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​Immergersi e perdersi nell’amicizia, come Montaigne

di Gabriele Nissim

Vorrei consigliare agli studenti e alle persone che sono chiuse in casa la lettura di due testi classici sul valore dell’amicizia che sono di una utilità straordinaria per una riflessione sulla nostra condizione di oggi.

Si tratta innanzitutto di Laelius de amicitia di Cicerone, dove l’autore si immagina un dialogo filosofico di Gaio Lelio nel 129 a.C. con i suoi generi Gaio Fannio Strabone e Quinto Mucio Scevola, dopo la morte di Scipione Emiliano. Nel corso dell’incontro emergono tutte le grandi problematiche sui meccanismi dell’amicizia. Cicerone ci offre un vero e proprio trattato pratico dove, partendo dal valore della gratuità e della sincerità anteposta ad ogni interesse particolare, da delle vere proprie istruzioni su come costruire una relazione con un amico.
Scrive Cicerone: “Chi concepisce l’amicizia in funzione dell’interesse distrugge il suo vincolo più dolce, perché noi non godiamo tanto dall’utilità che ci viene dall’amico, quanto dal suo stesso affetto; e quel che ci viene da lui è gradito, quando ci viene assieme al suo amore.”

Il secondo testo lo ritroviamo in un capitolo dei Saggi di Michael de Montaigne, pubblicati a Parigi nel 1588, Dell’amicizia, dedicato al suo giovane amico scomparso Étienne La Boétie, autore della Servitù volontaria - un grande libro che descrive i comportamenti degli esseri umani nella dittatura.
Montaigne da così importanza al coinvolgimento totale nell’amicizia da ritenere che lo si possa essere pienamente con una sola persona.

Perché interrogarci oggi sull’amicizia?
Perché è oggi un antidoto contro la solitudine che proviamo nel distanziamento sociale a cui siamo costretti per evitare la diffusione del virus. Oggi ognuno di noi può mettere un freno alla tristezza e alla paura prendendosi cura del proprio amico e andando a ricercare, con una mail o una videochiamata, chi non sentiamo da molto tempo o chi intuiamo che se ne stia in silenzio perché ha perso il suo coraggio.
Il virus non colpisce solo il corpo, ma anche lo stesso carattere delle persone perché, venendo meno le relazioni sociali, ognuno avverte la sua fragilità.

In questa emergenza ci accorgiamo improvvisamente (e forse ci potrebbe fare bene, perché ci fa cogliere il limite del nostro ego e di quanti stupidamente si fanno trascinare dalla vanità personale) che la potenza di ognuno, il conatus di cui parla Spinoza, non deriva esclusivamente dal proprio talento, dalla ricchezza, dalla fortuna, ma dal vivere, gioire, lavorare assieme agli altri. Venendo meno la possibilità di fare comunità negli stadi, negli uffici, nei campi sportivi, nei cinema, nei teatri, ci accorgiamo che quando si è soli si diventa poca cosa perché l’uomo è nato per essere un animale sociale.

C’è però una uscita di sicurezza che ci permette di ritrovare la forza e la speranza.
È quella di ricuperare un rapporto individuale con un amico.
È un modo per prendersi cura di una persona prossima che ha bisogno di essere sostenuta e sollevata di morale. Ci accorgiamo così di essere indispensabili per il suo umore, per dare un senso alla sua giornata. Chiacchierando con lui avremo la sensazione di avergli fatto del bene in queste circostanze difficili. Saremo stati così il medico di un’anima inquieta.
Ma non è solo questo. È il gusto di ritrovare il piacere dell’amicizia senza un fine ed uno scopo. Non è infatti solo una terapia di consolazione. È la scoperta dell’arricchimento che deriva con la simbiosi con il nostro amico.

Pensare con l’altro è molto più produttivo che pensare da soli; confrontarsi, cambiare idea, specchiarsi nell’amico per scoprire i propri difetti e cercare così di migliorarsi è il più importante esercizio spirituale di cui parlavano gli antichi.
L’amicizia con l’altro dà senso e forza alla nostra vita. È tutt’altra cosa il nostro viaggio nella vita rimanendo fedeli ad un amico.

Racconta così Montaigne la comunione spirituale che realizzò con La Boétie.
“Nell’amicizia di cui parlo le anime si mescolano e si confondono l’una nell’altra, in una fusione così completa da annullarsi reciprocamente e non trovare più la sutura che le ha unite. Se mi si obbligasse a dire perché l’amavo, sento che ciò si potrebbe esprimere solo rispondendo: 'Perché era lui, perché ero io'. Al di là delle mie parole e di quanto potrei aggiungere in particolare, vi è non so quale forza inesplicabile e fatale artefice di questa unione. Ci cercavamo ancora prima di esserci visti e per quello che sentivamo dire di noi e che, per qualche disposizione celeste, colpiva più la nostra sensibilità di quanto non facciano generalmente questi racconti; ci abbracciavamo attraverso i nostri nomi. E al nostro primo incontro, che avvenne per caso in una grande riunione festosa cittadina, scoprimmo di essere tanto attratti, così reciprocamente noti e legati l’uno all’altro, che nulla ci fu più vicino d quanto lo fossimo tra noi… La nostra amicizia basta a se stessa e solo a sé si rapporta. Non una considerazione particolare, né due, né tre, né quattro, né mille: è la quintessenza, che non saprei meglio definire, di tutta questa mescolanza che, impossessatasi della mia volontà, la portò ad immergersi nella sua; che impadronitasi di tutta la sua volontà, la portò ad immergersi e a perdersi nella mia, con eguale ardore, eguale slancio. Dico perdersi, a ragione, perché nulla serbammo che ci fosse proprio, né suo né mio.”

Immergersi nella vita di un amico, sentirsi una parte di lui, ricercare una simbiosi, porsi con lui tutte le domande inimmaginabili ci permette di ritrovare la forza nel ghetto della solitudine in cui ci siamo ritrovati. Non sostituisce la potenza che ci viene dal godimento delle relazioni collettive, ma ci aiuta a sopravvivere. È il trampolino che ci permetterà presto di rituffarci nella comunità.

L’amicizia ai tempi del Coronavirus non ha però solo un valore esistenziale, ma incredibilmente assume un significato politico per la società intera.
La paura della morte e la consapevolezza che la nostra salute non dipende solo dalla cura di sé, ma è spesso affidata al caso, scatena infatti gli istinti peggiori.
Molti sono portati a cercare il nemico a cui addebitare la colpa della situazione: i laboratori cinesi, l’Europa, la Germania, il governo, le amministrazioni, il politico di turno. Reagiscono con uno spirito di vendetta. Preparano l’elenco dei nemici da eliminare e le liste di proscrizione da cui dovrebbe iniziare la ricostruzione. Altri se la prendono con il vicino di casa, con chi va a correre per le strade, con il famigliare che non si dimostra all’altezza, con l’extracomunitario che fa la spesa al supermercato e sembra non sufficientemente protetto.

Sui social leggiamo tante parole malvagie di chi ama creare le sue piccole tribù e lanciare anatemi contro il nemico di turno.
Ci accorgiamo spesso che anche i nostri amici si lasciano qualche volta trascinare da queste reazioni.
Sono la punta di un iceberg dei gravi rischi che corre l’intera umanità. Ci sono molti, in tutti gli angoli del pianeta, che invece di ricercare la massima solidarietà contro un nemico comune sono più preoccupati di cercare delle occasioni per aizzare l’odio e le contrapposizioni a livello politico e umano. Ritengono che per salvarsi ognuno dovrebbe prima pensare a se stesso, come è accaduto quando i naufraghi del Titanic gettavano in mare perfino i propri conoscenti per prendere un posto sulle scialuppe di salvataggio. Vogliono affrontare la guerra al virus con nuove guerre tra gli uomini.

Il gusto e il piacere dell’amicizia può essere un terapia a tutto questo.
Ce lo ricorda Cicerone quando scrive che l’amicizia vera ci sprona ad essere buoni: “Io posso soltanto esortarvi ad anteporre l’amicizia ad ogni altro bene terreno, perché niente come l’amicizia risponde tanto bene alla natura umana, niente, come l’amicizia, si adatta alla prosperità e alla sventura. Ma questo prima di tutto: che l’amicizia non può esistere se non fra buoni.”
Il politico-filosofo romano con il suo trattato sull’amicizia cercava di insegnare il valore della virtù nelle relazioni umane. Si può godere la bellezza dell’amicizia soltanto quando si è alla ricerca del bene reciproco.
“L’amicizia la natura ce l’ha data perché sproni la virtù, non come compagna di vizi; c’è la data perché la nostra virtù, che da sola non può attingere il supremo bene, vi giunga strettamente congiunta alla virtù dell’amico. E se esiste tra amici, o esistette o mai esisterà, una tale alleanza, essa è la migliore, bisogna convincersene, la più felice premessa per un cammino comune verso il supremo bene della natura.”

Oggi è un tempo dove ci appaiono del tutto ridicole le divisioni e gli egoismi in Europa, le contrapposizioni tra israeliani e palestinesi, i fondamentalismi religiosi dall’Iran all’Arabia Saudita, la supponenza di Trump e il suo stupido ego che lo ha portato a disegnare la politica di America first.
Il virus ha ridimensionato ogni forma di hubris, la definizione greca che meglio descrive le vanità degli esseri umani che pensano di realizzare da soli la propria potenza senza una condivisione con gli altri e che si illudono di essere invulnerabili.

Il meccanismo dell’amicizia di cui ci parlano i due grandi maestri, Cicerone e Montaigne, è prima di tutto una terapia individuale a cui ci possiamo aggrappare in questa emergenza. Ma se ci ragioniamo e la viviamo con grande intensità, ci fa comprendere la bellezza non solo di essere amico con una persona sola, come pensava Montaigne, ma con l’intera umanità.
Ecco perché questo virus potrebbe anche diventare l’occasione per rompere le stupide barriere che dividono il mondo.

Lo stupore dell’astronauta italiano Parmitano, che guidando la Stazione Spaziale Internazionale osservava i colori meravigliosi del nostro pianeta e provava un improvviso senso di amore che gli procurava una gioia immensa, è un sentimento alla portata di tutti.

Da qui nasce la speranza, che è l’unico Dio a cui affidarci.

Gabriele Nissim, presidente di Gariwo

Analisi di Gabriele Nissim, presidente di Gariwo

30 marzo 2020

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