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Iran, Hamas, Israele. Le giuste condanne e la realtà delle cose

di Janiki Cingoli

THOMAS COEX VIA GETTY IMAGES

Proponiamo il commento, già apparso il 15 maggio 2018 sull'Huffington Post, di Janiki CingoliPresidente CIPMO (Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente) - sull'attuale situazione in Israele e le responsabilità correlate.

È giusto condannare la decisione di Trump di uscire dall'Accordo sul nucleare iraniano, ma senza ignorare che l'Iran sta espandendo, consolidando e cercando di rendere stabile la sua presenza militare in Siria. L'espansionismo militarista di Teheran rende fondate le preoccupazioni israeliane al riguardo. Di queste preoccupazioni Putin si è invece fatto carico, dopo l'incontro con Netanyahu, sospendendo la fornitura dei sistemi antiaerei S-300. Lo stesso Assad subisce, ma non gradisce, il tentativo iraniano di rendere stabili le sue basi nel Paese. Israele quindi non si preoccupa da solo, o solo con Trump.

Per quanto riguarda le Marce per il Ritorno a Gaza, promosse da Hamas, credo che non si debba ignorare che la rivendicazione del Diritto al Ritorno nega il diritto all'esistenza di Israele e contrasta con precedenti posizioni non solo di Fatah, ma anche di Hamas. D'altronde il Diritto al ritorno, come sosteneva anche Arafat, può essere riconosciuto anche attraverso forme di compensazione, per cui sono state avanzate nel corso dei passati negoziati specifiche proposte. 

Lo stesso Piano Arabo di Pace del '92 parla di "soluzione giusta e concordata del problema dei rifugiati" e quindi concordata anche con Israele. Diverso sarebbe stato se le marce fossero state promosse per protestare contro il blocco di Gaza.

Hamas sta facendo una precisa operazione politica che non può essere ignorata o sottaciuta: essa rappresenta il tentativo di Hamas di sostituirsi a Fatah ormai in coma profondo e alla stessa OLP, cui Fatah gli nega l'accesso; e di Yahya al-Sinwar, leader di Hamas a Gaza, di presentarsi come il nuovo Arafat.Poi ovviamente va duramente condannata la difesa disproporzionale (con uso di pallottole vere che hanno provocato decine di morti e migliaia di feriti) dei propri confini messa in atto da Israele, che sono però i confini riconosciuti internazionalmente dall'armistizio del '48.

Una sinistra israeliana, ebraica, o italiana che ignori questi aspetti è una sinistra che si condanna alla irrilevanza.

Alberto Negri nel suo ultimo post su FB arriva a parlare di "Una contraddizione irrisolta tra il mito del focolare ebraico, dove far tornare un popolo a lungo perseguitato, e la realtà di un progetto coloniale di insediamento".

Ridurre la fondazione di Israele alla realizzazione di un progetto coloniale nega il diritto all’autodeterminazione nazionale del popolo ebraico, che è un popolo e non solo una religione. Un popolo come i Palestinesi, che anch'essi hanno il diritto alla loro autodeterminazione nazionale.

Dire che il sionismo contiene fin dalle sue origini elementi di una visione coloniale caratteristica del tempo è una cosa, affermare che si riduce a questo è un'altra.

Certo oggi va di moda fare considerazioni di questo genere, e gli avvenimento di questi giorni a Gaza e a Gerusalemme, in cui le responsabilità sono equamente divise tra Trump (con la sua decisione di riconoscere unilateralmente Gerusalemme Capitale d'Israele, ignorando l'esigenza che essa sia Capitale condivisa dei due Stati), Hamas, Netanyahu e il relitto del Presidente Abbas, hanno dato la stura a commenti di ogni tipo.

Io non so quanti Stati finiranno per esserci nella Palestina storica, se uno, due o tre (uno a maggioranza ebraica, uno palestinese in Cisgiordania e un terzo a Gaza, a guida Hamas). Ma non dubito che la presenza ebraica in Palestina non è frutto di un incidente della storia e non è solo un prodotto del colonialismo.

Janiki Cingoli, Presidente CIPMO - Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente

Analisi di Janiki Cingoli, Presidente CIPMO - Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente

18 maggio 2018

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