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Kielce: storia di un pogrom

il massacro di un'intera comunità ebraica il 4 luglio 1946

La casa al numero 7 di via Planty, Kielce

La casa al numero 7 di via Planty, Kielce

Con Pogrom di Kielce s’intende il massacro del 4 luglio 1946, che avvenne nella omonima città polacca ai danni della piccola comunità ebraica che vi era ancora presente. Un episodio estremamente significativo, poiché ebbe luogo oltre un anno dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. La rapidità e la brutalità con cui si scatenò diede una prova di fondatezza all’ancora dilagante convinzione, all’interno della popolazione polacca, che gli ebrei fossero nemici della nazione.

Proprio a questo avvenimento, oltre che ai recenti dibattiti sulle responsabilità della Shoah, si collega l’estratto che proponiamo di seguito dal libro "Ebrei Invisibili" di Gabriele Nissim e Gabriele Eschenazi (Arnoldo Mondadori Editore, 1995), una dettagliata indagine sulla storia degli ebrei sopravvissuti alla Shoah rimasti nei Paesi comunisti e sulle origini dell’antisemitismo nell’Europa dell’Est, utile per capire perché e da dove nascono le problematiche che emergono ancora oggi.

Kielce: storia di un pogrom

Alla vigilia della seconda guerra mondiale nella città di Kielce abitavano 25 mila ebrei, che rappresentavano un terzo dell’intera popolazione. La Shoà fece tabula rasa della presenza ebraica. Sopravvissero solo 250 persone, la maggior parte delle quali viveva in un casermone di via Planty 7, una specie di ghetto dove si raccoglieva quanto rimaneva della vita ebraica: la cucina dove si preparava il cibo casher, la sala dove si celebrava il Seder, la sede del comitato ebraico, la sinagoga. Nel dicembre 1945, durante la festa di Hanukkà una granata fu gettata contro l’edificio. I danni non furono gravi, ma si diffuse la paura. Il comitato ebraico decise d’inviare una delegazione dal vescovo di Kielce, Czesław Kaczmarek, per chiedergli di esercitare la sua influenza per salvaguardare l’incolumità dei mem- bri della piccola comunità.

Il vescovo rispose pressappoco così: «Gli ebrei sono ottimi medici e avvocati. Tradizionalmente sono buoni mercanti e artigiani. La Polonia ha bisogno di gente come loro. Ma quando invadono il campo della politica e interferiscono negli affari polacchi, offendono i sentimenti nazionali. Allora non è sorprendente che i polacchi reagiscano in modo violento». Sembrava quasi un avvertimento. Pochi mesi dopo si sarebbe verificato l’episodio più grave, che avrebbe segnato indubbiamente più di ogni altro i rapporti tra polacchi ed ebrei nel dopoguerra, non a caso appena quattro giorni dopo il referendum politico che aveva visto i comunisti sonoramente battuti dall’opposizione. Il 65% dei votanti si dichiarò contro la repubblica popolare, ma i comunisti alterarono i risultati elettorali. Al potere totalitario serviva un’occasione favorevole per screditare i gruppi di opposizione.

Il 1° luglio 1946 scomparve misteriosamente Henryk Blaszczyk, un bambino di otto anni. Per due giorni non si ebbero sue notizie, ma il padre, un noto alcolizzato, stranamente non sembrava preoc- cuparsene. Il bambino, quando riapparve, raccontò una storia assurda. Disse di essere stato rapito dagli ebrei, che lo avevano rinchiuso in una cella insieme ad altri bambini polacchi. Fortunatamente era riuscito a fuggire, mentre gli altri bambini stavano per essere uccisi. Il padre lo condusse al vicino commissariato, e fu ordinata una perquisizione in via Planty.

Immediatamente si diffuse nel paese la notizia di un omicidio rituale: numerosi bambini polacchi sarebbero stati sacrificati, e il loro sangue veniva usato dagli ebrei per preparare il pane azzimo. Mentre la polizia perquisiva l’edificio – naturalmente senza trovare né celle né bambini –, una folla minacciosa circondò la casa. Alle 11 scattò il primo attacco da parte di una massa inferocita, e fu gettato da una finestra Berl Frydman, uno degli abitanti della casa. Invano il dot- tor Seweryn Kahane, responsabile del comitato provinciale ebraico, chiese aiuto per telefono alle forze della «sicurezza». Gli risposero che quasi tutti gli agenti erano impegnati nella caccia ad alcuni terroristi. Telefonò allora al responsabile delle unità russe di stanza a Kielce. Anche qui ricevette una risposta negativa; il comandante dichiarò di non voler interferire negli affari interni polacchi. E a nulla valse un’ulteriore telefonata al vescovo Kaczmarek. Era evidente che nessuno intendeva far nulla per proteggere gli ebrei. Infatti le esigue forze di polizia dislocate in via Planty non poterono quasi nulla contro la folla impazzita. Anzi, c’erano tra loro alcuni agenti provocatori che aizzavano la folla contro gli ebrei. Solo nel tardo pomeriggio, quando il massacro era ormai consumato, arrivò a Kielce l’esercito, che procedette a decine di fermi.

Il bilancio di quello che sarebbe passato alla storia come il più grave pogrom del dopo Olocausto nell’Est europeo era spaventoso: 42 ebrei erano stati uccisi dalla folla, 5 dalla polizia, più di 70 erano gravemente feriti. Tra le vittime c’era anche il responsabile del comitato ebraico Kahane, il quale, secondo alcune testimonianze, era sta- to ucciso nel suo ufficio da un agente provocatore. Si sarebbe saputo in seguito che il bambino si era recato per tre giorni nel villaggio di Pieradlo, a 25 km di distanza, da uno zio, senza confidargli che la famiglia era completamente all’oscuro della sua fuga. Ma ancor oggi il cinquantasettenne Henryk Blaszcyk non vuol dire chi lo indusse, nel 1946, a raccontare quella storia fantastica, che altro non era se non la rappresentazione di pregiudizi fortemente radicati nella mentalità di molti abitanti di Kielce.

Qualche mese dopo si tenne il processo contro alcuni partecipanti al pogrom. Furono condannate a morte otto persone, tra cui due poliziotti accusati di saccheggio e dell’assassinio di una donna ebrea. A Lodz, la città «rivoluzionaria» per eccellenza, appena si diffuse la notizia gli operai tessili entrarono in sciopero per protestare contro una condanna che colpiva «i polacchi». Furono invece liberati dopo sei mesi i poliziotti che erano stati letteralmente a guardare e che avrebbero avuto la possibilità di fermare la folla prima che succedesse l’irreparabile. Il capo della polizia provinciale, Władyslaw Sobczynski, che aveva sostituito solo due settimane prima il vecchio comandante di origine ebraica, non solo fu assolto, ma ricevette elogi per il suo operato. Il tribunale militare di Varsavia, il 16 dicembre 1946, nella sentenza affermava che «grazie alla sua azione è stato possibile salvare dal pogrom gli altri ebrei». Così, non solo ritornò al proprio posto nell’apparato di polizia, ma fu promosso direttore dell’ufficio pas- saporti di Varsavia.

Il pogrom di Kielce fu orchestrato dai comunisti? Finora nessuno è riuscito a dimostrarlo con prove concrete. Solo quando saranno accessibili gli archivi sovietici si potrà avere una risposta definitiva. Probabilmente, quel giorno poliziotti e popolazione si lasciarono trascinare in un’escalation incontrollabile da una mentalità antigiudaica profondamente radicata; e ognuno si trovò a giocare il proprio ruolo. I responsabili della «sicurezza» stettero a guardare, qualche po- liziotto pensò di rivolgere le armi contro quegli ebrei che cercavano solo di difendersi. La folla si accanì per vendicare nel sangue quel terribile delitto di cui, secondo un’opinione diffusa, gli ebrei continuavano a macchiarsi da secoli.

Fuga dalle responsabilità

La violenza nei confronti degli ebrei di Kielce fu una tragedia, ma ancora più tragica fu l’interpretazione dell’episodio fornita nei giorni successivi. L’opposizione non elaborò alcuna riflessione su un atto di barbarie antisemita compiuto da un’intera città e si limitò a denunciarlo come una provocazione del potere bolscevico: il pogrom di Kielce era un’operazione organizzata dal partito comunista allo scopo di screditare le forze che si opponevano al regime sovietico. Le reazioni inconsulte della folla inferocita venivano «coperte» dalla tesi del complotto contro l’opposizione. Il potere, da parte sua, si servì strumentalmente di quei fatti per nascondere i veri risultati del referendum e approfittò dell’occasione per regolare i conti con le forze che si opponevano al totalitarismo. La lotta all’antisemitismo, dun- que, era solo un pretesto.

Il mondo ebraico cadde nella trappola: si schierò unanimemente con il governo comunista chiedendo una repressione esemplare delle forze di opposizione. Non ebbe – e non poteva essere diversamente – la capacità di comprendere che attorno al tema dell’ebraismo si stava giocando un gioco sporco. Il pogrom veniva paradossalmente svuotato di significato e usato in modo cinico sia dai comunisti sia dagli anticomunisti per i loro fini politici. A nessuno, in realtà, inte- ressava la sorte degli ebrei. Vediamo in dettaglio le reazioni al po- grom di Kielce.

Il giornale dell’opposizione clandestina «Honor i Ojczyzna» (Onore e Patria), in un articolo pubblicato a ridosso degli avvenimenti, espose una tesi alquanto bizzarra. Ispiratori del pogrom erano i comunisti. Era stato Stalin in persona a impartire l’ordine di liquidare le forze democratiche entro il 1° settembre. E in che modo? Organizzando una provocazione in grande stile dopo aver verificato che nel referendum in Polonia si era inaspettatamente manifestato un fronte compatto anticomunista. Fin qui la tesi sembra attendibile; ma poi ecco la contraddizione: la violenza contro gli ebrei era stata determinata dall’odio della popolazione per il loro ruolo negli apparati repressivi. Dunque, secondo l’autore dell’articolo, il pogrom era stato una provocazione comunista per accusare l’opposizione di antisemitismo, ma nello stesso tempo anche una violenza legittima contro gli ebrei: l’opposizione non voleva ammettere che la popolazione era stata facile preda della «provocazione» del potere proprio a causa dei diffusi pregiudizi antisemiti.

Neanche la Chiesa polacca, da sempre anima nazionale e punto di riferimento morale del paese, sentì il bisogno di condannare l’e-pisodio. Le sue massime autorità di allora adottarono una posizio- ne giustificazionista. Il cardinale August Hlond, il primate polacco che all’inizio del 1946 aveva rifiutato la richiesta di una delegazio- ne della comunità ebraica di scrivere una lettera pastorale per con- dannare l’antisemitismo, parlò dei morti di Kielce come di vittime di una guerra civile tra polacchi ed ebrei «comunisti». Hlond dichiarò:

"Il deterioramento dei rapporti dipende in larga misura dal fatto che gli ebrei oggi occupano posizioni di potere nel governo della Polonia e cercano di creare strutture politiche che alla maggioranza dei polacchi non piacciono [...]. In questa battaglia armata sul fronte politico polacco rincresce che alcuni ebrei perdano la vita, ma anche che un numero assolutamente sproporzionato di polacchi ne rimanga vittima."

Anche Stefan Wyszynski, il futuro cardinale che per anni sareb- be stato l’inflessibile oppositore del regime comunista, incontrando due membri della comunità ebraica di Lublino, M. Szyldkraut e S. Słuszny, asserì che gli ebrei svolgevano un ruolo negativo nella vita polacca. Quale soluzione allora? «È meglio» sostenne Wyszynski «che gli ebrei si sforzino di conquistare un proprio territorio nazionale in Palestina, e anche, se possibile, una colonia in America del Sud.»5 Dunque, la soluzione del problema era che gli ebrei se ne andassero.

Certo, vi furono eccezioni importanti, come quella dell’arcivescovo di Czestochowa Tadeusz Kubina, che firmò una dichiarazione pubblica secondo cui «tutte le dicerie a proposito di omicidi rituali ebraici a Kielce o a Czestochowa sono pure menzogne. Nessun membro della comunità cristiana, a Kielce, a Czestochowa o in qualsiasi altro luogo di Polonia, è stato oggetto di sevizie nel corso di riti della religione ebraica». La rivista cattolica «Tygodnik Powszechny» (Settimanale universale) pubblicò un articolo controcorrente di Stefania Skwarczynska che invitava i polacchi a un esame di coscienza sull’episodio e a non cercare i colpevoli il più lontano possibile. Occorreva mettere a fuoco la corresponsabilità polacca, anche se l’episodio rischiava di «fare il gioco di interessi stranieri».

Come osserva oggi la Kersten, alla quale si deve l’indagine più approfondita sulla vicenda, la Chiesa, e l’opposizione più moderata, ritennero che la condanna di quel massacro avrebbe favorito il nemico comunista.

"Prendere posizione contro Kielce avrebbe significato essere subalterni alla campagna comunista. Fu allora quasi impossibile per gli intellettuali e i giornali d’opposizione trovare una formula per condannare l’accaduto. Fu una tragedia. Non furono in grado di dire che, anche se c’era stata una provocazione, quelli che avevano partecipato al pogrom non appartenevano al Kgb, ai servizi segreti, ma erano polacchi in carne e ossa. Nascondere quella verità in nome di un calcolo politico era comunque il segnale che un pogrom antiebraico non scandalizzava un’opinione pubblica che considerava gli ebrei alla stregua di stranieri."

Scandalizzava poco. Soprattutto se il partito comunista si serviva della strage per tentare di mettere definitivamente fuori legge l’opposizione. Infatti il governo dichiarò subito che il pogrom era stato organizzato dal partito contadino guidato da Stanisław Mikołajczyk, e che la responsabilità morale ricadeva sulla gerarchia cattolica. Berman, che si occupava della «sicurezza», informò gli ambasciatori occidentali che il pogrom rientrava in un piano generale delle bande clandestine anticomuniste per provocare tumulti antigovernativi. Gomułka fu ancora più esplicito. L’opposizione guidata dal partito contadino polacco, disse, «non avendo ottenuto la vittoria nelle elezioni popolari, vuole trascinare il paese nel vortice dell’anarchia e della guerra civile».

Le cose in realtà stavano esattamente all’opposto, perché era il governo che manipolava i risultati elettorali e utilizzava il massacro come pretesto per cambiare le carte in tavola. Presentando l’opposizione come fomentatrice di pogrom antiebraici, il partito comunista aveva un’ottima scusa per giustificare di fronte all’opinione pubblica internazionale la fine del pluralismo politico. In Occidente la lotta all’antisemitismo, dopo lo shock della seconda guerra mondiale, era considerata un compito naturale della democrazia. In Polonia gli ambienti comunisti se ne servivano come pretesto per infliggere un colpo mortale alla democrazia. In realtà la condanna dell’antisemitismo era del tutto secondaria rispetto all’obiettivo di mettere fuori gioco le forze d’opposizione.

Di questa strumentalizzazione non furono consapevoli né l’Occidente né il mondo ebraico polacco. E così il Kcpz, punto di riferimento dei sopravvissuti, dovendo scegliere tra un’opposizione che considerava l’antisemitismo un’espressione legittima della lotta contro il comunismo e il potere che difendeva gli ebrei in modo strumentale, si schierò senza esitazioni con le autorità comuniste. Per il Kcpz non c’erano dubbi: il pogrom di Kielce era una provocazione antigovernativa fomentata dai circoli dell’opposizione. Pertanto il regime doveva adottare misure drastiche e ricorrere a qualsiasi mezzo, compresa la pena di morte. Gli ebrei esercitarono pressioni per l’approvazione di un decreto che «proclamasse l’antisemitismo crimine contro lo stato», ma simili proposte legislative non furono mai prese seriamente in considerazione: la definizione di barriere legali contro le manifestazioni di antisemitismo non figurava tra le preoccupazioni del governo.

Si racconta che quando una delegazione di ebrei infuriati si recò dal ministro della Sicurezza Radkiewicz per denunciare l’eccessiva tolleranza nei confronti dell’antisemitismo, questi sarcasticamente rispose: «Volete forse che mandi in Siberia 18 milioni di polacchi?». Così in quei giorni si consolidò in ampi settori del mondo ebraico il pregiudizio secondo cui l’opposizione democratica che ruotava attorno all’Armia Krajowa non era altro che un’organizzazione antisemita. Secondo gli ebrei, la vittoria dell’opposizione avrebbe significato una nuova legittimazione dell’antisemitismo; secondo i polacchi, la vittoria del comunismo avrebbe spianato la strada al potere ebraico. Ciò rese ancora più difficili i rapporti nel dopoguerra.

Era possibile evitare, dopo Auschwitz, l’appiattimento di parte dei sopravvissuti sul potere comunista? Ancor oggi è difficile esprimere una valutazione senza cadere in facili semplificazioni. Una cosa è certa. Gli ebrei guardarono al potere anche perché l’opposizione non seppe offrire prospettive al mondo ebraico, e Kielce ne fu un esempio clamoroso. Nella disperata difesa dei polacchi contro la nascita di un potere totalitario in realtà non c’era spazio per gli ebrei. Persino dopo gli avvenimenti di Kielce l’opposizione polacca, piuttosto che cercare una riconciliazione, sentì il bisogno di riaffermare il monopolio polacco sulla sofferenza. Abbiamo visto come, giustificando l’ira polacca contro gli ebrei, il giornale clandestino «Honor i Ojczyzna» aveva commentato il massacro. Lo stesso giornale, pochi mesi dopo, nell’ottobre 1946, pubblicò un articolo su «un mostruoso delitto che uomini in divisa avevano perpetrato nella prigione di Radom contro 160 polacchi».Di questo episodio in realtà fino a oggi non c’è stata alcuna conferma. Si sa solo che in quei giorni nella prigione fu giustiziato un partigiano, un polacco di nome Kazimierz Markwart. Può darsi, come succede in tutte le guerre civili, che si siano diffuse voci incontrollate. Ma in quel caso il fantomatico «massacro di polacchi a Radom» – così recitava il titolo dell’articolo – diventava una realtà, per il bisogno psicologico di controbilanciare di fronte a sé e al mondo intero, con la propria sofferenza, quella patita dagli ebrei. Infatti, alla domanda: «Chi erano i carnefici?», il giornale implicitamente lasciava intendere che si trattava di agenti della polizia segreta comunista ed ebraica. Si riproduceva il meccanismo di concorrenza tra vittime. I polacchi sentivano il bisogno di presentarsi come il «popolo martire»: 42 morti a Kielce contro 160 morti a Radom, probabilmente per mano ebraica.

Ancor oggi stenta a farsi strada in Polonia una riflessione autocritica sulla dinamica della vicenda di Kielce. La tesi della «provocazione comunista» – peraltro mai provata – serve ottimamente per scaricare su altri la responsabilità morale di quanto accadde nel 1946. Se infatti la colpa ricade interamente sui servizi segreti comunisti, è lecito censurare un’imbarazzante domanda: perché migliaia di persone nel XX secolo scesero nelle strade per linciare degli ebrei accusandoli di un macabro omicidio rituale? Addirittura c’è stato chi, come un sedicente storico di nome Ryszard Orlicki, nel 1983 ha avanzato la tesi secondo cui furono i sionisti a provocare il pogrom per accelerare l’esodo verso Israele. Una tesi molto probabilmente esportata dal mondo arabo, dove, per giustificare l’espulsione di migliaia di ebrei dai paesi arabi al momento della creazione dello stato d’Israele, si sostenne che erano i sionisti a mettere le bombe per creare panico nelle comunità e spingere gli ebrei nel nuovo stato.

Kielce fu l’episodio più clamoroso di una generalizzata violenza antiebraica nella Polonia del dopoguerra. Solo tra il novembre del 1944 e l’ottobre del 1945 circa 350 ebrei furono assassinati dai polacchi. Le vittime furono 1500 dalla liberazione alla fine del 1947. Per certi versi si trattava di una violenza annunciata. Roman Knoll, capo della commissione degli affari esteri del governo polacco in esilio, lo scriveva in un memorandum spedito a Londra dalla Polonia occupata già nell’agosto del 1943: «Il ritorno in massa degli ebrei sarà vissuto dalla popolazione non come una riparazione, ma alla stregua di un’invasione da cui cercheranno di difendersi in ogni modo, anche con lo scontro fisico».

Gli ebrei che tornavano dai campi o dall’Est erano considerati la quinta colonna del potere sovietico. Tra il 1944 e il 1947 molti combattenti della resistenza clandestina uccidevano non solo i soldati russi e i membri del partito comunista, ma anche gli ebrei, identificati con il nuovo regime: ebrei, dunque comunisti. Ricorda Szapiro: «Molti ebrei decisero di cambiare nome e di nascondere la loro identità perché erano terrorizzati dalle bande armate che salivano sugli autobus alla ricerca di comunisti ed ebrei». A Lodz alcuni gruppi dell’opposizione condussero la campagna elettorale contro il referendum comunista sostenendo che in caso di sconfitta gli ebrei tornati dalla Russia avrebbero assunto il controllo della città. Un volantino distribuito alla popolazione affermava che «il governo pianifica l’invio di 60 mila ebrei a Lodz per affidare loro la direzione di tutte le industrie» e che si trattava solo del primo passo per la conquista ebraica di tutta l’economia.

Questo sentimento di odio era ulteriormente esasperato da due fattori. Anzitutto i vecchi pregiudizi antisemiti del cattolicesimo polacco, che portarono alle accuse di omicidio rituale. Nel 1945, per esempio, a Rzeszów come in seguito a Kielce, si diffuse la notizia che una pattuglia di poliziotti aveva trovato in casa di un rabbino i corpi mar- toriati di ben 16 bambini. La comunità ebraica fu costretta a fuggire sotto la protezione della polizia. Anche in seguito la gente del posto rimase assolutamente convinta che comunisti ed ebrei avessero strumentalizzato, in chiave antisemita, la sacrosanta sollevazione popolare contro l’orribile delitto per screditare ingiustamente i polacchi.

C’era poi il risentimento per le richieste ebraiche di rientrare in possesso delle loro proprietà requisite dai nazisti e vendute a poco prezzo ai polacchi. Come negli altri paesi dell’Est, una fetta di popolazione si era arricchita sulle macerie dell’Olocausto e ora guardava al ritorno dei sopravvissuti con rabbia, oltre che con un certo senso di colpa. Nessuno si aspettava che tornassero a riprendersi beni, case e negozi. Oltretutto, per anni la destra polacca aveva agitato lo slogan del boicottaggio delle attività economiche ebraiche. Ora, di fronte alla legge del 6 maggio 1945 che parlava di restituzione dei beni ai legittimi proprietari, le reazioni furono molto violente. Si susseguirono in tutto il paese atti d’intimidazione contro i sopravvissuti. Circolavano voci secondo cui i comunisti aiutavano gli ebrei, mentre in realtà il governo aveva cercato di dirottare il flusso della popolazione ebraica verso i territori «recuperati» ai tedeschi, proprio per evitare richieste di restituzione e conseguenti conflitti con i polacchi.

Kielce segnò l’apice della violenza antiebraica e la fine delle speranze di ripresa di una vita ebraica in Polonia. L’appello all’esodo verso Israele iniziava a esercitare un certo fascino anche su chi si era opposto al sionismo e non voleva che l’ebraismo polacco andasse perduto per sempre. La Polonia, dopo nove secoli di convivenza, non era più una terra dove poter vivere. Quel trauma pesa ancor oggi sulle comunità ebraiche di origine polacca che vivono negli Stati Uniti o in Israele. Kielce e la campagna antisemita di Moczar del 1968 sono i due principali tragici episodi del dopoguerra che spiegano la sfiducia molto radicata degli ebrei nei confronti dei polacchi e le generalizzazioni spesso troppo semplicistiche sul loro inveterato antisemitismo.

Analisi di Gabriele Nissim e Gabriele Eschenazi, da "Ebrei invisibili" (Arnoldo Mondadori Editore, 1995)

2 febbraio 2018

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