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Kiev, capitale della memoria europea

di Simone Zoppellaro

DA KIEV – Pochi luoghi al mondo hanno una tale densità di memorie, assai dolorose, che ripercorrono l’ultimo secolo. Immagino che uno storico del futuro possa partire da questo luogo, spesso ritenuto a torto marginale, per raccontare la storia d’Europa, le sue contraddizioni e i suoi drammi. Arrivo in una Kiev immersa in un lockdown che non ne riduce però fascino e bellezza. Ma anche tutte le sue inquietudini, passate e presenti, incise come marchi a fuoco sul corpo del suo tessuto urbano.

I mezzi di trasporto sono bloccati, musei e luoghi pubblici chiusi al pubblico per il virus. Anche i ristoranti sono chiusi, almeno in apparenza. Capita infatti che alcuni ristoratori, con fare quasi cospirativo, invitino i passanti a entrare nei loro locali, ufficialmente inagibili, chiudendoli a chiave con un cameriere posto a fare la guardia sulla soglia di entrata. Ma torniamo alla storia di Kiev e alle sue tracce, alle sue ferite. Memorie della seconda guerra mondiale si uniscono ai tanti edifici e monumenti staliniani, imponenti e cupi, che dominano il centro, affiancati – senza troppa armonia, spesso – da costruzioni moderne, fatte negli ultimi anni.

Tante anche le tracce della rivoluzione del 2014 e della guerra in corso con la Russia, di cui tutti parlano qui e che ha conosciuto nelle ultime settimane una nuova dolorosa escalation. Non solo nella celebre Maidan, cuore della protesta, ma disseminati in tantissimi luoghi del centro sono anche altri segni. Infatti, una delle cose più affascianti da fare, nella città chiusa per il lockdown, è immergersi a scoprire i tanti murales di tema politico che si trovano a Kiev. Murales imponenti, alti a volte decine di metri che, insieme ad altri di dimensioni più ridotte, raccontano temi quali l’orrore della guerra, la propaganda putiniana sull’Ucraina, l’orgoglio nazionalistico della sua gente, oltre a celebrare gli eroi di Maidan. Di pregevole fattura e spesso promossi dalle autorità locali, si stagliano in un’esplosione di colori che compensa il grigio e i colori spenti dei tanti edifici sovietici, che sono la maggioranza.

Ma tracce tangibili dello scontro fra Ucraina e Russia si trovano anche su i monumenti dei Soviet. Il caso più emblematico è, senza dubbio, la crepa (un adesivo) che è stata aggiunta di recente all’Arco dell’amicizia fra i popoli, inaugurato nel 1982 per celebrare il legame fra Mosca, Kiev e le altre nazioni dell’URSS. Una crepa che ci ricorda come, non lontano da qui, in piena Europa, ancora si combatta. Una frattura che si proietta non solo negli scontri militari e nei grandi giochi della politica, ma anche nelle vite di molte famiglie – come mi spiegano alcuni residenti provenienti dall’Est del Paese – divise dopo la guerra dalla nuova frontiera, ma anche e forse soprattutto da due narrative inconciliabili: a volte ignorate per quieto vivere, altre volte sentite a tal punto da recidere completamente qualsiasi legame con famigliari e amici. Non saprei trovare un’immagine migliore per descrivere la crisi dell’Europa di oggi, le sue contraddizioni irrisolte. Fratture che si credevano sepolte con la fine della Seconda guerra mondiale, e che riemergono oggi in tutta la loro ferocia, qui come nel Caucaso. Contraddizioni ignorate, con cecità ostinata, anche da molti a Bruxelles e nei nostri governi.

Fratture che si ripercuotono, tristemente, anche nel mondo della cultura. In una città dove tutti, o quasi, sanno parlare il russo, lingua che si sente usare assai spesso nelle strade insieme a quella ucraina, sono sempre meno le opere tradotte fra queste due lingue, in una direzione e nell’altra; anche gli inviti a eventi e le comunicazioni fra gli intellettuali dei due Paesi sono ridotti al minimo, come mi spiega un’amica scrittrice.

Visito a Kiev anche il monumento dedicato all’Holodomor, genocidio messo in atto da Stalin fra il 1932 e il ’33 con una carestia indotta che portò alla morte di quattro milioni di persone in Ucraina, oltre a un milione e mezzo lontano da qui, in Kazakistan. Una pagina spaventosa, quanto poco nota, orchestrata per piegare, una volta per tutte, la resistenza dei contadini ucraini alla collettivizzazione forzata delle loro terre. Un genocidio, questo, che stenta ad affermarsi a livello internazionale, data anche la reticenza di molti governi, timorosi di danneggiare i loro rapporti economici e politici con Mosca. A ricordarlo, una torre a forma di candela (simbologia tipica delle chiese d’Oriente, ortodosse e non solo) da cui si può accedere al museo, purtroppo chiuso, e situata su un’altura posta sulle rive del fiume Dnepr.

Non meno doloroso è il sito di Babi Jar, posto a pochi minuti d’auto dal centro, dove ebbe luogo uno dei più grandi massacri nella storia della Shoah. Qui, tra il 1941 e il 1943, i nazisti fucilarono tra le 70.000 e le 100.000 persone, tra cui quasi tutta la popolazione ebraica di Kiev. Nazionalisti ucraini, prigionieri di guerra, partigiani, comunisti e Rom vi trovarono anche la morte. Luogo simbolo dell'approccio ampiamente riduzionistico dei Soviet di fronte alla catastrofe ebraica – una poesia di Evtušenko, ripresa da Šostakovič in una sua sinfonia, iniziava proprio con le parole: «Non c'è nessun monumento a Babi Jar» – sul sito è oggi in costruzione un complesso di musei e luoghi di culto di diverse fedi che renda finalmente giustizia a una memoria troppo a lungo rimossa. Una storia raccontata dallo scrittore Anatolij Kuznecov in un originalissimo romanzo-documento, che porta il nome di questo sito e dovette scontrarsi con la censura sovietica.

Bambini giocano a baseball nel fossato che fu teatro dell’orrore nazista, sotto a un monumento bronzeo eretto nel 1976, che ritrae prigionieri e ufficiali sovietici, ma tace ancora una volta i crimini contro gli ebrei. In una giornata di sole, tantissime famiglie passeggiano nell’ampio parco che lo ospita: padri leggono ai bambini i pannelli informativi che costellano gli spazi e le strade del sito, fra cui un viale dei Giusti che onora la memoria di quanti si opposero alla Shoah, mentre una giovane decoratrice affresca la piccola sinagoga lignea in via di completamento, accompagnata da musiche ebraiche trasmesse dagli altoparlanti. Il tutto in un clima molto diverso – rispettoso e assorto, ma a suo modo più lieve – da quello di altri memoriali europei; cosa forse inevitabile in un Paese tuttora in guerra.

Quante memorie, quante pagine terribili si sono consumate in questa città, che ancora negli anni Trenta vantava una popolazione ebraica di oltre duecentomila individui. Fra i tanti spettri che si aggirano oggi per Kiev, anche quello di un’Europa troppo lontana. Lontana dalle sue memorie, che dovrebbero essere al centro della nostra coscienza comune; ma anche lontana, o almeno inetta, dal porre fine a una frattura dolorosa che divide da anni ormai – come una nuova cortina di ferro – questo Paese e la sua gente. Eppure, se l’Europa – come credo, nonostante la crisi culturale e politica che affronta – ha ancora un’anima, un pezzo importante di essa si trova proprio qui, a Kiev.

Simone Zoppellaro, giornalista

Analisi di

30 aprile 2021

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