Gariwo: la foresta dei Giusti GariwoNetwork

English version | Cerca nel sito:

Immigrazione e Torah

di Giorgio Mortara

Pubblichiamo di seguito la riflessione di Giorgio Mortara, vicepresidente UCEI, comparsa su Pagine Ebraiche.

Come uomo, come ebreo e come medico sono due gli obiettivi che individuo di fronte al problema dei migranti richiedenti asilo.

Primo: soccorrerli, accoglierli e integrarli. Secondo: migliorare le condizioni sociali, politiche ed economiche nei Paesi da cui provengono, in modo che possano vivere lì in pace, serenità e giustizia.

Infatti, nella Torah leggiamo: “Non riconsegnare uno schiavo al suo padrone dopo che ha trovato riparo presso di te. Risiederà con te in mezzo a te nel luogo che si sarà scelto in una delle tue città dove si trova bene: non opprimerlo!” (Deut. 23, 16-17). “Se il tuo fratello impoverirà… lo dovrai sostenere: che sia straniero o residente, una volta che viva con te” (Lev. 25,35).

È evidente dalle ultime parole che il termine “fratello” iniziale deve avere un’accezione universale. D’altro lato, è noto che i Maestri del Talmud limitano l’obbligo di assistere gli altri, a condizione che queste azioni non vadano a detrimento di noi stessi: “La vita di tuo fratello è con te (Lev. 25,36): significa che la tua vita precede quella di tuo fratello” (Bavà Metzi’à 62);

In pratica abbiamo l’obbligo di aiutare i rifugiati di altri popoli, nella misura in cui ciò non contrasti con i nostri interessi vitali. Se non possiamo respingere chi varca i nostri confini alla ricerca di salvezza, non possiamo neppure pensare di farci carico di una quantità illimitata di rifugiati senza mettere a repentaglio il nostro già precario sistema economico. Il malessere di chi arriva da fuori è un punto sensibile della coscienza morale ebraica, sollecitati come siamo dalla nostra stessa esperienza storica.Nella Torah è scritto una sola volta “ama il tuo prossimo come te stesso” e 36 volte “Non opprimere lo straniero: voi infatti conoscete l’animo dello straniero, perché foste stranieri in terra d’Egitto”.

Rav Sacks a proposito del dramma dei rifugiati e dei migranti ha detto: “ho a lungo pensato che il passo più importante della Bibbia fosse ‘ama il prossimo tuo come te stesso’, poi ho capito che è facile amare chi ti sta vicino perché di solito è simile a te”.

Ciò che è difficile è amare lo straniero, uno che ha colore, cultura e credo diversi dal tuo. Ecco perché il comando “ama lo straniero perché anche tu lo fosti” è ripetuto tante volte nella Bibbia.

Fatti gravissimi, come quelli che accadono da anni nel Mediterraneo e alle frontiere dell’Europa, richiamano le nostre coscienze sul divieto di stare inerti dinanzi al sangue del nostro prossimo (Lev. 19, 16). Molti precetti della Torah sono ispirati ad analogo principio, come quello di predisporre un parapetto al tetto affinché nessuno metta in pericolo la propria vita e quella altrui (Deut. 22,8).

Oltre che a salvare chi è in pericolo di vita e di ospitare chi fugge da guerre, pestilenze carestie e schiavitù abbiamo l’obbligo di aiutare il prossimo a rifarsi una vita nelle sue terre (“D. ha udito la voce del fanciullo – Ismaele – lì dove si trova”: Gen. 21,17). Nel nostro caso tocca alla comunità internazionale, a cominciare dall’Europa, muoversi per evitare che si ripetano queste immani tragedie, le cui vere cause sono da ricercarsi probabilmente in tempi e luoghi molto lontani da quello che è stato l’effettivo teatro di un così drammatico e raccapricciante ultimo atto. Deve seguire dunque un impegno condiviso da parte di tutti coloro che ne hanno la facoltà materiale di aiutare le popolazioni più deboli a trovare dignità e benessere, prima di essere costrette a migrare o peggio a fuggire per perseguire un miglioramento delle proprie condizioni di vita sia materiali che di libertà individuale che collettiva.

Le popolazioni più sviluppate devono provvedere a contenere il gap rispetto a quelle meno fortunate, fornendo loro non solo aiuti economici, ma anche i mezzi per la diffusione della cultura, che la tecnologia più avanzata mette a disposizione a basso costo in abbondanza. Comprendo la difficoltà di realizzare tali obiettivi, ma diverse organizzazioni si stanno impegnando in tal senso e noi ci dobbiamo impegnare in prima persona a sostenerle come uomini liberi e soprattutto come ebrei, perché non possiamo restare indifferenti davanti a questi drammi.

Giorgio Mortara, vicepresidente UCEI

Analisi di Giorgio Mortara, vicepresidente UCEI

30 agosto 2018

Non perderti le storie dei Giusti e della memoria del Bene

Una volta al mese riceverai una selezione a cura della redazione di Gariwo degli articoli ed iniziative più interessanti. Per iscriverti compila i campi sottostanti e clicca su iscrizione.




Scopri tra gli Editoriali

Multimedia

Invictus

il film di Clint Eastwood sull'apartheid

La storia

Padre Emanuel Natalino Vura

Il prete che salva dalla guerra i bambini-soldato