uno scrittore

di David F. Shamoon, sceneggiatore del film "In Darkness"

C’è voluta una frase su un giornale di Toronto per iniziare un viaggio di otto anni che mi ha portato nelle fogne di Lviv, Ucraina (Lvov, Polonia, durante la Seconda guerra mondiale), in un luogo con un freddo pungente ai leggendari Babelsberg Studio appena fuori Berlino e in una buia sala montaggio a Toronto. Questo viaggio però mi ha portato anche in uno dei momenti più bui della storia umana.

L’articolo sul giornale di Toronto parlava de I Giusti, il libro di Sir Martin Gilbert che ha catalogato questi individui incredibilmente coraggiosi che hanno rischiato non solo la loro vita, ma anche la vita delle loro famiglie, aiutando gli ebrei a sfuggire alle grinfie dei nazisti durante l’Olocausto.

La frase che mi ha fatto riflettere recitava: “Un ladro cattolico polacco nascose un gruppo di ebrei nelle fogne di Lvov, che lui conosceva bene perché quello era il luogo in cui nascondeva il suo bottino e perché in quel momento lavorava come operaio fognario”. Ho subito desiderato saperne di più di questa persona, perché la frase lasciava aperte diverse questioni, prima tra tutte: cosa spinge un criminale, o chiunque altro, a rischiare la sua vita e quella della sua famiglia per aiutare dei perfetti sconosciuti? Ho compreso che ci doveva essere un profondo percorso emotivo, psicologico e fisico compiuto da questo uomo.

Dopo averlo contattato, Sir Martin mi ha segnalato gentilmente il libro sulla storia di quell’uomo, In the Sewers of Lvov, di Robert Marshall. Pubblicato nel 1991 e non più in ristampa, sono riuscito a ottenere l’ultima copia da Amazon. Quando l’ho letto, la storia mi ha caricato, perché conteneva tutti gli aspetti di un perfetto dramma teatrale: un eroe imperfetto, una suspence a prova di nervi, romanticismo, una tragedia strappalacrime, personaggi reali coinvolti in una situazione disperata. La storia aveva anche un tratto di commedia dark: Leopold Socha, il ladro operaio delle fogne, in passato aveva derubato il negozio di gioielli dello zio di Paulina Chiger, una degli ebrei che stava proteggendo! Come sceneggiatore, trovavo la storia irresistibile.

Ma come figlio di genitori che hanno lasciato Baghdad per scappare dalla persecuzione degli ebrei in Iraq, questa storia mi parlava anche a un livello più profondo. Così ho acquisito personalmente i diritti del libro per farne un film, e ho passato l’anno successivo facendo ricerche su quel periodo e scrivendo una bozza di sceneggiatura. All’inizio ho fatto due scelte difficili: non avrei addolcito nessun personaggio ebreo - erano tutti profondamente imperfetti, qualcuno di loro era stato un truffatore o un venditore al mercato nero. C’erano divisioni di classe tra loro, in particolare tra il borghese Ignacy Chiger e il grossolano Janek Grossman. La seconda scelta fu quella di limitare la descrizione delle atrocità. C’erano due ragioni per questo: il pubblico è già a conoscenza dell’entità dell’orrore e della violenza di quel periodo, grazie a film come Schindler’s List. La seconda ragione era più banale: mentre facevo le ricerche per la sceneggiatura ho realizzato che molti di quegli eventi erano troppo estremi anche solo per cercare di ricrearli. Qualunque tentativo in tal senso sarebbe stato un atto di mancanza di rispetto per le vittime. 

In effetti scrivere la sceneggiatura ha presentato qualche altra sfida. Non si sapeva molto del Leopold Socha uomo, così il suo percorso interiore da uomo opportunista che ha aiutato gli ebrei solamente per denaro all’uomo che si è sentito costretto a salvarli a tutti i costi - incluse le vite di sua moglie e sua figlia - doveva essere scritto ex novo per il pubblico.

Alcuni personaggi sono stati creati, altri eliminati o combinati per chiarezza. Alcuni eventi sono stati alterati o inventati. Ma la vera anima della storia è rimasta intatta. Come Krystyna Chiger, l’unica persona ancora in vita del gruppo descritto, ha detto dopo aver visto il film, “L’hai catturata. Era esattamente così”.

Dopo aver finito la sceneggiatura, un noto regista e produttore di Hollywood voleva realizzare il film, ma sentivo con forza che questa storia non avrebbe mai dovuto essere “Hollywoodizzata”. Un amico inglese mi ha suggerito la regista ideale: Agnieszka Holland. Come ammiratore di lungo corso del suo lavoro, sapevo che lei era assolutamente la persona giusta, quindi le ho inviato il copione attraverso il suo agente, che però non lo ha mai mostrato alla regista (ora quell’uomo non è più il suo agente!). Tuttavia, una della compagnie di produzione a cui avevo mandato il copione era la The Film Works, i cui responsabili Eric Jordan e Paul Stephens avevano lavorato con Agnieszka in passato. Avevo trovato i partner ideali.

Ma era solo l’inizio di altri cinque anni passati a cercare di fare il film. Agnieszka, sebbene molto utile nell’offrire suggerimenti fin dall’inizio, ha rifiutato il progetto - due volte. Il motivo era che noi - la compagnia co-produttrice tedesca Schmidtz Katze Filmkollektiv e quella polacca Zebra Films incluse - insistevamo affinché il film fosse in inglese. Agnieszka però sentiva che la storia, che era così radicata in un determinato luogo e in un determinato tempo, doveva essere raccontata nelle lingue originali: polacco, tedesco, yiddish, ucraino... Se volevamo lei come regista - e lo volevamo fortemente - il film doveva essere in queste lingue. Col senno di poi, aveva assolutamente ragione.


Lavorando con Agnieszka e i produttori, il copione ha visto molte versioni. La rovina di ogni sceneggiatore, specialmente per uno con relativamente poca esperienza, è scrivere troppo. Ms. Hollande ha però fatto sì che ciò non accadesse. Oltre a essere un enorme privilegio, collaborare con lei è stato come prendere un PhD in scrittura di film.

Il sogno di ogni sceneggiatore è vedere le immagini, che inizialmente risiedono solo nella sua immaginazione, apparire sullo schermo. Nel caso di In Darkness, le immagini addirittura “esplodevano” sullo schermo. Guidati da Agnieszka, tutti gli artisti, specialmente il cast superbo, hanno riversato i loro cuori e le loro anime nel film, e penso che ciò si noti. Dimenticatevi del “fascino di fare i film”, questa pellicola è stata  un lavoro incredibilmente impegnativo, a volte estenuante! La mia gratitudine per ogni singola persona coinvolta è immensa.

La mia più grande speranza è che l’esempio di Leopold Socha possa ispirare altri così come ha ispirato me. Così come altri Giusti, non era un santo, e questo fa della sua vicenda una storia universale. Leopold era solo un uomo ordinario che ha fatto alcune scelte cruciali e ha computo azioni straordinarie.

David F. Shamoon, sceneggiatore del film "In Darkness"

Analisi di David F. Shamoon, sceneggiatore del film "In Darkness"

20 febbraio 2013

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