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Insegnare ai figli le responsabilità dei padri

L’esempio della Germania

Il Memoriale della Shoah di Berlino

Il Memoriale della Shoah di Berlino AP Photo/Markus Schreiber

Accusare la Germania di avere rimosso in questi anni le sue responsabilità storiche per i crimini nazisti è un’affermazione grave che non tocca solo le corde dei partiti tedeschi, i quali giustamente si sono indignati per le parole di Berlusconi, ma riguarda tutti coloro che sono impegnati sul versante della memoria, dagli ebrei, allo Stato d’Israele, agli armeni, a quanti si battono in Europa contro il negazionismo.

Mi sarei dunque aspettato una risposta più decisa da parte del mondo ebraico, da quanti nel mondo cattolico sono sensibili al tema del perdono e dell’elaborazione della colpa, da quanti chiedono giustamente alla Turchia di riconoscere le responsabilità storiche per il genocidio armeno, da quanti si indignano ogni volta che intravvedono il rischio di un revisionismo storico. Invece la sensazione è che la Germania sia stata per certi versi lasciata sola, nonostante i molti distinguo per le gaffe berlusconiane. Alla stupidità del leader del centro destra è seguita molta leggerezza, quasi che l’oggetto della polemica riguardasse solo un problema di politica estera, e non invece una delle questioni più delicate della memoria nella comunità europea.

Lodevole eccezione invece è stata la presa di posizione di Riccardo Pacifici, il quale ha ricordato sulle pagine dell’Unità che la Germania è stato il primo Paese in Europa ad avere introdotto il 27 gennaio come Giornata della Shoah; il primo Paese che ha chiesto scusa agli ebrei; il primo Paese ad avere introdotto il reato di negazionismo.

Oggi la Germania rappresenta uno straordinario esempio morale per il mondo intero. Tra Israele e lo Stato tedesco si è oggi creata una sorta di simbiosi, che nessuno al mondo avrebbe mai potuto immaginare alla fine della seconda guerra mondiale. Sono i due soli Paesi al mondo che hanno fatto della memoria della Shoah e dell’antisemitismo uno dei capisaldi della loro politica. Ogni volta che appaiono sulla scena leader politici come l’iraniano Ahmadinejad,  che mettono in discussione l’Olocausto o negano il diritto di esistenza allo Stato d’Israele, le risposte a Berlino e a Gerusalemme sembrano seguire la medesima regia. È come se la Shoah avesse creato un cordone ombelicale che lega oggi i due Stati.

Israele si presenta al mondo con l’orgoglio di un Paese che ha ridato fiducia ad un popolo traumatizzato da un genocidio; la Germania invece ricorda a tutti la responsabilità che le deriva dalla sua colpa. Chi visita il memoriale di Yad Vashem prova un senso di simpatia per le vittime e si interroga sulla follia dell’antisemitismo; chi visita il memoriale di Berlino costruito a pochi passi dalla porta di Brandeburgo e dal Bundestag, il parlamento tedesco, avverte un messaggio differente: “Quanto è accaduto è colpa nostra, e non si deve mai più ripetere nella nostra storia e nella storia del mondo.”

Si provi ad immaginare come si potrebbe oggi sentire un ebreo, dopo la seconda guerra mondiale, se Israele fosse stata sconfitta dagli eserciti arabi nel 1948, e se la Germania non si fosse assunta la responsabilità dei crimini nazisti e avesse concentrato le sue energie, come hanno fatto per anni i dirigenti turchi nei confronti degli armeni, nel sminuire le loro responsabilità. Difficilmente un ebreo si sarebbe sentito a proprio agio non solo in Germania, ma nel resto del mondo.

Il percorso della Germania non è stato facile.  C’è voluto il grande lavoro di intellettuali e politici tedeschi come Armin Wegner, Willy Brandt. Jurgen Habermas, i quali hanno fatto hanno fatto passare il principio che il riconoscimento della colpa non fosse un handicap per una nazione, ma un segno di maturità, un valore per cui le generazioni successive dovevano sentirsi fiere.

Sono pochi che si rendono conto che la condizione esistenziale del figlio di un sopravvissuto genera più simpatia e compassione che quella di un figlio di un nazista. Il primo quando racconta la storia del padre e della sua famiglia trova conforto e comprensione tra la gente e si sente orgoglioso di fare parte di un popolo che è risorto dalle ceneri; il secondo invece deve fare sforzo per prendere le distanze dal padre, ma poi si autocensura perché è difficile raccontare di avere avuto un genitore che lavorava nelle SS o che era arruolato in un esercito che rastrellava gli ebrei in tutta Europa.

Non è la stessa cosa visitare Auschwitz per il figlio di un sopravvissuto rispetto al figlio di un nazista. L’ebreo sente l’orrore per quanto è capitato ad una parte della sua famiglia, il tedesco sente il disgusto per quanto hanno fatto i propri genitori. La maledizione della colpa è più dura da digerire rispetto al dolore per l’offesa ricevuta.

La Germania ha dovuto così elaborare il suo passato, non solo attraverso dichiarazioni pubbliche, ma con un profondo lavoro di educazione nelle scuole e nelle istituzioni.
Non riconoscere questa difficile e complessa opera di trasformazione non è soltanto una grande offesa per la parte migliore dell’elite tedesca, ma significa anche il disconoscimento per una delle più importanti esperienze morali che l’Europa ha proposto al mondo nel dopoguerra.

La Germania è oggi nello scacchiere internazionale un esempio di elaborazione del passato che meriterebbe di essere seguito da tutti quei Paesi che rimuovono i propri errori alla ricerca del mito dell’innocenza.

Nella Turchia di Erdogan, nella Russia di Putin, nell’Ungheria di Orban, ma anche in Cambogia e in Ruanda, raccontare ai figli le responsabilità delle generazioni precedenti rimane, con differenti sfumature, un tabù difficile da sormontare.

Gabriele Nissim, presidente di Gariwo, la foresta dei Giusti

Analisi di Gabriele Nissim, presidente di Gariwo, la foresta dei Giusti

30 aprile 2014

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